L’overfishing, vale a dire la pesca eccessiva e quella illegale sono annosi problemi in Africa. Soprattutto lungo la costa occidentale del continente. Problemi che provocano danni alle comunità locali così come all’ambiente.
Se da un lato sono gli stessi pescatori africani a danneggiare le proprie economie non rispettando ad esempio i cicli di riproduzione e usando a volte metodi vietati di pesca, dall’altro i principali responsabili (anche solo per i grandi volumi di pescato) sono le grandi flotte industriali, con le navi cinesi – spesso identificate come maggiori responsabili – insieme a quelle europee, turche e russe.
A detta dell’Africa Defense Forum (ADF), rivista pubblicata dall’U.S. Africa Command (AFRICOM), i proventi della pesca illegale dei pescherecci russi al largo delle coste africane contribuirebbero addirittura a finanziare la guerra in Ucraina.
Ma anche l’Europa non ha proprio la coscienza pulita.
Fauna ittica decimata
Nel 2024 un’inchiesta pubblicata sul Financial Times evidenziò la presenza di imbarcazioni europee registrate presso le flotte africane per eludere controlli. In particolare una, battente bandiera gambiana, conteneva tonnellate di gamberetti destinati a un grossista siciliano.
Si stima che la pesca illegale legata alle flotte straniere costi all’Africa circa 11,5 miliardi di dollari all’anno, di cui circa 9,4 miliardi nella sola Africa occidentale. Nuovi studi stanno rivelando la drammaticità della situazione nel suo complesso.
Secondo il Borgen Project il ripopolamento ittico continua a diminuire, e quasi il 40% del pesce viene pescato illegalmente. E sono migliaia le famiglie per le quali la pesca rappresenta la principale fonte di reddito e di sostentamento, mentre aumenta il rischio di insicurezza alimentare e di povertà nella regione.
Spesso comunque i pescatori locali – che utilizzano piccole imbarcazioni e attrezzi da pesca tradizionali – rifiutano di adeguarsi alle misure di regolamentazione che li obbligano, per esempio, a segnalare le proprie attività di pesca, sia in acque basse che profonde lungo la costa, né rispettano i periodi di sosta. Ciò ovviamente impoverisce gli stock ittici.
Altra cosa è la pesca su vasta scala e a scopi commerciali. Senza alcuna regola vengono utilizzati anche pescherecci a strascico, caratterizzati da reti a cono che vengono trascinate su ampie zone al largo delle coste. Imbarcazioni progettate appositamente per catturare non solo pesci ma anche aragoste e granchi, e che rappresentano una seria minaccia per l’ambiente marino.
Nel rapporto del 2023 dell’organizzazione Investigative Journalism Reportika (IJ-Reportika), risultava che circa il 20% del pesce pescato illegalmente in tutto il mondo proviene dalle acque vicino a Gambia, Guinea, Guinea-Bissau, Mauritania, Senegal e Sierra Leone.
Dominio cinese
Mentre nell’area orientale del continente la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (INN) costa alla regione circa 415 milioni di dollari all’anno. Nel complesso, come dicevamo, secondo la Financial Transparency Coalition il continente perde 11,5 miliardi di dollari all’anno a causa della pesca illegale.
In paesi come Nigeria, Senegal e Ghana, che rappresentano il 70% della produzione ittica della regione, le navi straniere dominano il settore, minando le economie e gli ecosistemi locali.
La maggior parte del prodotto viene catturato da pescherecci provenienti dalla Cina, che possiede la più grande flotta peschereccia d’altura al mondo e detiene il peggior primato mondiale per la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata.
L’Environmental Justice Foundation (EJF) solo un paio di anni fa riteneva che i pescherecci cinesi a strascico catturassero circa 2,35 milioni di tonnellate di pesce all’anno nella regione, pari al 50% del pescato totale cinese nelle acque lontane e per un valore di circa 5 miliardi di dollari.
Una flotta, quella cinese, che spesso beneficia di sussidi statali e tecnologie di pesca avanzate rendendo i pescatori artigianali incapaci di competere. Molte compagnie di pesca cinesi usano poi società locali come facciate legali per eludere le leggi sulle licenze che impediscono alle navi straniere di operare all’interno delle zone economiche esclusive nazionali.
Nel frattempo, la corruzione e la collusione con le élite politiche locali ostacolano ulteriormente l’applicazione della legge. Ma tutto questo, compresi i metodi di elusione dei controlli, se è maggiormente evidente con la Cina a causa della maggiore presenza e attività nella regione, riguarda anche imbarcazioni di altri paesi.
A risentire delle esagerate attività umane di approvvigionamento non sono comunque solo gli stock ittici marini. Ad essere toccate sono anche le acque interne, soprattutto i fiumi transfrontalieri come il Falémé, il Niger e il Volta, la cui popolazione ittica continua a diminuire, in questo caso, a causa dell’inquinamento causato anche dagli scarichi derivanti dalle attività minerarie illegali.
Le conseguenze dell’inquinamento legato alle attività minerarie si estendono ai bacini idrografici a monte e ai bacini fluviali transfrontalieri di importanza socioeconomica ed ecologica, tra cui il bacino del Tano e Bia (Ghana e Costa d’Avorio), il fiume Falémé, come dicevamo (Senegal e Mali), e il fiume Bagoé (Costa d’Avorio e Mali).
Disastro ecologico
Per tornare all’Oceano, le grandi imbarcazioni estere aggiungono sfruttamento allo sfruttamento. In Ghana, per esempio, è diffuso il sistema del saiko, vale a dire quando il by-catch, cioè il pescato accessorio non voluto, piccoli pesci (pelagici, sgombri, sardinelle) che rimangono imprigionati nelle reti a strascico, non vengono rigettati in mare ma venduti ai pescatori locali che lo fanno passare per pescato regolare.
Tra l’altro la pesca eccessiva di piccoli pesci pelagici ha conseguenze devastanti per l’ambiente con le industrie destinate alla produzione di farina e olio di pesce (derivate appunto dai pelagici), settore fortemente alimentato dalla domanda europea di salmone d’allevamento, che nel 2022 ha raggiunto un valore di 8,4 miliardi di euro.
Barriere coralline decimate
Spostandoci dal lato opposto, Africa orientale, la situazione non è migliore dal punto di vista ambientale. Nuove ricerche scientifiche hanno dimostrato che la pesca eccessiva sta compromettendo la sostenibilità delle attività di pesca nelle barriere coralline tropicali.
Confrontando dati dei decenni scorsi con quelli attuali i ricercatori hanno rivelato una “netta perdita” di pesci, una minore diversità di specie e una quantità complessiva inferiore di pescato. Si è rilevata la scomparsa di specie ittiche fondamentali – come i dentici, i pesci unicorno, i labridi, i pesci capra e i pesci soldato – che oltre provocare un danno ecologico, sono anche una perdita in termini di cibo per le comunità costiere.
Oltretutto i ricercatori affermano la necessità di limitare alcuni attrezzi da pesca, come reti da posta e fucili subacquei, che catturano principalmente pesci che vivono in banchi.
I pinguini africani a rischio critico di estinzione
Intanto, la carenza di pesce non ha conseguenze solo sugli esseri umani. Secondo alcune osservazioni, sarebbe stato un drastico calo della disponibilità di cibo al largo della costa occidentale del Sudafrica ad aver spinto i pinguini africani alla fame per anni, una situazione che ha decimato la stragrande maggioranza degli esemplari nidificanti in due delle colonie più importanti della specie.
Uno studio pubblicato sulla rivista Ostrich: Journal of African Ornithology riporta che circa il 95% dei pinguini che si sono riprodotti sulle isole di Dassen e Robben nel 2004 è morto entro gli otto anni successivi, un periodo caratterizzato da un cronico impoverimento degli stock di sardine.
Nel 2024, i pinguini africani sono stati classificati come specie in pericolo critico di estinzione. Intanto, negli ultimi cinquant’anni aumentando la popolazione umana è aumentato il consumo di pesce. Ciò ha amplificato la pressione sugli stock ittici a livello globale.
Per ovviare alla richiesta la maggior parte dei paesi si sta impegnando in altri metodi di produzione ittica come l’allevamento in stagni e vasche. Anche qui la Cina la fa da padrone, è il principale produttore mondiale di pesce d’allevamento, ma in generale i governi di tutto il mondo stanno investendo massicciamente nell’acquacoltura.
Ciò non toglie che occorre un radicale cambiamento di approccio alla pesca, che includa controlli seri, una regolamentazione che sia davvero implementata e sanzioni certe in caso di violazioni.