Papa Leone sognava fin dal primo giorno del suo pontificato che l’Africa fosse la meta del suo primo viaggio internazionale. Cosa fatta. Ed è rientrato a Roma la sera del 23 aprile dopo il viaggio di 11 giorni che lo ha visto in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale. Sull’aereo che lo riportava da Malabo (Guinea Eq.) a Roma, è stato felice di incontrare ancora una volta i giornalisti che lo accompagnavano e rispondere alle loro domande.
Nel suo introdursi, Leone ha ricordato che il suo viaggio apostolico «va interpretato soprattutto come un’espressione del desiderio di annunciare il Vangelo, proclamare il messaggio di Gesù Cristo. È un modo di avvicinarsi al popolo nella sua felicità, nella profondità della sua fede, ma anche nella sua sofferenza».
Si è detto molto contento dell’intero viaggio e ha aggiunto: «Vivere, accompagnare e camminare con il popolo della Guinea Equatoriale è stata veramente una benedizione». I giornalisti si sono congratulati con Leone per il viaggio: «Abbiamo visto molto entusiasmo, persino euforia», hanno detto, e hanno parlato di un “viaggio straordinario”, “commovente”.
L’Africa non è estranea a papa Leone: l’ha conosciuta quando, da priore generale del suo istituto, gli agostiniani, andava a visitare i confratelli. Normale, da agostiniano, che volesse ritornare sulle tracce di sant’Agostino, sui cui scritti si è formata la sua spiritualità. Per capire papa Leone mai dimenticare che è un agostiniano e che nella sua visione della città degli uomini non va dimenticata La Città di Dio del vescovo di Nippona, oggi Annaba.
Ma l’Algeria è anche il paese dei martiri del “decennio nero” vissuto dal paese nordafricano dagli anni ’90 a inizio 2000. Quei 19 testimoni non hanno lasciato il paese sotto la minaccia jihadista: hanno voluto rimanere fedeli a quel popolo da loro scelto.
Tra di loro i più famosi rimangono i 7 monaci del monastero di Tibhirine (100 km a sud di Algeri tra le montagne dell’Atlas), uccisi nel 1996, che il papa, per ragioni “politiche” (il governo algerino non intendere ritornare su quel tristissimo momento della propria storia…) non ha potuto visitare ma che non dimentica di essere stato eletto papa l’8 maggio, loro festa liturgica. Al loro priore padre Christian de Chergé si ispira per dire che la pace è “disarmata e disarmante”.
In Camerun, Leone è andato anche a Bamenda. Noi che ci occupiamo anche dei conflitti dimenticati sappiamo che laggiù, la regione anglofona del paese, è in corso un conflitto che dura da dieci anni tra il governo, quello di Yaoundé del 93enne presidente Paul Biya, e i separatisti dell’Ambazonia: «Guai a chi manipola la religione e il nome stesso di Dio per il proprio tornaconto militare, economico e politico, trascinando ciò che è sacro nel fango», tuona Leone.
In Angola, paese “serbatoio” di petrolio, gas (anche per l’Italia) e diamanti, segnato da enormi disparità e tanta corruzione endemica, Leone denuncia: «Quanta sofferenza, quante morti, quante catastrofi sociali e ambientali porta con sé questa logica estrattivistica».
Martedì 21 aprile arrivando a Malabo, in Guinea Equatoriale, altro grande produttore di petrolio, Leone ricorda con affetto papa Francesco di cui ricorre il primo anniversario della morte.
Si fa eco della sua voce, alzando la sua contro «una speculazione connessa al bisogno di materie prime, che sembra far dimenticare esigenze fondamentali come la salvaguardia del creato, i diritti delle comunità locali, la dignità del lavoro, la tutela della salute pubblica». Condanna quelle mani che si allungano fin sull’Africa per rapinarla come «colonizzazione di giacimenti petroliferi e minerari».
Papa Leone è nel Golfo di Guinea in cui petrolio e gas abbondano e generano ricchezza, ma solo per pochi, ma parla di tutta la terra africana il cui sottosuolo è ricco di uranio, diamanti, oro, coltan (per i nostri telefonini) e altre terre rare, che fanno la gioia dei “giganti del mondo”, Cina compresa, che tanto investe nel continente, Guinea non esclusa. Dove oltre metà della popolazione vive di povertà, vittima di corruzione e di violazione dei diritti umani.
Papa Leone rievoca parole che Giovanni Paolo II, accolto nel 1982 dallo stesso “presidentissimo” di oggi, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo (83 anni, da 46 anni al potere), aveva pronunciato, quasi a ricordare che in più di 30 anni le cose non sono cambiate molto: «In un mondo ferito dalla prepotenza, i popoli hanno fame e sete di giustizia», ammonisce.
A Mongomo, al confine con il Gabon, durante l’omelia della celebrazione, afferma: «Tante sono le ricchezze naturali che il Creatore vi ha donato: vi esorto a cooperare affinché possano essere una benedizione per tutti».
Il vescovo di Roma è lì a celebrare i 170 anni di evangelizzazione del paese – protagonisti principali furono, in particolare dal 1883, i missionari claretiani, Figli del Cuore Immacolato di Maria. Oggi il 75% dei due milioni di abitanti si dicono cattolici – accolto da centomila fedeli che all’interno e all’esterno della basilica cantano e pregano e ballano come solo gli africani sanno fare quando intendono esprimere la loro fede e fedeltà alla Chiesa di Roma.
Nel pomeriggio di mercoledì 22 aprile, papa Leone visita i 650 detenuti della prigione di Bata, città sull’oceano. È la prima volta di Leone in un carcere. Come fa il suo ingresso in questo carcere che ha la fama di essere “duro”, ecco a dargli il benvenuto un acquazzone tropicale.
Tra i carcerati anche una trentina di donne. Tutti rasati (non solo i maschi), anche per una questione d’igiene, tutti divisi per colore della tuta, marrone o arancione secondo il tipo di pena che stanno scontando.
Alzano le braccia eseguendo una coreografia che per settimane hanno preparato. E si lanciano in un ballo sfrenato con quelle divise fradice, i piedi nudi dentro ciabattoni di gomma, il personale che si aggiunge e si abbraccia…Infine l’urlo libertad, libertad.
Il papa si esprime in spagnolo, la lingua della Guinea. Lo parla perfettamente, dai tempi del suo essere stato missionario in Perù e vescovo. «In alcuni luoghi si dice che la pioggia sia un segno della benedizione di Dio – inizia a braccio -. Preghiamo che sia così. E viviamo questo momento come un segno della vicinanza di Dio, un Dio che non ci abbandona mai».
Passa poi al discorso scritto: «Nessuno è escluso dall’amore di Dio! Ognuno di noi, con la propria storia, i propri errori e le proprie sofferenze, continua a essere prezioso agli occhi del Signore…Una vera giustizia cerca non tanto di punire, ma soprattutto di aiutare a ricostruire la vita sia delle vittime, sia dei colpevoli…Vi sia data in carcere la possibilità di studiare e di lavorare con dignità…Fratelli e sorelle, non siete soli! Le vostre famiglie vi amano e vi aspettano…Dio non vi abbandonerà mai e la Chiesa sarà al vostro fianco».
Pope washing o diplomazia della pace?
Sull’aereo di ritorno a Roma, Arthur, giornalista francese, ha chiesto a Leone in inglese, visto che durante il viaggio «ha incontrato alcuni dei leader più autoritari del mondo», «come può evitare che la sua presenza dia autorità morale a questi regimi. Non teme una sorta di pope washing?».
Il papa ha risposto che alcuni, è vero, interpretano così. E poi ha continuato: «È importante capire lo scopo primario dei viaggi che compio, che il papa compie, cioè visitare i popoli. E c’è anche il grande valore del fatto che la Santa Sede continui, a volte con grande sacrificio, a mantenere relazioni diplomatiche con paesi di tutto il mondo. Talvolta abbiamo relazioni diplomatiche con paesi che hanno leader autoritari». Che fare allora?
Papa Leone sottolinea «il lavoro che si fa dietro le quinte per promuovere la giustizia» e arrivare a liberare prigionieri politici e sostenere cause umanitarie, sollevando situazioni di fame e malattia, migliorando la vita delle persone. Ognuno, conclude Leone, è libero di interpretare come crede, «ma penso che per noi sia importante cercare il mondo migliore per aiutare il popolo di ogni paese».
Sono certo che papa Leone è rientrato in Vaticano più che mai convinto che l’Africa è “polmone spirituale per un’umanità in crisi di fede e di speranza” come papa Benedetto XVI si era espresso nella Messa di apertura del secondo sinodo dei vescovi per l’Africa, il 4 ottobre 2009.
La polemica iniziata da Trump in concomitanza con il viaggio di Leone, che lo definiva “debole e scarso in politica” (in reazione alle sue parole di pace contro la guerra e i suoi facitori) ha rappresentato un input provvidenziale che ha permesso a Leone (“pecorella di Dio”, come san Francesco si rivolgeva a frate Leone, suo amico e confidente) di rispondere pacatamente che non temeva l’amministrazione Trump e che lui faceva e fa il suo “mestiere”, non il politico, ma colui che annuncia il vangelo, semplicemente, quello dei “beati i costruttori di pace” .
E soprattutto Leone ha fatto gol: i vescovi americani si sono schierati unanimi con lui, quasi a ricompattare una Chiesa che credevamo profondamente fratturata. Insomma, in Vaticano c’è ora un Leone ancor più rafforzato e agguerrito…