Da Nigrizia di dicembre 2010: 22,5 milioni di africani sieropositivi e poveri
Le multinazionali del farmaco si muovono con terapie che rendono più difficile la penetrazione del virus nei sieronegativi. Terapie, non vaccini. Una scelta che privilegia pochi nel nord del mondo, deresponsabilizza i singoli e gli stati e penalizza la prevenzione, ma garantisce denaro sonante.

A fine 2008, ultimi dati completi forniti dall’Unaids (Agenzia Onu per l’aids), c’erano al mondo 33,4 milioni di sieropositivi, di cui 31,3 milioni adulti, per metà donne. Quasi 3 milioni le persone infettate nel 2008 (2,3 milioni adulti; 500mila sotto i 15 anni) e circa 2 milioni quelle morte di aids (1,7 milioni adulti; il resto bambini). Nell’Africa subsahariana: 22,5 milioni i sieropositivi; 1,9 milioni gli infettati; 1,4 milioni i morti.

 

Visto il quadro, ci saremmo aspettati che la 18a Conferenza mondiale sull’aids (Vienna, luglio 2010) mettesse al centro il rilancio della prevenzione, rivolta soprattutto al continente africano. Invece, ecco due sorprese.

 

Prima: il Fondo globale per la lotta ad aids, tubercolosi e malaria non riesce a raccogliere i denari necessari per affrontare le malattie in termini di prevenzione e terapia. Quando, nel 2001, Kofi Hannan lanciò il Fondo, disse che sarebbero stati necessari 10-15 miliardi di dollari l’anno per bloccare la diffusione del virus dell’Hiv; da allora, sono stati raccolti 13 miliardi. Per il futuro, a causa della crisi, le donazioni dei paesi ricchi sono destinate a diminuire e perciò si sta discutendo di tagliare molti progetti già previsti per il 2011.

 

La conferenza di Vienna ha distribuito vere e proprie pagelle ai paesi contribuenti del Fondo globale. Maglia nera all’Italia: non ha versato la quota 2009 (130 milioni di euro), quella del 2010 (130 milioni), né i 30 milioni aggiuntivi che Berlusconi aveva promesso al G8 dell’Aquila (luglio 2009); inoltre, il nostro governo non ha preso nessun impegno di finanziamento per gli anni 2011-2013.

 

La seconda sorpresa si chiama PrEP e significa “profilassi pre-esposizione”, ossia la somministrazione di terapie antiretrovirali a soggetti sieronegativi. Questa novità è stata presentata in assemblea plenaria a Vienna dal prof. Julio Montaner, presidente uscente della International Aids Society. La filosofia che sta dietro alla PrEP è questa: «Le terapie sono prevenzione». Cioè, si dà la terapia (gli antiretrovirali) a persone sieronegative, a cominciare da coloro che risultano più esposti al contatto con il virus. Si parla di “coppie discordanti” (sierologicamente discordanti: un partner sieropositivo, l’altro sieronegativo) e di terapie rivolte a una fascia del mondo gay con un’alta promiscuità sessuale. Nel luglio 2011, si terrà a Roma la Conferenza mondiale sulle terapie dell’aids e il tema delle profilassi pre-esposizione avrà un ruolo di primo piano. Il rischio è che il dibattito si svolga unicamente tra esperti e che non vi sia una discussione pubblica.

 

 

Ippocrate sbeffeggiato

In contemporanea con la conferenza di Vienna è uscito un numero speciale della rivista Lancet, con la raccolta delle prime sperimentazioni (con numeri piuttosto bassi), da cui emerge che questo approccio riduce solo parzialmente il rischio d’infezione dei sieronegativi. Ma attenzione: stiamo parlando di terapie, non di vaccini. Le due cose non vanno confuse. Se fosse stato un vaccino, sarebbe stato sperimentato e approvato, ed eviterebbe l’infezione. Le terapie, invece, rendono solo più difficile la penetrazione del virus nell’organismo sano.

 

Si sposta l’attenzione verso le terapie per sieronegativi. Ma poiché è impensabile, in termini economici, che si possa somministrare la terapia a tutti i sieronegativi, è evidente che si tratta di un approccio mirato a gruppi di popolazione limitati e rivolto soprattutto ai paesi ricchi del nord del mondo. Inoltre, si tratta di un approccio che porta a un crollo della prevenzione, anche perché la logica dichiarata da molti ricercatori è questa: prendiamo atto che la prevenzione è fallita e quindi puntiamo su quest’altra strategia. Insomma: ci sono dai 6 ai 9 milioni di sieropositivi che necessiterebbero di terapie e non possono accedervi per il costo dei farmaci, ma intanto si parla di dare terapie a sieronegativi.

 

Vanno sottolineati due aspetti. Questo approccio porta a una deresponsabilizzazione individuale sui comportamenti da assumere: si dà l’illusione a chi magari ha rapporti sessuali con persone sieropositive che, comunque vada, ci sono terapie che proteggono, anche se nessuno sa dire quanto proteggeranno (non è un vaccino). Questa illusione spinge ad abbandonare ogni strategia preventiva, dal sesso sicuro all’uso del profilattico. Inoltre, si toglie responsabilità agli stati, agli enti pubblici, alle regioni, i quali potrebbero ritenere di non avere il mandato preciso di dover puntare sulla prevenzione. Si dirà che è sufficiente che chi tiene comportamenti a rischio assuma prima la terapia.

 

Tutto ciò è il capovolgimento totale dell’abc della storia della sanità pubblica, dal giuramento di Ippocrate in poi, fondata sull’evitare che una persona si ammali (strategie preventive), poi sulla cura, e infine, se non si riesce a curare, sul lenire il dolore. Qui, invece, siamo alla medicalizzazione della vita normale, dell’organismo sano.

 

Va aggiunto che le prime sperimentazioni con la PrEP condotte in Africa hanno fatto emergere un dato estremamente preoccupante: dopo un anno, molti dei sieronegativi sottoposti al trattamento, come accade spesso con i sieropositivi in terapia, sviluppano resistenze agli antiretrovirali, che diventano quindi inefficaci. Sul piano clinico era prevedibile. Il risultato è che, in questo caso, una persona sana si ritrova ad aver “bruciato” una linea terapeutica ancora prima di essersi infettato.

 

Uno dei drammi dell’Africa è che oggi si possono usare solo farmaci di “prima linea”, che hanno alle loro spalle 10-15 anni di vita e si possono ottenere anche a prezzi contenuti. Quando la prima linea non funziona più, si dovrà modificare la terapia con farmaci più recenti e costosi, che nell’Africa subsahariana non sono disponibili. Restano soltanto solitudine e disperazione…

 

 

La strategia del business

Questo è lo scenario che rischiamo di avere di fronte. Ma da dove nasce tutto questo? Dal dominio totale delle grandi multinazionali farmaceutiche su questi temi. La conferenza di Vienna non si sarebbe realizzata senza la loro sponsorizzazione. La strategia della terapia per i sieronegativi è un ulteriore business per le multinazionali del farmaco, destinato a durare decenni.

 

Questo dominio lo si è visto anche nella questione dell’influenza A. Per l’Organizzazione mondiale della sanità la pandemia, fino all’influenza A, era «la velocità di un nuovo virus contro una popolazione umana che non ha difese e che causa alte mortalità e morbilità». Quando è arrivata l’influenza A, l’Oms ha modificato la definizione di pandemia, per la prima volta dal 1948, e oggi dice così: «la velocità di un nuovo virus contro una popolazione che non ha difese immunitarie ». Oggi è, quindi, più facile dichiarare lo stato di pandemia, condizione in cui tutti i percorsi delle ricerche, delle sperimentazioni e dell’immissione di nuovi farmaci sul mercato sono accelerate e hanno corsie preferenziali. Con grande vantaggio per le aziende.

 

Molti esperti presenti nelle commissioni di lavoro dell’Oms, che definiscono i comportamenti degli stati di fronte alle nuove patologie, sono anche consulenti delle principali multinazionali del settore: GlaxoSmithKline, Novartis, Sanofi, ecc. Siamo in presenza di un micidiale conflitto di interessi tra le istituzioni che dovrebbero tutelare la salute pubblica e le multinazionali interessate al profitto. La PrEP è un nuovo capitolo di questa situazione.

 

Non è nemmeno vero che la questione dell’aids sia risolta nell’emisfero nord. Oggi, anche se disponiamo di una trentina di medicine, nessun farmaco e nessuna combinazione di farmaci è in grado di distruggere il virus. Siamo solo in grado di rendere più difficile la penetrazione del virus e di rallentare la sua azione nell’organismo. In questo modo, si guadagnano anni di vita, anche 20.

 

Ma una delle conseguenze è l’aumento del numero delle persone sieropositive viventi. Ad esempio, in Italia sono circa 180mila, un numero che non si era mai raggiunto. Tutti costoro possono trasmettere l’infezione in assenza di comportamenti sicuri. Mai come in questo momento sarebbero necessarie grandi campagne di prevenzione. Delle quali non c’è l’ombra. Il risultato è molto semplice: aumentano le persone infettate, che iniziano la terapia e la proseguiranno per vent’anni o più, con grandi vantaggi per le aziende farmaceutiche.

 

Ma al profitto di queste aziende fanno da contraltare un aumento della sofferenza umana, legata alla condizione fisica e agli effetti collaterali delle terapie, e un aumento esponenziale della spesa sanitaria a carico della collettività. Avere, come avviene oggi in Italia, circa 60mila persone in terapia, con un costo, tra farmaci ed esami, di ben oltre 10mila euro l’anno ciascuna, è cosa impressionante. Non c’è dubbio che, se anche solo una parte di quei soldi fosse investita nella prevenzione e negli interventi formativi, ad esempio nelle scuole, sarebbe possibile contenere la diffusione dell’Hiv.

 

Questo è il cortocircuito infernale che caratterizza la situazione dell’aids nel sud e nel nord del mondo: cortocircuito determinato in gran parte da precise scelte umane.

 




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