Geopolitica Usa
Si rafforza la presenza militare americana in Africa, in particolare nella fascia saheliana, subsaheliana e nel Corno. In vista, secondo gli osservatori, di una nuova offensiva contro i terrorismo dello Stato islamico, di Boko Haram e di al-Shabaab. Ma non solo.

L’esercito americano, in sordina, da tempo sta rafforzando la sua presenza in Africa. E lo fa sia ampliando la sua unica base permanente nel continente, Camp Lemonnier a Gibuti, sia stabilendo a sud del Sahara una cintura di basi logistiche e operazioni dell’Africom, il comando delle forze armate americane in Africa.

Gli Stati Uniti pubblicamente minimizzano il loro intervento nel continente, ma il dispiegamento di basi ed operazioni mostra la creazione di un baluardo quasi “fisico” ad una possibile espansione del radicalismo islamico dal nord del continente. La cintura è così evidente da essersi già meritata il soprannome di The New spice route (“la nuova via delle spezie”, vedi cartina), mentre analisti affermano che l’esercito Usa si preparerebbe così alla nuova guerra contro il terrorismo, che sarebbe combattuta in Africa, dopo quella più tradizionale, con grande spiegamento di forze, in Afghanistan.

Un articolo riportato da un sito specializzato sull’Africa dell’autorevole giornale inglese, The Guardian, descrive con molti particolari e con un’interessante cartina l’attuale impegno dell’esercito americano, a partire dall’ultimo invio di 300 militari in Camerun alla metà di ottobre, per contribuire alla lotta contro Boko Haram. L’anno scorso fu molto apprezzato dalla Nigeria il lavoro di intelligence a sostegno della ricerca delle studentesse rapite dall’organizzazione terroristica nell’est del paese. Il supporto si concretizzò nell’uso di droni (foto) e nel rafforzamento del contingente militare presente in Ciad. Nell’area saheliana, una base per droni è operativa in Niger dal 2013, ma altre basi simili si trovano nelle isole Seicelle e in Etiopia, nella regione di Arba Minch. I droni sono utilizzati per operazioni di sorveglianza, di identificazione e di distruzione di basi ritenute terroristiche e di militanti, con speciale riferimento ai presunti capi delle formazioni. Si sono verificati, anche in Africa come in Asia e Medio Oriente, “incidenti” in cui sono rimasti coinvolti civili.

Secondo immagini satellitari e documenti del dipartimento americano della difesa, una nuova base per gli aerei senza pilota sarebbe in allestimento a Gibuti, a circa 10 chilometri dalla città, avvalendosi della pista di Chabbeley, dunque vicino a Camp Lemonnier, ma non integrata nella base stessa. L’aeroporto, che fino a pochi anni fa era una pista asfaltata nel deserto, appare ora un insieme di hangar, dischi satellitari e aerei, dice il sito del Diplomat News Network, che ne deduce si tratti di una base per droni dotata di apparati altamente tecnologici.

Operazioni congiunte

Oltre agli avamposti logistici, l’attivismo americano si concretizza con operazioni a sostegno di precisi obbiettivi, come la messa fuori gioco del gruppo terroristico ugandese del Lord Resistance Army (Lra), attivo in Repubblica Centrafricana e nella Rd Congo, con l’obiettivo dichiarato di catturarne il capo, Joseph Kony, ricercato dalla Corte penale internazionale. In Sud Sudan, a Nazra, avrebbero stazionato per anni forze speciali americane, secondo quanto riportato nel testo Tomorrow’s Battlefield, US Proxy Wars and Secret Ops di Nick Turse, specializzato in giornalismo d’inchiesta e che ha scritto molto e in profondità su Africom.

Importante è anche la partecipazione americana in operazioni congiunte, consulenze e training per la formazione degli eserciti, delle forze speciali e di quelle di intelligence in numerosi paesi, in particolare volte al rafforzamento della lotta contro gruppi terroristici come il nigeriano Boko Haram, il somalo al-Shabaab e il maliano Ansar al-Dine. Nel solo 2014, la presenza di Africom si è concretizzata in 11 importanti esercitazioni congiunte terrestri (tra le altre, l’African Lion in Marocco, Western Accord in Senegal, Central Accord in Cameroon, and Southern Accord in Malawi) e alcune operazioni navali come l’Obangame Express nel golfo di Guinea e il Saharan Express nelle acque al largo del Senegal.

Secondo esperti, nel 2014 le diverse attività di Africom nel continente avrebbero raggiunto il ragguardevole numero di 675, quasi due al giorno, contro le 172 del 2008.

A parte Gibuti, dove, con un recente accordo con il governo del piccolo paese dall’enorme importanza strategica, gli americani si garantiscono la presenza per altri trent’anni, l’esercito statunitense è attivo in vari modi lungo tutta la striscia dei paesi saheliani e subsaheliani, e precisamente in Senegal, Mali, Burkina Faso, Niger, Ciad, Repubblica Centrafricana, Sud Sudan, Uganda, Kenya, Etiopia, Somalia, e le Seicelle.