Editoriali
L'editoriale di maggio 2022
L’Africa che subisce il fascino dello zar
02 Maggio 2022
Articolo di Redazione
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Putin e i leader africani al vertice Russia-Africa del 2019 (Credit: Reuters)

Da subito si era capito che l’Africa avrebbe pagato caro il conflitto scatenato dall’invasione dell’Ucraìna da parte della Russia. E se il conflitto dovesse impantanarsi, la situazione potrebbe diventare insostenibile per il continente. Il grano e gli altri cereali sono tornati, infatti, al centro della geopolitica con i loro prezzi alle stelle. Da Ucraìna e Russia almeno 25 paesi africani ricevono un terzo del loro fabbisogno. Grandi importatori sono Egitto, Sudan, Nigeria, Tanzania, Algeria, Kenya, Sudafrica. Si capisce perché ai primi di marzo la risoluzione di condanna dell’invasione russa in sede Onu abbia visto l’astensione di 17 paesi africani…

Ma veniamo ai riflessi politici del conflitto. Abbiamo la Russia che si erge alla testa dei sistemi autoritari ed esercita un certo fascino anche sulle democrazie mancate africane. Già nel giugno 2019, in un’intervista al Financial Times, Vladimir Putin aveva affermato che le democrazie occidentali e le idee liberali rappresentavano un sistema ormai obsoleto. E abbiamo le democrazie occidentali, con tutti i loro limiti, ma profondamente affezionate ai princìpi di libertà e di diritti umani inviolabili.

Queste due concezioni si scontrano in Ucraìna, ma anche nelle nazioni e società africane: da un lato i militanti dell’ideale democratico, dall’altro quanti si battono per la restaurazione di sistemi autocratici. E la Russia di Putin si è incuneata nella disputa. Ricordiamo che a fine ottobre 2019 si era tenuto a Sotchi il primo vertice Russia-Africa, presenti una quarantina di dirigenti africani e una miriade di uomini d’affari.

In altre stagioni africane, la crisi alimentare aveva provocato le “rivoluzioni del pane”. Non è più così. La fame che minaccia l’intero continente non è più sufficiente a destabilizzare e si scontra oggi con regimi dittatoriali che rifiutano nel modo più assoluto un qualsiasi compromesso con le richieste di libertà e democrazia che salgono dal basso.

Lo vediamo in Sudan, dove la rivoluzione verso la democrazia, iniziata tre anni e mezzo fa con la cacciata di Omar El-Bashir, viene puntualmente repressa ed è prigioniera del regime militare di al-Burhan, amico di Putin. E lo vediamo in Egitto con la presidenza di Abdel Fattah al-Sisi che, garante di equilibri internazionali, soffoca ogni dissenso: il caso di Giulio Regeni ci fa comprendere la violenza ottusa di quel regime.

I regimi africani ricorrono volentieri alla Russia per garantirsi la sicurezza. E Mosca è presente con i suoi mercenari non solo in Centrafrica, Mali, Guinea, ma anche in Libia (impedendo ogni soluzione che non sia Khalifa Haftar al potere) e Sudan. E ora anche in Camerun, accordo firmato a metà aprile: chi meglio dei russi per lottare contro Boko Haram nel nord e i “ribelli” anglofoni a ovest?

Con questi accordi bilaterali in materia di sicurezza e di difesa, la Russia esporta il suo modello di governance che altro non è che “democratura”, liberticida, autoritaria, cleptocratica, illiberale… ma che affascina gli autocrati africani.


Vertice Russia-Africa

Il summit di Sotchi intendeva marcare ufficialmente il ritorno di Mosca sul continente africano (da cui, in verità, non si era mai allontanata). Qualcuno lo aveva definito una “fiera delle armi sovietiche”. In quell’occasione il presidente centrafricano chiese a Putin di rafforzare l’aiuto militare russo al suo paese. E così vennero alla ribalta i mercenari della società privata russa Wagner

 

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