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Sud Sudan: ex ribelli rivali integrati nelle forze unificate
Un primo contingente di quasi 22mila ex combattenti delle fazioni contrapposte nella guerra civile si è unito al nuovo esercito e alla polizia del paese. Un passo importante nell'attuazione dell'accordo di pace del 2018. Nei prossimi giorni atteso il giuramento di altri 30mila
31 Agosto 2022
Articolo di Redazione
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Il 30 agosto migliaia di combattenti, inclusi ex ribelli dei campi rivali della guerra civile, sono stati integrati nell’esercito del paese durante una cerimonia di consegna dei diplomi.

L’unificazione delle forze fedeli al presidente Salva Kiir e al suo rivale, il vicepresidente Riek Machar, è stata una condizione chiave dell’accordo di pace del 2018.

Il trattato pose fine al conflitto quinquennale in cui morirono quasi 400mila persone con milioni di sfollati.

Quasi 22mila uomini e donne – provenienti dai partiti di Kiir e Machar e dall’Alleanza di opposizione del Sud Sudan – hanno preso parte all’evento, originariamente previsto per il 2019, in base all’accordo di pace.

«Di tutti i capitoli dell’accordo, la graduazione delle forze unificate è stata la più difficile da realizzare e, tuttavia, la più importante», ha affermato il presidente del Sud Sudan, Salva Kir Mayardit. 

«Più di 200 militari sono morti nei 18 centri di addestramento. Alcuni sono deceduti per malattia e mancanza di medicine, altri sono morti di fame perché il cibo non era disponibile», gli ha fatto eco il vicepresidente e leader dell’opposizione, Riek Machar.

«Una forza di difesa unificata è tra le espressioni più visibili e significative dell’unità nazionale, specialmente nelle società postbelliche. La sua creazione simboleggerà, con la sua inclusività e rappresentazione diversificata, l’identità nazionale del Sud Sudan», ha spiegato Nicholas Haysom, rappresentante speciale del Segretario generale dell’Onu e capo della missione Unmiss.

Transizione prorogata di due anni

La cerimonia è avvenuta settimane dopo che i leader del paese – nominati alla guida di un governo di transizione – hanno annunciato che sarebbero rimasti al potere due anni dopo la scadenza concordata, suscitando preoccupazione internazionale.

Il periodo di transizione doveva concludersi con le elezioni nel dicembre di quest’anno. Ma il governo deve ancora soddisfare le disposizioni chiave dell’accordo del 2018, inclusa la stesura di una Costituzione.

Questi ritardi hanno comunque suscitato l’impazienza della comunità internazionale, che continua a invitare i leader del Sud Sudan a sbloccare la situazione nel più giovane paese del mondo, sprofondato nella violenza politica.

Si sono susseguite dalla sua indipendenza, nel 2011, difficoltà etniche, economiche e crisi umanitarie. Le preoccupazioni internazionali sono raddoppiate con l’annuncio, il 4 agosto, da parte del governo di unità nazionale di estendere il suo mandato di altri due anni, con le elezioni previste, a questo punto, per dicembre 2024.

Una chimera l’unificazione

Finora l’unificazione delle diverse fazioni era stata comunque una chimera: i campi di Kiir e Machar non riuscivano a mettersi d’accordo sulla distribuzione delle posizioni all’interno del comando di queste forze. Ad aprile è stato finalmente raggiunto un accordo.

Oltre ai 21.973 che hanno prestato giuramento martedì a Juba – che si uniranno poi ai ranghi dell’esercito, della polizia e di altri organismi di sicurezza nazionale – nei prossimi giorni saranno integrati altri 30mila militari che hanno completato la loro formazione nel paese.

Manganelli al posto di pistole

Durante la cerimonia di giuramento, molti dei militari portavano manganelli al posto delle pistole, a causa di un embargo sulle armi, durato anni, e imposto dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. L’Onu ha più volte denunciato l’atteggiamento dei leader del Sud Sudan, che accusa di alimentare la violenza, reprimere le libertà politiche e sottrarre fondi pubblici.

A metà luglio, gli Stati Uniti si sono ritirati da due organizzazioni che monitoravano il processo di pace in Sud Sudan a causa della «mancanza di progressi» nel processo di transizione e della «mancanza di volontà politica» dei suoi leader di portare la pace nel paese.

 

 

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