Africa e Palestina: esperienze legate di colonialismo e liberazione
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Intervista a Raouf Farrah
Africa e Palestina: esperienze intrecciate di colonialismo e liberazione
Lo scrittore, ricercatore e attivista algerino ha curato insieme alla scrittrice sudafricana Suraya Dadoo l’antologia “Rising for Palestine: Africans in Solidarity for Decolonisation and Liberation” che affronta storie intrecciate di genocidio, apartheid e neocolonialismo
08 Settembre 2026
Articolo di Nadia Addezio
Tempo di lettura 8 minuti
Manifestazione a Durban, in Sudafrica, a sostegno della Palestina, il 26 ottobre 2023

Un appello ad agire. È lo scopo che si pone Rising for Palestine: Africans in Solidarity for Decolonisation and Liberation, un’antologia pubblicata a marzo che riunisce 22 voci palestinesi e africane.

Attraverso riflessioni sull’estrattivismo, sul diritto internazionale e sulle forme della solidarietà africana con la Palestina, il volume affronta le storie intrecciate di genocidio, apartheid e colonialismo. Fenomeni che persistono nel nostro presente.

Ne abbiamo parlato con Raouf Farrah, scrittore, ricercatore di geopolitica e attivista algerino, che ha curato il volume insieme alla scrittrice sudafricana Suraya Dadoo.

Come nasce l’idea di questo volume?

Rising for Palestine nasce da un senso di shock e frustrazione in risposta al genocidio a Gaza iniziato nel 2023. Come ricercatori e scrittori, abbiamo sentito il bisogno di stare al fianco del popolo palestinese attraverso ciò che conosciamo meglio: la ricerca e la scrittura.

Dalla ricerca bibliografica è emerso che gran parte della letteratura sul rapporto tra Palestina e Africa era incentrata sui parallelismi tra l’apartheid sudafricano e la Palestina. Ma il rapporto è molto più profondo e antico. Mancava un’antologia che riunisse questa storia attraverso le questioni della solidarietà, della decolonizzazione e della liberazione.

L’idea centrale è comprendere la Palestina non come una tragedia lontana, ma come una lotta che risuona con le storie africane del colonialismo e della liberazione.

Il Sudafrica si è affermato come uno dei principali sostenitori della Palestina, eppure le relazioni commerciali con Israele continuano. Dove si colloca il confine tra solidarietà simbolica e sostegno concreto?

La questione centrale è il divario tra solidarietà politica e relazioni materiali. Il Sudafrica illustra questa contraddizione in modo particolarmente chiaro: il suo ricorso contro Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia rappresenta un importante intervento politico e giuridico a sostegno della Palestina. Eppure le relazioni commerciali continuano.

Il riconoscimento dei diritti palestinesi, il sostegno alle risoluzioni internazionali e le prese di posizione politiche contano. Ma la solidarietà diventa concretamente significativa quando i principi politici producono conseguenze sulle relazioni economiche, militari e diplomatiche. È questa la logica alla base del boicottaggio, del disinvestimento e delle sanzioni.

Il caso del Marocco rende particolarmente evidente il divario tra governi e società civile: mentre il paese è firmatario degli Accordi di Abramo, nelle proteste della Gen Z contro il governo Akhannouch sono comparse numerose bandiere palestinesi. Che cosa ci dice il caso marocchino sul divario tra le scelte diplomatiche dei governi africani e le richieste sempre più esplicite della società civile di sostenere la Palestina e il suo diritto all’autodeterminazione?

Dalla firma degli Accordi di Abramo, il Marocco è diventato uno degli alleati più stretti di Israele nel continente africano. La normalizzazione era inoltre direttamente collegata al Sahara Occidentale: l’accordo coincise con il riconoscimento da parte degli Stati Uniti delle rivendicazioni marocchine di sovranità sul territorio.

In questo senso, la contrattazione geopolitica avvenne a scapito sia dell’autodeterminazione palestinese sia di quella sahrawi.

Allo stesso tempo, dall’inizio del genocidio a Gaza, il Marocco ha assistito ad alcune delle più grandi e persistenti manifestazioni a sostegno della Palestina nel mondo arabo e in Africa. Il caso marocchino indica quindi una contraddizione più ampia tra le scelte diplomatiche dei governi africani e i sentimenti politici delle loro società.

La persistenza di questa solidarietà, nonostante l’approfondirsi delle relazioni tra alcuni governi africani e Israele, è precisamente ciò che rende così politicamente significativa la frattura tra Stato e società.

Il libro ricorda il genocidio contro i tutsi in Rwanda, il genocidio tedesco dei popoli herero e nama, l’apartheid sotto il dominio sudafricano. A suo avviso, che cosa rende la comunità internazionale così incapace di prevenire atrocità come quelle a cui assistiamo oggi in Palestina, Sudan e Repubblica democratica del Congo?

Penso che dobbiamo distinguere tra incapacità e mancanza di volontà. In molti casi, il “fallimento” della comunità internazionale non deriva dall’assenza di strumenti giuridici o istituzionali, ma dalla mancanza di volontà politica, dagli interessi geopolitici e dal valore diseguale attribuito a vite diverse.

La capacità di agire è concentrata in pochi Stati potenti, che spesso determinano quando le norme internazionali vengono applicate e quando vengono ignorate.

In Rwanda la comunità internazionale non era impotente, ma politicamente divisa e indisposta ad agire con l’urgenza necessaria. Per il genocidio degli herero e dei nama, invece, l’attuale architettura del diritto internazionale non esisteva ancora. Oggi abbiamo la Convenzione sul genocidio, le Convenzioni di Ginevra, la Corte penale internazionale e la Corte internazionale di giustizia: ciò che manca non è il diritto, ma la sua applicazione coerente.

Palestina, Sudan e Repubblica democratica del Congo sono contesti diversi, ma in tutti vediamo la vita dei civili subordinata a interessi geopolitici, alleanze strategiche, risorse naturali e interessi di attori esterni.

Nella Rd Congo, decenni di violenza sono strettamente legati alla competizione per minerali e risorse strategiche. In Sudan, la guerra è stata plasmata non soltanto da lotte di potere interne, ma anche dall’intervento regionale e internazionale e dalla competizione per l’oro e altre risorse.

In entrambi i casi, l’economia politica della violenza rimanda a strutture di estrazione e dipendenza con profonde radici coloniali e postcoloniali.

Gli Stati più potenti applicano inoltre il diritto internazionale in modo selettivo. Il contrasto tra la risposta all’invasione russa dell’Ucraina e quella alla Palestina mostra che il sistema internazionale può mobilitare rapidamente strumenti diplomatici, giuridici ed economici quando esiste la volontà politica.

Questa selettività non produce soltanto ingiustizia, ma indebolisce la credibilità dell’intero ordine giuridico internazionale.

Questi fallimenti devono essere letti anche alla luce delle strutture coloniali che continuano a plasmare il presente. Confini, economie estrattive, dipendenza e interventi esterni non sono scomparsi con l’indipendenza formale.

La decolonizzazione, quindi, non può essere intesa semplicemente come la fine dell’amministrazione coloniale: richiede anche lo smantellamento delle strutture che continuano a riprodurre forme di dominio.

Basem Naim, intervistato da Suraya Dadoo, sostiene che Hamas dovrebbe essere inteso non semplicemente come un gruppo militare, ma come un movimento di liberazione nazionale. Alla luce del confronto con i movimenti di liberazione africani, fino a che punto questa definizione è utile e dove si fermano i limiti del paragone?

Hamas deve essere collocato nella più lunga storia della resistenza palestinese contro il dominio coloniale e l’espropriazione. La resistenza palestinese non è iniziata con Hamas, né Hamas ne è l’unico rappresentante.

Inoltre, il movimento non è emerso soltanto come organizzazione armata, ma ha sviluppato una rete sociale e politica attiva nell’istruzione, nell’assistenza sanitaria e nei servizi sociali.

Hamas non può essere compreso separatamente dalle condizioni in cui è emerso e opera: occupazione militare, blocco, espropriazione e negazione dell’autodeterminazione palestinese.

Il diritto internazionale riconosce il diritto dei popoli sotto dominio coloniale a resistere, anche attraverso la lotta armata, senza tuttavia esentare alcun attore dagli obblighi previsti dal diritto internazionale e umanitario.

È quindi necessario comprendere Hamas sia come movimento di resistenza sia come forza politica che ha governato Gaza sotto condizioni di assedio prolungato.

È qui che il confronto con i movimenti africani di liberazione nazionale diventa utile. Come il FLN in Algeria, l’ANC in Sudafrica, il FRELIMO in Mozambico o il PAIGC in Guinea-Bissau, Hamas opera in un contesto di occupazione, espropriazione e negazione di diritti politici fondamentali.

Anche molti movimenti africani furono classificati dalle potenze coloniali come organizzazioni terroristiche. La categoria di “terrorismo” è stata spesso utilizzata per delegittimare la resistenza separandone la violenza dal più ampio sistema di violenza che l’aveva prodotta.

Ciò non significa che questi movimenti fossero identici, né che ogni azione compiuta in nome della resistenza sia legittima, ma che l’etichetta di “terrorismo” non può sostituire l’analisi politica e storica.

Nella sua intervista con Malainin Lakhal emerge il parallelismo tra le lotte per l’autodeterminazione sahrawi e palestinese. Quanto conta la coerenza di uno Stato nel sostenere l’autodeterminazione in contesti coloniali diversi?

La solidarietà si misura attraverso la coerenza. Non si può difendere l’autodeterminazione in Palestina e allo stesso tempo negarla o indebolirla nel Sahara Occidentale. Palestinesi e sahrawi devono poter determinare il proprio futuro politico senza imposizioni da parte di potenze occupanti o interessi geopolitici esterni.

Le loro storie sono diverse, ma entrambe appartengono a processi incompiuti di decolonizzazione. La Spagna rappresenta bene questa contraddizione: può sostenere i diritti palestinesi e contemporaneamente marginalizzare le rivendicazioni sahrawi. Una simile selettività indebolisce l’universalità dei principi che afferma di difendere.

Palestina e Sahara Occidentale sono inoltre inseriti, in modi diversi, in reti di interessi economici che contribuiscono a consolidare l’occupazione. In Palestina, terra e risorse vengono appropriate sotto occupazione e colonialismo di insediamento; nel Sahara Occidentale, pesca, fosfati, agricoltura ed energie rinnovabili sono integrati in accordi economici che spesso trattano il controllo marocchino come se la questione della sovranità fosse già risolta.

Anche il turismo può contribuire a normalizzare l’occupazione. Dakhla (nel Sahara Occidentale, ndr) viene sempre più presentata come destinazione turistica e d’investimento, mentre il suo status di territorio coloniale irrisolto passa in secondo piano.

L’idea di trasformare Gaza in una “riviera” riflette una logica analoga: il territorio diventa spazio economico e immobiliare mentre la popolazione palestinese scompare dal quadro.

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