World Aids day 2014
Ieri è stata la Giornata mondiale contro l'Aids. Un male che, nonostante i passi avanti fatti, continua a essere la principale causa di morte nel continente africano. Dei 35 milioni di persone affette dal virus, 24,7 si trovano in Africa sub-sahariana. Il 70% dei nuovi casi di contagio è avvenuto in Africa. Prevenzione e accesso alle cure sono troppo bassi. C'è ancora da combattere.

La situazione drammatica dell’epidemia di Ebola, pur tenendo conto di tutta la sua gravità, non deve far dimenticare altre emergenze sanitarie che continuano a flagellare l’Africa come quella dell’Aids. Ieri è stata la giornata mondiale contro l’Aids, il “World Aids day 2014”. Anche se i dati degli ultimi rapporti mostrano segnali incoraggianti nella lotta a questo male, c’è ancora molta strada da fare, specialmente nel continente africano dove questo virus resta la principale causa di morte.

Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), ancora oggi l’Hiv continua a essere il più grave problema di salute al mondo, basti pensare che il virus ha causato circa 39 milioni di decessi fino ad oggi. Attualmente si stima che siano 35 milioni le persone affette dalla malattia, e circa 24,7 di queste vivono in Africa sub-sahariana. L’Africa detiene anche il record negativo dei bambini contagiati dall’Hiv ospitandone il 91% del totale mondiale. Nel 2013 l’Aids ha causato circa 1 milione e mezzo di morti in tutto il mondo, il 74% dei quali è avvenuto in Africa.

Se si fa un confronto con gli anni passati, anche se il numero di nuove infezioni è ancora alto (l’Oms parla di 2,1 milioni di nuovi casi registrati nel mondo nel 2013), il dato è calato di un terzo a partire dai primi anni 2000. Anche il numero dei morti nel mondo è calato del 35% in meno rispetto al 2005, anno in cui si è registrato il numero più alto di morti. Ciò significa che un progresso c’è stato, specialmente nel controllo dei nuovi contagi che rappresenta la vera chiave per sconfiggere il virus. Un andamento che spinge l’Oms a lanciare anche previsioni ottimistiche. Secondo il nuovo piano “Fast Track” adottato da UnAids, agenzia Onu dedicata alla malattia, e dal, se si riuscirà a fare la diagnosi nel 90% dei sieropositivi, a metterne il 90% in trattamento e a ridurre la carica virale nel 90% di questi entro il 2020, si potrebbe raggiungere l’obiettivo di “zero nuovi casi” e “zero morti” nei dieci anni successivi.

Gli ostacoli più grandi
Come molti sanno, non esiste ancora una cura a questo male, ma con un trattamento efficace attraverso farmaci antiretrovirali (Arv) è possibile controllare il virus e il paziente può godere di una vita sana e produttiva. Il problema è che non tutte le persone contagiate sono in grado di ricevere queste cure. L’Oms rivela che nel 2013 sono stati 12,9 milioni le persone che hanno ricevuto queste terapie nel mondo, si tratta di poco più di un terzo dei sopracitati 35 milioni di individui malati, ancora troppo poco.

Questo problema è molto forte nei paesi sottosviluppati come quelli del continente africano dove il numero dei morti è per l’appunto più elevato per la mancanza di cure antiretrovirali e anche perché è molto alta la frequenza di casi di contagio non diagnosticati. Gottfried Hirnschall, che dirige il dipartimento Hiv dell’Oms, spiega infatti che «circa metà di tutte le persone che nel mondo vivono con l’Hiv non sanno ancora di avere il virus e finiscono col contagiarne altre».
Anche la semplice sensibilizzazione e informazione dei giovani che vivono in Africa potrebbe essere determinante nella lotta contro il virus, ma finora le iniziative internazionali e dei singoli paesi non sembrano bastare. Non è un caso se il 70% dei nuovi contagi registrati nel 2013 (i sopracitati 2,1 milioni) è avvenuto nell’Africa subsahariana.

C’è un gap, un divario, tra chi ha accesso a cure, educazione e prevenzione e coloro che non ce l’hanno. L’Oms individua proprio nel “colmare questo divario” la soluzione per debellare il virus in Africa e nel mondo ed è così che si chiama la sua nuova campagna di sensibilizzazione lanciata ieri “Close the gap”. Il segreto per vincere sta nel prevenire le nuove infezioni e nell’accesso alle cure mediche, ed è lì che gli stati più colpiti devono investire.

Chi sta facendo meglio in Africa?
Secondo il Fondo globale per la lotta all’Aids, l’89% di tutte le nuove infezioni si concentra in 30 paesi, la maggior parte dei quali sono africani. In quei luoghi, bisogna investire di più per battere l’epidemia. Ma fino ad ora i paesi interessati come si sono comportati?
La rete di ricerca statistica sull’Africa, Afrobarometer, ieri, in occasione del World Aids day 2014, ha pubblicato un rapporto in cui viene misurata la percezione che gli africani hanno dell’impegno e delle attività portate avanti dai loro governi nella lotta contro l’Aids.

La maggior parte degli africani (69%) ritiene che i propri governi stiano facendo un buon lavoro anche per quanto riguarda il sistema sanitario di base. Ci sono però forti differenze di percezione tra l’Africa sub-sahariana e Nord Africa. Si passa dal Botswana, dove il 94% degli intervistati ha espresso parere positivo, a Tunisia ed Egitto nei quali rispettivamente solo il 18% e il 14% ritengono che le loro istituzioni stiano facendo un buon lavoro (vedi grafico sotto tratto dallo studio). Di positivo emerge, per fortuna, che sono proprio i paesi più colpiti dal virus quelli ad avere una migliore percezione dell’operato del proprio governo, e questo fa ben sperare.