La Francia, ex potenza coloniale diretta, con un decreto del Consiglio dei ministri dello scorso 20 marzo ha sancito la fine del franco Cfa (Comunità finanziaria africana), la moneta condivisa da 14 stati dell’Africa occidentale e centrale.

Un’operazione che riguarda però solo 8 degli stati che utilizzano questa moneta. Si tratta di Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo, che sono uniti nella Unione economica e monetaria ovest-africana (Uemoa).

Vestigio coloniale per alcuni, strumento di stabilità finanziaria per altri, il franco Cfa, in circolazione dal 26 dicembre 1945, è stato spesso oggetto di critiche e ha cercato di evolversi. La Fancia, come è noto, riceve la metà delle riserve monetarie dei paesi Cfa e garantisce in cambio la convertibilità del Cfa in euro. Vediamo dunque che cosa prevede in decreto.

In rosso la Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale (Cemac), in verde l’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale (Uemoa)

Il “giardino privato”

Il testo adottato dal governo francese stipula che la Banca centrale degli stati dell’Africa occidentale (Bcdeao) non dovrà più depositare le proprie riserve di cambio presso il ministero del tesoro di Francia. Inoltre Parigi si ritira dalle istanze di governo del franco Cfa.

In effetti il ministro francese delle finanze e il governatore della Banca di Francia hanno partecipato finora a due riunioni annuali, di cui una si tiene a… Parigi. Spiega l’Eliseo: «La Francia non nominerà più alcun rappresentante nel consiglio di amministrazione e nel comitato di politica monetaria della Bcdeao, né nella commissione bancaria dell’Uemoa».

Ma lì si fermano le piccole misure compiacenti perché Parigi intende continuare a tenere sott’occhio il suo “giardino privato”, come ha ricordato il ministro degli esteri Jean-Yves Le Drian: «Il ruolo della Francia evolve per assumere quello di stretto garante finanziario di quest’area dell’Africa». In altri termini, la Francia continua a esercitare un diritto di controllo sulle politiche dei paesi africani.

Secondo l’economista senegalese Demba Moussa Dembélé, la nuova moneta che si andrà a creare, l’eco, altro non è che un franco Cfa rivestito con un altro nome e spogliato dell’operatività e della presenza francese negli organi di governo. Ma il sistema in vigore rimane intatto sotto un’apparenza diversa. Per capirci, il tasso di cambio dell’eco rimane… fisso, vincolato all’euro.

Inoltre queste misure decise dal governo francese non toccano i sei paesi dell’Africa centrale – Camerun, Centrafrica, Ciad, Congo, Gabon, Guinea Equatoriale – che utilizzano il franco Cfa ma formano una zona monetaria distinta: la Comunità economica e finanziaria dell’Africa centrale (Cemac)

Ouattara si stringe a Macron

Prima della decisione francese, i 14 stati della Comunità degli stati dell’Africa occidentale (Cedeao) avevano trovato un accordo per lanciare la moneta comune eco nel corso del 2020. Optando per un sistema di cambio flessibile e una banca centrale di tipo federale.

Ma il 21 dicembre del 2019, il presidente ivoriano Alassane Ouattara ha annunciato, di fronte al presidente Macron, che gli 8 paesi dell’Uemoa e la Francia avevano deciso di fare una loro riforma del franco Cfa. Molti osservatori ritengono che sia stato un passo fatto per ridurre l’influenza della Nigeria, la maggiore economia dell’Africa subsahariana e paese-chiave in Africa occidentale.

E i paesi anglofoni hanno potuto vedere, dietro il cambio del nome, una semplice riforma del franco Cfa, ben lontana dalle ambizioni della moneta unica che avrebbe dovuto raccogliere tutta l’Africa centroccidentale.

«La Francia non ha mai preso in considerazione l’indipendenza reale e la sovranità delle sue ex colonie. È un segreto di Pulcinella che è questa tutela che consente a Parigi di giocare il ruolo di “grande potenza” in Europa e, in minor misura, nel mondo», sostiene Moussa Dembélé.

La fine dell’obbligo di deposito presso il tesoro francese non significa che queste riserve monetarie torneranno in Africa. La Bcdeao avrà sempre la possibilità di lasciarle in Francia o in altri paesi membri della Banca centrale europea. Dunque si cerca di far passare come “cambiamento” quello che è un riassetto che preserva l’essenziale, ossia la continuazione della servitù monetaria sotto una forma “rinnovata”.

Secondo Yacouba Fassassi, economista oggi in pensione, che ha lavorato per il Fondo monetario internazionale, sono una forte rottura, possibile con la creazione di una moneta sovrana come l’eco prefigurato dalla Cedeao, potrà aprire le strade verso un effettivo sviluppo.