Costa d'Avorio Egitto Ghana Kenya Madagascar Nigeria Sudafrica Tanzania Tunisia
Tra gli effetti collaterali della guerra in Ucraìna
Africa: dopo il grano, ecco l’impennata dei prezzi dell’olio di palma
Quasi tutti i paesi africani importano il prodotto dal sudest asiatico, Indonesia su tutti. Sempre più a rischio la sicurezza alimentare del continente. Nel continente, Nigeria, Costa d'Avorio e Ghana i principali produttori
04 Giugno 2022
Articolo di Rocco Bellantone
Tempo di lettura 3 minuti

Se a livello globale c’è un mercato che sta beneficiando del blocco alle esportazioni di grano dall’Ucraìna, causato dall’invasione russa, è quello dell’olio di palma. Si tratta di uno dei tanti effetti collaterali di questa guerra. E a subirne le conseguenze è anche la già fragile sicurezza alimentare dei paesi africani.

Per provare a spiegare il perché, occorre spostare lo sguardo verso il sudest asiatico, in direzione di Giacarta.

A metà maggio il presidente indonesiano Joko Widodo ha ritirato lo stop alle esportazioni di olio di palma che aveva fatto scattare lo scorso 28 aprile. La ragione di questo repentino dietrofront è che in Indonesia ci sono 17 milioni di persone impiegate in questo settore, posti di lavoro in meno che il governo evidentemente non si poteva permettere a lungo.

La decisione di Widodo aveva spiazzato i mercati internazionali. L’olio di palma indonesiano rappresenta, infatti, il 60% della produzione mondiale.

L’annuncio del blocco al suo export in poche ore ne ha fatto lievitare il prezzo, balzato a 1.500 dollari a tonnellata, 300 dollari in più rispetto al costo medio che oscillava sui 1.200 dollari prima dell’invasione russa dell’Ucraìna.

Sebbene né Kyiv né Mosca siano produttori di olio di palma, la guerra ha spinto in alto anche il prezzo di questo prodotto. Il conflitto ha destabilizzato gli equilibri globali che regolavano vendita e approvvigionamento di molte risorse strategiche collegate direttamente o indirettamente ai due paesi: in primis gas e petrolio, ma anche fertilizzanti, grano e olio di girasole.

La risposta a questo effetto destabilizzante è stato un aumento delle misure protezionistiche da parte dei paesi che detengono queste risorse, ma anche altre risorse che, con lo scoppio della guerra, hanno riacquisito importanza e valore economico. In questo elenco c’è anche l’olio di palma. Il governo indonesiano, per preservare le sue riserve e utilizzarle principalmente per soddisfare la domanda interna, ne ha bloccato l’esportazione a fine aprile. Salvo poi ripensarci nell’arco di poche settimane, chiaramente ingolosito dall’aumentare del suo prezzo.  

Perché questo effetto domino sia alla fine crollato sul continente africano è presto detto. Prima della stagione della decolonizzazione, l’Africa occidentale era considerata l’eldorado dell’olio di palma, al punto da esserne la prima regione produttiva al mondo. Oggi non è più così. L’80% dei 10 milioni di tonnellate consumati nel continente viene importato, infatti, dall’estero, in primis dai paesi del sudest asiatico come per l’appunto l’Indonesia e, subito dietro, la Malesia.

In cima alla lista ci sono Egitto (88% di import dall’Indonesia, 12% dalla Malesia), Tunisia (84% Indonesia, 6% Malesia), Tanzania (54% Indonesia), Kenya (53% Indonesia), Sudafrica (65% Indonesia), Madagascar (79% Malesia). 

In Africa c’è comunque chi sta provando ad approfittare dell’aumento del prezzo dell’olio di palma. È il caso di Nigeria (quinto produttore mondiale), della Costa d’Avorio e del Ghana, i tre paesi in cui è concentrato l’80% delle piantagioni continentali. Paesi produttori sono a seguire Togo, Gabon, Rd Congo, Benin, Sierra Leone, Angola e Uganda.

Nel complesso, e con riferimento all’anno 2020, risulta che l’Africa copra solo il 4% della produzione mondiale di olio di palma, contro il 60% dell’Indonesia, il 25% della Malesia e il restante 11% che si spartiscono alcuni stati dell’America Latina.

Ecco perché dopo il grano bloccato a marcire nei silos ucraini e nelle portacontainer ferme nel Mar Nero, adesso anche l’impennata dell’olio di palma rischia di aumentare la vulnerabilità alimentare del continente africano.

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