Eritrea / Appello Amnesty
Un rapporto di Amnesty International denuncia le durissime condizioni di vita della popolazione in Eritrea, dove il servizio di leva obbligatoria è in realtà un sistema che si qualifica come lavoro forzato su scala nazionale. Chi diserta e fugge corre grossi rischi. Per questo l’Ong chiede un riparo sicuro per i rifugiati che fuggono da questa condizione.

“L’elevato numero di giovani eritrei in fuga dal servizio militare a tempo indeterminato sta contribuendo all’attuale crisi globale dei rifugiati e si tratta di persone che hanno diritto alla protezione internazionale”. Sono le conclusioni a cui è giunta l’Ong Amnesty International nel suo ultimo rapporto sull’Eritrea, intitolato “Nient’altro che disertori. Come la leva a tempo indeterminato ha creato una generazione di rifugiati” pubblicato la scorsa settimana.
Basato su 72 interviste a eritrei fuggiti dal paese dalla metà del 2014, il rapporto di Amnesty getta nuova luce sulle durissime condizioni in cui si trova a vivere la popolazione della nazione del Corno d’Africa e sui metodi brutali usati dai militari contro coloro che cercano di evitare la leva.
Una condizione grave a tal punto da spingere Amnesty a lanciare un nuovo appello in cui chiede alle autorità eritree di porre fine al servizio militare nazionale a tempo indeterminato e a tutti gli stati di riconoscere il sistema attualmente in vigore come una violazione dei diritti umani.

La situazione
Nonostante le autorità di Asmara dichiarino che la leva duri 18 mesi, il servizio militare continua a essere a tempo indeterminato e a volte va avanti per decenni. Ragazze e ragazzi dai 16 anni così come persone anziane sono obbligati a svolgerlo spesso in condizioni equivalenti a lavori forzati. Per questo chi può cerca di fuggire e proprio i tentativi di evitare la leva hanno reso gli eritrei il terzo più grande numero di rifugiati che tentano di raggiungere l’Europa.
Il governo dell’Asmara sostiene che la leva militare nazionale sia necessaria per ragioni di autodifesa, a causa delle perduranti ostilità con l’Etiopia. Tuttavia, non tutti i coscritti svolgono doveri militari. Molti vengono impiegati in ambiti diversi come l’agricoltura, le costruzioni, l’insegnamento e il servizio civile. “Alcune delle persone intervistate hanno raccontato di essere state sotto leva per oltre 10 anni e addirittura per 15 anni prima di riuscire a lasciare il paese. Altre hanno riferito che i loro mariti o padri sono arruolati da oltre 20 anni” dice il rapporto.
Il servizio militare a tempo indeterminato ha conseguenze negative anche sugli adolescenti, osservano i ricercatori di Amnesty. Molti di loro abbandonano gli studi per evitare l’arruolamento, mentre le ragazze si sposano precocemente sperando che questo le esenti dalla leva. Altri sono costretti a lavorare per sostenere la famiglia mentre i genitori sono sottoposti alla leva.
Infatti la paga base per le reclute non permette un sostentamento adeguato. Quella mensile oscilla dai 27,20 euro ai 30,20 euro, cui vanno tolte poi le tasse.

Scappare è un rischio
Se si prova a fuggire i rischi sono altissimi. Chi viene preso dopo che ha abbandonato la leva o ha cercato di evitare il servizio militare anche provando a lasciare il paese, viene arrestato e detenuto, e “se non viene ritrovato, sono i suoi familiari a essere imprigionati” si legge nel rapporto. Le condizioni di detenzione sono “agghiaccianti”, anche in celle sotterranee o in container per la navigazione. Lo stesso destino attende molti di coloro che vengono rimandati in Eritrea dopo che la loro domanda d’asilo è stata respinta.
Proprio così. Perché, nonostante questo scenario, sempre più spesso gli stati europei rifiutano le richieste d’asilo di chi fugge dal paese. «La situazione cui vanno incontro le persone arruolate in Eritrea sono disperate e smentisce le bugiarde affermazioni fatte da alcuni paesi d’arrivo 8Vedi box a destra), secondo cui molti eritrei che si presentano alle loro frontiere non sono altro che migranti economici» – ha dichiarato Michelle Kagari, vicedirettrice per l’Africa orientale, il Corno d’Africa e la regione dei Grandi laghi di Amnesty International.  
«Queste persone, molte delle quali minorenni, sono rifugiati in fuga da un sistema che si qualifica come lavoro forzato su scala nazionale e che non lascia loro alcuna possibilità di fare scelte su aspetti fondamentali della loro vita» afferma sempre Michelle Kagari. (Fonte: Amnesty.it)

Nigrizia ha già parlato più volte della situazione vissuta dalla popolazione eritrea, sulle sue scelte geopolitiche e sui rapporti tra l’Italia e il regime di Asmara. Ecco due recenti articoli in proposito pubblicati nel mese di novembre:

“Patto di sangue”

“Asmara, una minaccia per la pace”

Nella foto in alto dei migranti eritrei seduti in un centro di detenzione a Subrata in Libia. (Fonte: Daniel Etter). Sopra alcuni giovani soldati dell’esercito eritreo. 

 

La leva obbligatoria in Eritrea
Il servizio militare nazionale, istituito nel 1995, prevede che ogni persona adulta debba svolgere un periodo di leva di 18 mesi. In pratica, tuttavia, un’elevata proporzione di coscritti lo svolge a tempo indeterminato.

Non esiste alcuna norma che consenta lo svolgimento di un servizio civile alternativo per chi obietta al servizio militare per motivi religiosi, etici o di coscienza.

Nel 2014 e 2015 alcuni paesi, tra cui il Regno Unito e la Danimarca, hanno dichiarato che la situazione degli eritrei chiamati alla leva e di altre persone nel paese era migliorata a tal punto che le persone in fuga non avevano più motivi per chiedere asilo. Dal 1° aprile al 30 giugno 2015, il governo di Londra ha respinto in primo grado il 66 per cento delle domande presentate da richiedenti asilo eritrei. (Amnesty)