Viaggio apostolico di Benedetto XVI in Benin, 18-20 novembre
La sintesi dell’esortazione apostolica post-sinodale, Africae munus.

Significativo il titolo: Africae munus. La traduzione italiana con “L’impegno dell’Africa” fa intuire la rotta che il Papa intende indicare: rimettere il futuro del continente nelle mani degli africani e della loro chiesa. Ma il vocabolo latino lascia adito a secondi significati: “Il ruolo dell’Africa”, e anche “Il dono dell’Africa”. Nel mondo. Al mondo.

 

L’esortazione apostolica post-sinodale raccoglie quanto emerso dal 2° Sinodo africano, svoltosi nell’ottobre 2009. Nell’ampio documento, tutte le 57 proposte (propositiones) suggerite dai padri sinodali al Papa per la stesura dell’esortazione sono state riprese (alcune più volte), con l’eccezione della n. 16, sulla “fuga dei cervelli”. Il Messaggio Finale del sinodo è citato 13 volte. Scopo dell’esortazione è indicare il programma dell’attività pastorale e della nuova evangelizzazione dell’Africa nei prossimi decenni, sottolineando la necessità di riconciliazione, giustizia e pace.

 

Suddiviso in due parti, più un’introduzione e una conclusione, il documento è fortemente contestualizzato: mentre non tace le tante e drammatiche sfide che l’Africa deve affrontare in molti settori (sanità, politica, economia, ecologia, società), esprime un profondo senso di fiducia nella capacità degli africani: «Un tesoro prezioso è presente nell’anima dell’Africa, in cui scorgo un immenso “polmone” spirituale per un’umanità che appare in crisi di fede e di speranza, grazie alle straordinarie ricchezze umane e spirituali dei suoi figli, delle sue culture multicolori, del suo suolo e del suo sottosuolo dalle immense risorse» (13).

 

La prima parte esamina le strutture fondanti della missione della chiesa nel continente. Si parte dal presupposto che «l’Africa ha bisogno di sentire la voce di Cristo che proclama oggi l’amore per l’altro, anche per il nemico, fino al dono della propria vita, e che prega oggi per l’unità e la comunione di tutti gli uomini in Dio» (13). Si sottolinea l’importanza della purificazione interiore della persona, dell’offerta e accoglienza del perdono, come elementi indispensabili per un processo di riconciliazione, anche se, «per diventare effettiva, questa riconciliazione dovrà essere accompagnata da un atto coraggioso e onesto: la ricerca dei responsabili di quei conflitti, di coloro che hanno finanziato i crimini e che si dedicano a ogni sorta di traffici, e l’accertamento della loro responsabilità. Le vittime hanno diritto alla verità e alla giustizia» (21). Deve finire «la confisca dei beni della terra da parte di una minoranza a scapito di popoli interi» (24) e cominciare, «in maniera risoluta, la giustizia politica, sociale e amministrativa» (27). In vista di una “nuova Africa”, «la chiesa si sente spinta a essere presente là dove l’umanità conosce la sofferenza e a farsi eco del grido silenzioso degli innocenti perseguitati, o dei popoli i cui governanti ipotecano il presente e il futuro in nome di interessi personali» (30).

 

Vari i campi d’azione in cui è chiamata a mettere in pratica il suo ministero di riconciliazione: la difesa della famiglia, che deve diventare sempre più “chiesa domestica” ed essere tutelata da nozioni distorte del matrimonio, dai divorzi facili, dalla banalizzazione della maternità (42-46); la cura delle persone anziane (47-50), degli uomini (51-54), delle donne (55-59), dei giovani (60-64) e dei bambini che, «dono di Dio all’umanità, devono essere oggetto di particolare cura da parte delle loro famiglie, della chiesa, della società e dei governi, poiché sono fonte di speranza e di rinnovamento nella vita (65-68), ponendo fine a tutte le situazioni intollerabili («i bambini uccisi prima della nascita, i piccoli non desiderati, gli orfani, gli albini, i fanciulli di strada, quelli abbandonati, i bambini-soldato, i bambini prigionieri, i piccoli forzati a lavorare, quelli maltrattati a causa di un handicap fisico o mentale, quelli considerati come stregoni, i ragazzi venduti come schiavi sessuali, quelli traumatizzati e senza alcuna prospettiva di un avvenire» (nota 107).

 

La vita nella sua totalità va difesa. Dice il Papa: «Attiro l’attenzione dei responsabili della società sulla necessità di fare tutto il possibile per giungere all’eliminazione della pena capitale, come pure sulla riforma del sistema penale, affinché la dignità umana del carcerato sia rispettata» (83). Netto il no ad aborto, droga, alcolismo, analfabetismo («rappresenta uno dei maggiori freni allo sviluppo: è un flagello simile a quello delle pandemie…  contribuisce alla marginalizzazione della persona, che è una forma di morte sociale» (76).

 

Forte accento posto sul rispetto della creazione e degli ecosistemi, «in favore di un’economia attenta ai poveri e decisamente opposta a un ordine ingiusto che, con il pretesto di ridurre la povertà, ha spesso contribuito ad aggravarla. Dio ha dato all’Africa importanti risorse naturali. Di fronte alla povertà cronica delle sue popolazioni, vittime di sfruttamenti e malversazioni locali e straniere, l’opulenza di alcuni gruppi turba la coscienza umana» (79). «Esorto la chiesa a incoraggiare i governanti a proteggere i beni fondamentali, quali sono la terra e l’acqua, per la vita umana delle generazioni presenti e future e per la pace tra i popoli» (80).

 

Gli stati sono chiamati a fare la loro parte: sono necessari il “buono governo», il rispetto delle costituzioni, elezioni libere (81), sistemi giudiziari indipendenti, amministrazioni trasparenti e non corrotte (82). Fondamentali l’attenzione, anche a livello internazionale, del fenomeno delle migrazioni (84) e la “globalizzazione della solidarietà”, che include il principio di gratuità e la logica del dono come espressione della fraternità» (86).

 

Centrale l’attenzione data al tema del dialogo sia ecumenico («un cristianesimo diviso desta scandalo») (89-90) che interreligioso, che si declina con le religioni tradizionali africane («sono l’humus culturale e spirituale da cui viene la maggior parte dei cristiani convertiti e con cui mantengono un contatto quotidiano») (92-93) e con l’Islam (94).

 

n La seconda parte è rivolta a chi opera “sul campo” nel settore dell’apostolato, quindi a vescovi (100-107), presbiteri (108-112), i missionari (113-114), i diaconi permanenti (115-116), le persone consacrate (117-120), i seminaristi (121-124), i catechisti (125-127), i laici (128-131). Sorprende – e delude – l’ordine “gerarchico” in cui gli “agenti dell’evangelizzazione” sono elencati, sconfessando l’ecclesiologia del Vaticano II, che presentava la chiesa innanzitutto come “popolo di Dio”.

 

Un capitolo intero è dedicato all’evangelizzazione, intesa sia come missio ad gentes, cioè il portare la Buona Novella alle persone che non la conoscono ancora, sia come “nuova evangelizzazione”, cioè verso coloro che non seguono più la prassi cristiana (147-171; è la parte “biblico-teologica” del documento). Tra le proposte operative suggerite: incrementare la lectio divina e l’apostolato biblico; indire un Congresso eucaristico continentale; celebrare ogni anno un giorno o una settimana di riconciliazione o anche realizzare un “Anno della riconciliazione” di tutto il continente; ampliare la schiera dei Santi africani, modelli esemplari di giustizia e apostoli della pace.

 

Per il testo completo dell’esortazione post-sinodale clicca qui