Social media e terrorismo
Uno studio monitora per la prima volta le tecniche di reclutamento online utilizzate dai movimenti estremisti africani e le strategie di contrasto di sette governi interessati.

Un nuovo studio dal titolo “Social media in Africa. Un arma a doppio taglio per la sicurezza e lo sviluppo”, ha esaminato il rapporto tra i social network e la radicalizzazione online nel continente africano. Il report, realizzato dalla Rand Europe per conto del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (Undp), costituisce un importante passo avanti nello studio del fenomeno, poiché finora la stragrande maggioranza del dibattito sul ruolo esercitato dalle piattaforme online nei processi di radicalizzazione, si era concentrato sui paesi occidentali.

Prima di questa analisi, strutturata nell’ambito del “Progetto regionale dell’Undp per la prevenzione e la risposta all’estremismo violento in Africa”, non erano mai state monitorate in maniera approfondita le tecniche di reclutamento online utilizzate dai movimenti estremisti africani e le strategie con cui i governi interessati stanno affrontando questo problema.

Il lavoro dell’organismo di ricerca non-profit europeo ha stabilito che il maggiore utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) può sostenere lo sviluppo sociale, politico ed economico del continente africano, ma può anche esporre la sua popolazione alla deriva radicale dei gruppi jihadisti.

Stato Islamico, strategia avanzata

Per arrivare a questa conclusione, Rand Europe ha esaminato i collegamenti tra l’uso dei social media e la radicalizzazione online in sette paesi africani: Camerun, Ciad, Kenya, Nigeria, Somalia, Sudan e Uganda. Il focus della ricerca si è invece concentrato su tre tra i più letali gruppi terroristici a livello globale presenti in Africa: al-Shabaab, Boko Haram e lo Stato Islamico (IS).  

Attraverso una revisione della letteratura inerente la tematica in questione e una serie di interviste, lo studio ha dapprima accertato che tutte e tre le organizzazioni usano i social media, anche se con vari livelli di sofisticazione. L’IS ha sicuramente la strategia online più avanzata e utilizza la più ampia gamma di piattaforme di social media, tra cui Facebook, Twitter, YouTube, WhatsApp, KiK e JustPaste.it.

Proselitismo dentro e fuori il web

Tutti e tre i gruppi usano i social media per attrarre reclute, sia a livello nazionale che internazionale, e questi reclutamenti online sono spesso integrati dalle influenze “offline” delle reti familiari e personali. Ad esempio, le interviste indicano che l’IS attrae giovani membri attraverso l’influenza di leader religiosi. La propaganda dei social media viene anche usata per rivendicare o pubblicizzare attacchi o rapimenti, e per attaccare gli avversari e criticare le loro tattiche.

L’indagine rileva inoltre che questi gruppi hanno spostato sempre più le loro attività di proselitismo su canali privati, ??a seguito di chiusure di account sui social media tradizionali.

Lo Stato Islamico e al-Shabaab utilizzano i social anche per coordinare i messaggi ai loro adepti e la pianificazione militare. Tuttavia, la crescita di internet ha portato a una perdita di controllo della narrativa da parte dei leader del movimento somalo, con attività online sempre più indipendenti, che spesso alterano il contenuto dei messaggi nelle chat del gruppo.

L’analisi dei dati di Twitter ha identificato più di 220mila tweet in date selezionate tra il 2012 e il 2017, evidenziando molta incertezza tra gli utenti sulla veridicità delle notizie che circolano su questo social media. Oltre a indicare che i commenti generati da attacchi importanti, rischiano di far passare in secondo piano i proclami dei gruppi terroristici.

Strategie di contrasto inesistenti

Contrastare la radicalizzazione sulla rete rappresenta ormai un’emergenza per i sette governi africani e per i loro partner occidentali, ma dallo studio appare che solo ora stiano iniziando a dare le prime risposte a questo problema. Tra le varie strategie introdotte per prevenire ed ostacolare l’estremismo violento, ben poche sono specificamente rivolte al contrasto della radicalizzazione online e all’uso dei social media in funzione di veicolo di reclutamento di aspiranti terroristi.

Lo studio suggerisce di sviluppare programmi mirati nel singolo paese, ma anche una strategia subordinata con un focus più approfondito sulla radicalizzazione online.

Gli analisti di Rand Europe concludono sottolineando che ogni governo dovrebbe prendere in considerazione la possibilità di condividere studi sui metodi che hanno dato buoni risultati a livello nazionale, regionale e internazionale, oltre ad aumentare lo scambio di informazioni e la collaborazione reciproca.

Forse, tutto questo potrà evitare che i giovani africani trovino sui social network tutta l’assistenza necessaria per abbracciare la scelta estrema.