Modello in gioco
Le piccole aziende contadine garantiscono il 70% del fabbisogno di cibo alla comunità mondiale e la biodiversità. È bene ricordarselo nella Giornata dell’alimentazione.

Oggi è la Giornata mondiale dell’alimentazione che si svolge all’insegna dell’agricoltura famigliare, in vista della conclusione del 2014, anno che l’Assemblea generale dell’Onu ha designato come “Anno internazionale dell’agricoltura famigliare”, dell’imminente seconda Conferenza Internazionale sulla Nutrizione (Roma, 19-21 novembre) e dell’Expo 2015 di Milano.

Il dato di partenza è che nel mondo 805 milioni di persone sono denutrite, una cifra tendenzialmente in diminuzione, ma ancora enorme. A fronte del problema, si ha la tendenza a ignorare che l’agricoltura famigliare, quella cioè realizzata dai contadini, donne e uomini, su base familiare o di piccole comunità, è quella che garantisce il 70% della produzione di cibo a livello mondiale, con oltre 500 milioni di aziende agricole a gestione domestica.

Questo modello ha una grande rilevanza dal punto di vista sociale, nel mantenere la coesione delle comunità locali, ma anche economica, poiché consente la sussistenza di una parte importante della popolazione mondiale, e “culturale”, con particolare riferimento alla biodiversità.

Oltre 7.000 colture/piante sono state utilizzate nel corso della storia, ma oggi solamente 30 di queste contribuiscono al 90% delle calorie della dieta della popolazione mondiale. L’agricoltura famigliare è la sola a poter garantire la sopravvivenza della diversità biologica sulla terra, e anche a mantenere un equilibrio ambientale. Si stima che i cambiamenti climatici in corso, derivanti da pratiche agricole non sostenibili ecologicamente, potranno portare a un declino della produttività pari all’8% in Africa e nell’Asia meridionale entro il 2050.

Questi dati sono stati esaminati nel corso del convegno che si è tenuto ieri a Roma, alla Direzione generale di cooperazione allo sviluppo del ministero degli esteri. Nel corso della discussione è emersa la contraddizione delle “regole del gioco” agricolo, che non tengono conto del modello maggioritario dell’agricoltura famigliare rispetto a quella industriale.

Anche per ciò che riguarda l’Unione europea emerge un’incoerenza, quella tra le politiche commerciali e quelle dello sviluppo economico e agricolo in modo particolare. Una recente normativa in Malawi, ad esempio, suggerita dall’Ue, farà divieto ai contadini di utilizzare sementi locali, per ricorrere a quelle d’importazione.

Alle pacate richieste dell’organizzazioni della società civile, ha fatto da contrappunto una più decisa e coraggiosa denuncia da parte del presidente di Slow Food, Carlo Petrini. Secondo il quale, lo sviluppo, e con esso l’agricoltura, sostenibile è diventato uno slogan universale, anche per le multinazionali dell’alimentazione. Ma la sostanza è un’altra. Basti pensare che viviamo contemporaneamente con una diffusa denutrizione da una parte e un crescente spreco alimentare dall’altra.