Africa / Sanità
La lotta all'Aids sta registrando importanti progressi a livello globale, ma i dati diffusi dalle Nazioni Unite rivelano come molte parti dell'Africa subsahariana siano ancora lontane dallo sconfiggere il virus. Due i punti fondamentali per fermarne la diffusione: il coinvolgimento dei governi sul piano politico e la lotta alla discriminazione su quello culturale.

Il programma delle Nazioni Unite per la lotta all’Hiv/Aids (Unaids) stima che il virus colpisca nel mondo 36,9 milioni di persone, il 70% delle quali nell’Africa sub-sahariana. Il 49% di queste non conosce lo stato della propria malattia, e il 57% non riceve ancora farmaci antiretrovirali.
Le cifre della diffusione restano ragguardevoli, ma nel rapporto annuale pubblicato il 1 dicembre in occasione della Giornata mondiale per la lotta all’Hiv/Aids, Unaids sceglie di guardare il bicchiere mezzo pieno celebrando i progressi compiuti nel garantire il trattamento a 15,8 milioni di persone. Ben 2,2 milioni in più, rispetto a giugno 2014. A livello locale, però, in molti paesi appare ancora lontano l’obbiettivo di garantire trattamenti farmacologici a tutti.

Un impegno anche politico
A fronte di circa 2 milioni di nuovi infetti alla fine dello scorso anno e di 1,2 milioni di morti per malattie legate all’immunodeficienza acquisita nello stesso arco di tempo, le statistiche evidenziano un calo del 35% di nuove infezioni dal 2000 ad oggi. La sfida degli Obbiettivi di sviluppo sostenibile è di arrivare alla diffusione “zero” del virus nel 2030.
Ma per rendere possibile questo sogno, evidenzia il rapporto, è fondamentale l’impegno di tutti, cominciando dai governi. “Fermare l’epidemia – scrive Michel Sidibé, direttore esecutivo Unaids – significa garantire libero accesso a educazione sessuale e servizi sanitari per ogni giovane donna; significa garantire rispetto e dignità nel trattamento sanitario di tossicodipendenti, lavoratori del sesso e transgender; significa, ancora, che i bambini nascano liberi dall’Hiv e che, assieme alle madri, non debbano sopravvivere, ma prosperare”. Per ottenere questo, l’impegno deve essere politico, economico e sociale.

Il fardello della stigmatizzazione
Un aiuto concreto viene dato proprio da questo rapporto che, per la prima volta, non si limita ad un asettico bilancio, ma fornisce paese per paese dettagliate mappe delle zone a maggior diffusione del virus. Le mappe rivelano che le aree in cui vi è un maggior numero di nuovi contagi sono le stesse in cui vi è minor accesso a trattamenti farmacologici, carenza di strutture sanitarie adeguate e persistenza di atteggiamenti discriminatori tra la popolazione. Indicazioni chiare, insomma, per i governi. Perché si tratta di una lotta da combattere anche e soprattutto sul piano culturale.
Stigma e discriminazione rappresentano ancora, infatti, importanti veicoli di diffusione. Essere Hiv-positivo, in gran parte del continente, significa coprire di vergogna l’intera famiglia. Non solo. Molti di coloro che ricevono trattamenti regolari diffondono il virus consapevolmente, attraverso comportamenti sessuali non protetti. Il rapporto evidenzia che l’inizio precoce del trattamento farmacologico rende estremamente improbabile la trasmissione del virus (che viene soppresso), ma nell’Africa sub-sahariana si stima che il 68% delle persone infette mantengano ancora alti livelli di trasmissibilità.