Al termine di una lunga tornata elettorale, l’elezione di Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti d’America porta con sé una certezza: difficilmente sentiremo il prossimo inquilino della Casa Bianca riferirsi all’Africa parlando di «shithole countries», come fatto invece dal suo predecessore.

Certo, letto in questi termini il cambiamento non sembra davvero di portata rivoluzionaria. Eppure non dovrebbe sorprendere l’idea che gli elementi di discontinuità nella politica africana di Washington attengano a una dimensione retorica, formale più che sostanziale, a prescindere dal colore dell’amministrazione in carica.

Linea di continuità

In effetti, negli ultimi vent’anni la politica estera degli Usa in Africa si è sviluppata lungo una linea di continuità, trasversale, che ha trasceso gli schieramenti politici ed è rimasta perlopiù immutata pur a fronte delle alternanze politiche ai vertici dello stato.

Una continuità che si è manifestata in maniera evidente durante le presidenze di George W. Bush e Barack Obama, tradotta in una serie di priorità sostanzialmente invariate: interventi di contro-terrorismo, politiche di cooperazione allo sviluppo – celebri i programmi presidenziali lanciati da Bush (President’s Emergency Plan for AIDS Relief, PEPFAR) e Obama (Young African Leaders Initiative; Feed the Future; Power Africa) –, piani di assistenza umanitaria.

Variazioni di spartito sono state circoscritte essenzialmente ai toni e allo stile impiegati, soprattutto in materia di sicurezza. Dalla retorica neocon della Global War on Terror, da combattere lungo un arco di crisi che unisce idealmente l’Africa occidentale al Corno d’Africa, alle Overseas Contingency Operations di Obama; dal riferimento esplicito a un Islam radicale responsabile degli atti di terrorismo, al tentativo di costruire una nuova relazione con il mondo islamico, sancito in occasione del discorso tenuto da Obama all’Università del Cairo nel 2009; dall’esportazione di democrazia a nuovi approcci di cooperazione fondati sull’esaltazione di modelli di governance virtuosa.

Poco è cambiato, però, nei fatti. Durante le amministrazioni Obama, anzi, si è assistito paradossalmente a un processo di militarizzazione ulteriore della presenza statunitense in Africa, attraverso il rafforzamento della footprint militare e del dispositivo dell’Africa Command (Africom), in Sahel – risale al 2015 la costruzione di una base di droni ad Agadez, in Niger – e nel Corno d’Africa, dove la pressione sugli insorti jihadisti di al-Shabaab è stata incrementata mediante il ricorso ai droni e a bombardamenti chirurgici, che non hanno risparmiato vittime civili.

Nei quattro anni di amministrazione Trump il disinteresse degli Stati Uniti nei confronti dell’Africa è sembrato evidente. A darne prova, le parole e gli atti di un presidente che ha escluso il continente dalle sue visite istituzionali e ha ricevuto alla Casa Bianca solo poche delegazioni africane, lasciando al sottosegretario di stato aggiunto per gli affari africani, Tibor Nagy, il compito oneroso di tenere insieme il filo delle relazioni con l’Africa.

Le pressioni di Trump e dei membri della sua amministrazione per un ridimensionamento della presenza e dell’impegno finanziario degli Stati Uniti in Africa hanno lanciato in tal senso un segnale ancor più eloquente, ma le resistenze del Congresso hanno di fatto assicurato che le principali iniziative nel continente restassero in vigore.

Contrastare l’influenza sino-russa in Africa

La Nuova Strategia per l’Africa, presentata a fine 2018, ha costituito il pilastro della politica estera Usa nella macro-regione. Filo conduttore del documento, la volontà strategica di controbilanciare la presenza cinese e russa in Africa attraverso il rafforzamento delle relazioni commerciali con il continente, nel quadro di una competizione globale in cui gli stati africani sono “oggettivizzati”, considerati attori passivi al centro di dinamiche e interessi strategici rivali.

Questa dimensione della presenza americana in Africa veniva esplicitata dall’allora consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton, secondo cui «le grandi potenze globali, Cina e Russia, stanno deliberatamente e aggressivamente sviluppando i loro investimenti nella regione allo scopo di ottenere un vantaggio competitivo sugli Stati Uniti». Nel corso di un intervento tenuto presso la Heritage Foundation, Bolton sottolineava come la Cina ricorresse a «tangenti, accordi opachi, uso strategico del debito per tenere gli stati africani prigionieri delle volontà e delle richieste cinesi».

E la Russia tentasse di «accrescere l’influenza nella regione tramite accordi economici segnati da corruzione […] sviluppando relazioni politiche ed economiche senza alcun riguardo per una governance trasparente, responsiva e per i principi di rule of law». La minaccia agli interessi di sicurezza nazionale statunitensi risiedeva, in sostanza, nell’attivismo di Mosca e Pechino, che avrebbe recato pregiudizio all’indipendenza delle nazioni africane e, di conseguenza, alle opportunità di investimento statunitensi nel continente.

Iniziative economiche e finalità strategiche

Per assecondare gli obiettivi strategici legati al rafforzamento delle relazioni commerciali e degli investimenti Usa in Africa, a fronte di un costante declino sperimentato negli ultimi anni – nel 2018 l’Africa contava per l’1,6% del commercio globale degli Usa, e per lo 0,8% degli investimenti diretti esteri, la metà circa rispetto ai valori apicali toccati nel 2010 – l’amministrazione Trump ha varato il programma governativo Prosper Africa.

L’iniziativa si propone di fornire supporto tecnico all’attività degli attori privati statunitensi, mobilitando risorse e armonizzando le iniziative già in campo. Si inserisce nel solco tracciato dall’African Growth and Opportunity Act (Agoa) – introdotto da Clinton nel 2000, rafforzato da Bush, prorogato da Obama nel 2015 per ulteriori 10 anni e mantenuto in vita da Trump – che consente alle merci africane di accedere liberamente ai mercati statunitensi.

Nonostante il lancio dell’iniziativa, i proclami di Trump – generalmente ostili nei confronti di trattati multilaterali ritenuti svantaggiosi per l’America, e la sua predilezione per partnership bilaterali – ha trovato riflesso nei negoziati per la conclusione di un accordo commerciale con il governo del Kenya, che ha ricevuto grande attenzione e interesse nella regione.

L’assistenza allo sviluppo, pilastro della politica Usa

Guardando alla dimensione degli aiuti allo sviluppo, il primato statunitense è rimasto immutato durante gli ultimi quattro anni, malgrado Trump si direbbe. Le flagship initiatives introdotte dalle precedenti amministrazioni sono state confermate, e Washington – tramite il ruolo indubbiamente centrale esercitato dall’ Agenzia per lo sviluppo internazionale (Usaid) – resta il primo donatore in Africa.

Nei primi tre anni di amministrazione Trump, l’Africa ha ricevuto circa 7 miliardi annui di stanziamenti in aiuti, nonostante le ripetute proposte di tagli da parte del governo. Illustrando le priorità statunitensi in Africa, in particolare, Bolton sottolineava la linea dell’amministrazione in materia di aiuti: tagliare i fondi ai governi africani corrotti e indirizzare l’assistenza agli stati caratterizzati da processi di governance democratica e pratiche commerciali trasparenti, imponendo condizionalità ai flussi di assistenza.

Il ridimensionamento della spesa pubblica in aiuti al continente, sollecitato dal presidente per l’anno fiscale 2020, è stato respinto dal Congresso, che ha anzi approvato un incremento dell’1% rispetto al 2019.

Crisi africane, prospettive mediorientali

Sotto un profilo politico-diplomatico, l’approccio dell’amministrazione Trump ad alcuni dossier africani è stato legato strettamente alla politica mediorientale e al sistema di alleanze degli Usa nella regione (Israele, Egitto, Arabia Saudita).

La rimozione del Sudan  dalla lista degli stati sponsor del terrorismo (SST), in cambio del pagamento di un indennizzo alle vittime degli attacchi terroristici alle ambasciate americane di Nairobi e Dar es Salaam nel 1998 – Khartoum ne era considerata politicamente responsabile, poiché il regime di Omar al-Bashir aveva ospitato al-Qaida e Bin Laden in territorio sudanese nel corso degli anni ’90 – e, soprattutto, della normalizzazione delle relazioni con Israele, ne ha fornito plastica dimostrazione.

Altrettanto eloquente è stata la posizione assunta dal governo nella controversia legata allo sfruttamento delle acque del Nilo. Gli Usa, che hanno ospitato a Washington i negoziati tra Egitto, Sudan ed Etiopia per il conseguimento di un accordo sui tempi di riempimento della Grande diga del rinascimento etiopico (Gerd), hanno assunto un ruolo percepito da Addis Abeba come parziale, favorevole all’alleato egiziano.

La recente dichiarazione di Trump, che dopo aver annunciato il taglio di finanziamenti all’Etiopia per 264 milioni di dollari ha paventato la possibilità che l’Egitto intervenisse militarmente in Etiopia per tutelare il proprio interesse nazionale, ha accentuato i tratti di una politica estera aggressiva, mirata a orientare gli sviluppi della crisi in direzione funzionale al perseguimento di obiettivi strategici americani.

Sicurezza e contro-terrorismo in Sahel e nel Corno

Guardando alle iniziative di sicurezza condotte dagli Stati Uniti nel continente, le pressioni di Trump e della sua amministrazione per un parziale disimpegno sono state, in parte, ostacolate dal Congresso. Nel 2017, un’imboscata tesa da miliziani affiliati allo Stato Islamico (Islamic State in the Greater Sahara, ISGS) nel sudovest del Niger causò la morte di alcuni militari americani, accanto a diverse decine di soldati nigerini.

I fatti di Tongo Tongo hanno reso visibile all’opinione pubblica americana la presenza di contingenti statunitensi in Sahel, rimasta fino a quel momento meno evidente di quanto non fosse nei teatri di crisi in Medioriente e Asia centrale. Hanno, al contempo, fornito all’amministrazione un’occasione per mettere in discussione il contributo americano alla lotta contro i gruppi armati jihadisti, in un’area in cui è fondamentale il supporto logistico – in termini di intelligence, sorveglianza e riconoscimento, rifornimenti aerei, trasporto strategico – assicurato alle forze militari francesi dell’Operazione Barkhane.

Nel gennaio del 2020 l’allora segretario di stato alla difesa, Mark Esper, chiariva agli alleati la volontà americana di ridimensionare l’impegno militare in Sahel (e, più di recente, in Somalia) nel quadro di una più generale riorganizzazione delle truppe statunitensi all’estero che dovrebbe consentire di concentrare gli sforzi militari e le risorse economiche in aree del mondo considerate strategicamente più rilevanti a controbilanciare l’influenza crescente di Pechino e Mosca.

Nei fatti, però, le resistenze delle gerarchie militari e dei membri del Congresso hanno sin qui frenato i piani di disimpegno del governo. Durante un’audizione al Congresso, il generale Stephen Townsend, a capo del comando Africom, metteva in guardia il governo dai rischi di un indebolimento degli sforzi nella lotta ai gruppi armati in Sahel in caso di ritiro del sostegno militare americano alla Francia.

A oggi Africom conta circa 6mila unità nel continente, tra cui 500 forze speciali in Somalia, poco meno dei 7.200 uomini di cui disponeva nel 2018. La capacità del dispositivo non ha subito tagli drastici, e la presenza americana in Africa resta articolata mediante una rete capillare di basi temporanee e permanenti.

Il multilateralismo in crisi e le conseguenze per l’Africa

L’America First di Donald Trump, declinato in politica estera attraverso una sistematica messa in discussione del multilateralismo, ha avuto un impatto rilevante sull’Africa. L’uscita degli Usa dagli accordi sul clima di Parigi ha fortemente indebolito le prospettive di una lotta efficace ai cambiamenti climatici, con conseguenze potenzialmente disastrose per gli stati africani, alle prese con crisi ambientali ricorrenti e fenomeni metereologici estremi.

Similmente, la decisione di Trump di ritirare il sostegno finanziario all’Organizzazione mondiale per la sanità (Oms), accusata di assumere posizioni filocinesi, avrà ripercussioni gravi sul continente, caratterizzato dalla diffusione di epidemie endemiche e fragili sistemi sanitari, minando la capacità dell’agenzia Onu di fornire supporto ai governi africani.

Infine, il mancato sostegno di Washington a Ngozi Okonjo-Iweala, candidata nigeriana alla direzione generale della World Trade Organization (Wto), e la paralisi dei meccanismi di funzionamento dell’organismo causata dalla decisione statunitense, è da ricondurre a una più generale ostilità del presidente Trump nei confronti di un’organizzazione considerata ostile agli Usa e dannosa per gli interessi commerciali americani.

Quali prospettive per la politica africana di Biden?

L’elezione di Biden non determinerà verosimilmente un sostanziale cambio di rotta nella politica africana di Washington, coerentemente con una continuità strutturale in larga misura attribuibile al consenso parlamentare bipartisan che ne fa materia estranea allo scontro politico.

C’è da attendersi che le principali iniziative economico-commerciali in vigore, così come i piani di assistenza umanitaria e allo sviluppo, restino inalterati, e che una presenza militare di rilievo sia confermata, soprattutto negli scenari di crisi considerati più sensibili, dal Sahel al Corno d’Africa.

L’Africa potrà beneficiare di una rinnovata adesione del governo americano ai principi del multilateralismo – dal clima alla salute, dal commercio al peacekeeping – che dovrà essere sancita attraverso il ripristino della partecipazione Usa agli accordi di Parigi, l’adozione di un approccio nuovamente costruttivo in seno agli organismi internazionali e il sostegno alla nuova area di libero scambio africana (AfCFTA).

Nel quadro della competizione strategica con la Cina in Africa, è lecito aspettarsi che a uno scontro frontale possa sostituirsi un confronto meno conflittuale e, sotto certi aspetti, più cooperativo. La promozione di pratiche democratiche e del rispetto dei diritti umani nel continente costituirà probabilmente una priorità per la diplomazia americana, e il ritorno a uno stile presidenziale più convenzionale dovrebbe porre le basi per la costruzione di nuove partnership con gli stati e gli organismi regionali africani.