Da Nigrizia di giugno 2011: Giovanni Paolo II e l’Africa
GP II, beatificato lo scorso 1° maggio, ha difeso i poveri e gli oppressi. E ha avuto nelle genti e nella chiesa d’Africa uno dei suoi punti di riferimento. Un’attenzione ricambiata. Nigrizia, che ha seguito da vicino le vicende africane del Papa, ripropone alcuni passaggi essenziali.

Nel messaggio per la Giornata missionaria mondiale 2001 (aveva già alle spalle tutti i 14 viaggi e i 2 scali in Africa), Giovanni Paolo II sentì il bisogno di dire: «Conservo impresso nel cuore il volto dell’umanità che ho potuto incontrare nel corso dei miei pellegrinaggi in Africa: è il volto di Cristo riflesso in quello dei poveri e dei sofferenti; il volto di Cristo che riluce in quanti vivono come pecore senza pastore». Parole che dicevano il suo interesse e il suo affetto preferenziale per questo continente e la sua accresciuta immedesimazione nello stile di vita africano. Il card. Bernardin Gantin, originario del Benin, per 30 anni a servizio del Vaticano e primo cardinale africano a essere messo a capo di un dicastero vaticano, commentò: «L’Africa è sempre stata al centro del suo cuore». Avrebbe potuto aggiungere che anche Giovanni Paolo II stava al centro del cuore degli africani.

 

Sorprendente l’amore che aveva per l’Africa. E l’Africa gli era riconoscente. Peter K. Sarpong, arcivescovo emerito di Kumasi (Ghana), ricorda: «Il nostro continente è stato – ed è tuttora – considerato “ultimo” da molti nel mondo. Giovanni Paolo II non ci ha mai fatto questo torto. Noi l’abbiamo sentito fratello, amico, padre, pastore, leader, avvocato difensore. Lo è anche oggi dal cielo. Il suo annuncio di un “Vangelo della vita”, nel mezzo di una cultura che egli non esitava a definire di morte, ha incontrato la nostra totale adesione. Noi tutti abbiamo tifato per l’anziano Pontefice e ammirato la sua tenacia nel continuare fino alla fine, anche in condizioni fisiche precarie. Più vecchio e flebile diventava, più vicino a Dio lo sentivamo. Alla fine, era per noi “il grande anziano” del mondo. Ci faceva sentire che condivideva i nostri trionfi e i nostri fallimenti, le nostre gioie e le nostre sofferenze».

 

«Vi lancio una sfida»

Difficile per un occidentale immaginare quale impatto possano aver avuto la sua presenza e le sue parole sulle immense masse africane angustiate, emarginate e indifese. «Intendo essere la voce di chi non può parlare o di chi è costantemente zittito. Voglio essere il difensore degli oppressi. Questi hanno il diritto a un effettivo aiuto, non a semplici briciole di giustizia». Gli africani lo udirono parlare di loro al resto del mondo, richiamando responsabilità internazionali: «Non è lecito starsene con le mani in mano, quando masse di persone muoiono di fame. Né, tanto meno, è possibile rimanere indifferenti, quando i diritti dello spirito umano sono calpestati… Avendo vissuto in una nazione soggetta all’aggressione e all’influenza di stati vicini, capisco cosa significa il vostro sfruttamento. Ho scelto di stare dalla parte dei poveri e dei deboli. Probabilmente, i potenti della terra non apprezzano un Papa così». Le folle africane salutavano queste parole con gioia.

 

Mentre volava da Roma a Luanda (Angola), il 4 giugno 1992, ai giornalisti che gli avevano chiesto cosa andasse a fare in Africa, “grande deserto, continente alla deriva”, disse: «Quanto più l’Africa è abbandonata, tanto più ci si deve andare. E se è un deserto, ci vuole chi gridi in questo deserto». Contrastando il voluto pessimismo della domanda, continuò: «L’Africa si trova contemporaneamente in diverse tappe del suo sviluppo storico: sta costruendo stati-nazione, lasciandosi gradualmente alle spalle il tribalismo… Ma quanti secoli ci abbiamo messo in Europa per questo? L’Africa deve attrezzarsi per partecipare al progresso scientifico e tecnico, ma sta tentando di darsi strutture sociali adeguate a far fronte ai grandi bisogni delle sue popolazioni. Insomma, occorre rispettare il cammino dei popoli africani. Nello stesso tempo, non si può essere indifferenti di fronte a questa sproporzione tra i paesi ricchi e quelli poveri, che chiamiamo sottosviluppo». Poi, alzando la voce, concluse: «Forse non si riuscirà a fare tutto ciò che serve per uguagliare le due parti del mondo, ma almeno ci vorrebbero dei programmi, più attenzione, più rispetto per questa parte del mondo sottosviluppato. Non basta notare la sproporzione: bisogna raccogliere la sfida».

 

Nei numerosi discorsi, Giovanni Paolo II faceva un’analisi quasi spietata della tragica situazione del continente e puntava il dito contro i responsabili, sia esterni che interni all’Africa: «Certi problemi hanno origine fuori del continente e, per questo motivo, non sono interamente sotto il controllo dei governanti e dei dirigenti nazionali. La più grande sfida per realizzare la giustizia e la pace in Africa consiste nel gestire bene gli affari pubblici nei due campi, tra loro connessi, della politica e dell’economia». A volte bacchettava gli africani: «I vostri problemi economici sono resi più gravi dalla disonestà di taluni governanti corrotti, che, in connivenza con interessi privati locali o stranieri, stornano a loro profitto le risorse nazionali, trasferendo denaro pubblico su conti privati in banche estere. Si tratta di veri e propri furti, qualunque ne sia la copertura legale». Loro, però, non si scandalizzavano, ma lo ascoltavano attentamente. E annuivano e applaudivano quando dava suggerimenti: «Auspico vivamente che gli organismi internazionali e persone integre di paesi africani, o di altri paesi del mondo, sappiano apprestare i mezzi giuridici adeguati per far rientrare i capitali indebitamente sottratti. Anche nella concessione di prestiti è importante assicurarsi circa la responsabilità e la trasparenza dei destinatari».

 

Paragonate alle parole rivolte all’Africa da altri grandi della terra, quelle di Giovanni Paolo II risultavano sempre le più vere. E gli africani accorrevano per vederlo e ascoltarlo. Ed era sempre festa di popolo. Anche la stampa locale era tutta con lui. Il Daily Nation di Nairobi nell’agosto 1985: «È l’unico uomo non africano capace di creare in terra d’Africa assemblee di quasi 2 milioni di persone ». Il redattore capo de La Semaine di Brazzaville riassumeva così il sentire della stampa africana: «Il Papa ci ha veramente sedotti».

 

Santità e guerre

Al Papa polacco piaceva molto fare beati e santi. Li ha fatti anche in Africa: la congolese Clementina Anuarite, la sudanese Bakhita, il catechista congolese Isidoro Bakanja, il monaco nigeriano Iwene Cipriano Tansi, la malgascia Vittoria Rasoamanarivo. «La lista dei santi che l’Africa dona alla chiesa e al mondo – lista che è il suo più grande titolo di onore – continua ad allungarsi». Credeva, forse più di ogni altro, che anche in Africa sono esistiti ed esistono grandi testimoni di quel Cristo di cui si diceva rappresentante e portavoce. Mons. Buti Joseph Tlhagale, arcivescovo di Johannesburg (Sudafrica): «Canonizzando alcuni africani, egli ha voluto dire all’intero mondo cattolico che i figli e le figlie del “continente nero” sanno praticare le virtù in modo eroico, e che la chiesa africana ha raggiunto la maturità nella fede. Gli ultimi arrivati nella comunità cattolica possono con diritto asserire di essere genuini discepoli del Cristo risorto».

 

Dopo aver “accompagnato” in cielo beati e santi, tornava con i piedi per terra e fissava i suoi occhi in milioni e milioni di africani immersi nella miseria. Non li commiserava mai. Parlava loro di lavoro. Diceva che dovevano guadagnarsi il pane con il sudore della loro fronte e che era giunto il momento di smetterla di dipendere dai “pacchi dono” inviati dall’estero. «Se il continente africano vuole avere il rispetto del mondo, i suoi popoli devono lavorare più sodo di quanto non abbiano fatto in passato. La vita per gli africani può essere resa più umana soltanto attraverso il loro lavoro».

 

Nessuno si sentiva offeso da queste sue parole: era come se tutti dessero per scontato che lui avesse il diritto e l’autorità di parlare loro in questo modo. Anche perché, subito dopo, invocava la cancellazione del debito estero che il continente aveva nei confronti del Nord: «Un debito che gli africani non potrebbero mai pagare, se non strangolando le proprie economie e causando indicibili sofferenze e perfino morte». Lui, «pellegrino a nome di Cristo», parlava di questioni sociali, e teneva a sottolineare: «La questione del benessere socio-economico della persona umana è parte essenziale dell’annuncio evangelico».

 

L’Africa che Giovanni Paolo II visitò era dilaniata da guerre, spesso combattute per procura, da conflitti fratricidi, da genocidi, da crimini inenarrabili di natura etnica, da scandalosi sfruttamenti delle sue risorse naturali da parte del mondo ricco. Sapeva di essere giunto in un continente che pareva indulgere volutamente in un processo di autodistruzione, e anche disposto – almeno in molti dei suoi leader – a piegare la testa davanti alle potenze mondiali, sempre più bramose di continuare a fare del continente una loro riserva di caccia. E lui prestava la sua voce a molti che nel continente non avevano voce per condannare quell’inaccettabile stato di cose. Lanciava appelli (storico quello per il Sahel nel suo primo viaggio del 1980), varava iniziative, scuoteva coscienze : «In nome della giustizia, supplico i miei fratelli e sorelle nell’umanità di non disprezzare gli affamati di questo continente».

 

Scomodo e profetico

Pensatori occidentali si sono strappati le vesti quando l’hanno udito in Africa condannare la “mentalità contraccettiva”, propugnare la famiglia come “santuario di vita” e opporsi a “unioni omosessuali”. Mons. Tlhagale: «Noi, invece, abbiamo sentito che si schierava decisamente con e per noi. Illuministi dalle menti oscurate pretendevano – e pretendono – di sapere meglio di noi cosa è bene per noi. Non importa – loro – se ciò che suggeriscono (e vorrebbero imporci) è un chiaro capovolgimento dei nostri valori morali. Non è una questione che li riguarda! E mentre si proclamano “araldi della libertà”, ci ricattano: “Niente profilattici, niente aiuti”».

 

Spesso e volentieri, Giovanni Paolo II prendeva posizione su questioni morali ed ecclesiali, causando controversie in ambienti ecclesiali in tante parti del mondo. Le reazioni nella chiesa africana erano infinitamente più blande. Spiega Laurenti Magesa, teologo tanzaniano: «In quei momenti, quegli argomenti erano avvertiti da noi africani come marginali. Le nostre vere preoccupazioni erano ben altre: giustizia, pace, sicurezza, buon governo, sopravvivenza… Questioni quali il sacerdozio alle donne, l’aborto, le unioni omosessuali – realtà che il Papa ha sempre giudicato moralmente e teologicamente inaccettabili – apparivano oscure ed eccentriche diatribe “di un altro mondo” agli occhi dei semplici fedeli africani, alle prese con le pesanti realtà di scandalose povertà e di mortifere carestie».

 

Ci fu, tuttavia, un’eccezione a riguardo della pandemia dell’aids che aveva colpito ogni regione del continente. Governi, chiese e organismi umanitari non avrebbero potuto ignorare, o anche solo sottovalutare, una simile tragedia. La maggior parte dei governi e gruppi di interesse della società civile consigliavano l’uso del preservativo come metodo di prevenzione. Il Papa, però, ripeteva il suo secco “no”. Magesa: «Lo faceva, per non svilire – secondo lui – la moralità sessuale e incrinare la santità del matrimonio. Vedeva l’uso del sesso confinato negli ambiti di un matrimonio legittimo e fedele. Al di fuori di un tale contesto, tutti sono chiamati a fare sforzi eroici per astenersi da ogni rapporto sessuale. Un atteggiamento, questo, da adottare anche da parte di due sposi, qualora uno di essi fosse malato e potesse infettare l’altro. Agli occhi del Papa, questo era il solo rimedio all’epidemia».

 

Quasi tutti i vescovi africani si schierarono con il Papa, almeno in pubblico e a livello di disciplina ecclesiale. Una sparuta minoranza, tuttavia, la pensava diversamente: data la situazione di una coppia sposata, con un partner sieropositivo e incapace o non pronto ad astenersi dall’uso legittimo dei propri diritti sponsali, il ricorso al profilattico era da considerare un “male minore” e, pertanto, un obbligo morale da parte dello sposo infetto. Il Papa sapeva questo. Non scomunicò nessuno, ma continuò a richiamare l’ideale.

 

In tutti i suoi viaggi africani, Giovanni Paolo II intese sfidare le chiese locali dell’intero continente a diventare agenti di evangelizzazione, abbandonando definitivamente l’etichetta di “chiese di missione”, imposta loro dalle chiese occidentali, per assumere di diritto la qualifica di “chiese missionarie” aperte al mondo intero. Questo lo scopo che lo indusse, per la prima volta nella storia della chiesa, a invitare i rappresentanti delle chiese d’Africa a celebrare un sinodo (1994).

 

Se si chiede quanto Giovanni Paolo II sia riuscito a entrare nel cuore degli africani – cristiani, musulmani, seguaci delle religioni tradizionali – e se la decisione di beatificarlo abbia incontrato il loro consenso, la riposta è stata data dalle centinaia di milioni di persone che, in ogni parte del continente, il giorno dei suoi funerali e in quello della sua beatificazione sono rimasti incollati agli schermi dei televisori: nel 2005, per dare il loro ultimo saluto all’uomo che si era battuto per la dignità di ogni essere umano e aveva donato loro un raggio di speranza; il 1° maggio scorso, per dire il loro “sì” al suo essere intronizzato nel mondo dei “morti-vivi”, come “grande anziano” bianco tra gli antenati africani.

 

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La sua Africa, i viaggi

Fu il leader mondiale che più visitò il continente. Vi compì 16 viaggi (lui li definiva “pellegrinaggi”), per un totale di 208mila chilometri. Visitò 42 nazioni. Pronunciò 418 discorsi.

 

1°) 1980, 2-12 maggioZaire (oggi Rd Congo), Congo, Kenya, Ghana, Alto Volta (oggi Burkina Faso), Costa d’Avorio. Da Ouagadougou, nel cuore di un’Africa colpita dalla siccità e dalla desertificazione, lancia a tutti i responsabili degli stati e a tutti gli uomini e le donne del mondo il suo primo storico appello per il Sahel.

 

2°) 1982, 12-19 febbraioNigeria, Benin, Gabon, Guinea Equatoriale. «Un pellegrinaggio alle radici della chiesa missionaria». Congedandosi dall’Africa, dice: «La persona africana ha bisogno di uno spazio di libertà, di creatività; ha bisogno d’istruzione, ha un senso acuto della giustizia e vuole vivere in pace; ha soprattutto il senso del mistero, del sacro, dell’assoluto».

 

3°) 1985, 8-19 agostoTogo, Costa d’Avorio, Camerun, Repubblica Centrafricana, Zaire (Rd Congo), Kenya, Marocco. A Casablanca incontra i giovani musulmani: «Il dialogo tra cristiani e musulmani oggi è più necessario che mai. Esso deriva dalla nostra fedeltà verso Dio e suppone che sappiamo riconoscere Dio con la fede e testimoniarlo con la parola e con l’azione in un mondo sempre più secolarizzato e, a volte, anche ateo… I giovani possono costruire un avvenire migliore se pongono anzitutto la loro fede in Dio e se si impegnano a edificare questo nuovo mondo secondo il piano di Dio, con sapienza e fiducia».

 

4°) 1986, 1° dicembre – Concelebrazione eucaristica a Victoria (Seicelle), al rientro da un viaggio in Asia.

 

5°) 1988, 10-20 settembreZimbabwe, Botswana, Lesotho (beatificazione di Joseph Gérard, dei missionari Oblati di Maria Immacolata), Swaziland e Mozambico (10-20 settembre); scalo tecnico imprevisto in Sudafrica. Rinnova l’appello per il Sahel.

 

6°) 1989, 28 aprile-6 maggio – A 4 mesi dall’annuncio del Sinodo africano (6 gennaio), il Papa torna per la quinta volta nel continente. Visita: Madagascar (beatificazione di Victoire Rasoamanarivo), La Réunion (beatificazione del missionario francese, fratel Bernard Rousseau Scubilion), Zambia e Malawi.

 

7°) 1989 – Isola di Maurizio (14-16 ottobre 1989), al ritorno dalla Corea e dall’Indonesia.

 

8°) 1990, 25 gennaio-1° febbraioCapo Verde, Guinea-Bissau, Mali, Burkina Faso, Ciad. A Ouagadougou rinnova l’accorato appello per il Continente africano: «In nome della giustizia, supplico i miei fratelli e sorelle nell’umanità di non disprezzare gli affamati di questo continente».

 

9°) 1990, 1-10 settembreTanzania, Burundi, Rwanda e Costa d’Avorio. A Yamoussoukro (Costa d’Avorio) consacra la Basilica di Nostra Signora della Pace.

 

10°) 1992, 19-26 febbraioSenegal, Gambia e Guinea. Il Papa sosta in preghiera sulla “porta senza ritorno” della “Casa degli schiavi” sull’isola di Gorée.

 

11°) 1992, 4-10 giugnoAngola, São Tomé e Príncipe. A Luanda (Angola), capitale di un paese dilaniato da lunghi anni di guerra civile e da poco ritornato alla pace, rinnova il monito: «Mai più la guerra!», e lancia un accorato appello a favore dei milioni di rifugiati del continente.

 

12°) 1993, 3-10 febbraioBenin, Uganda e Sudan. Da Kampala annuncia che l’assemblea sinodale avrà luogo a Roma in aprile-maggio 1994. Intensa la sosta (di appena 9 ore) a Khartoum (Sudan), dove conforta e rinfranca una piccola chiesa che attraversa una difficile prova.

 

13°) 1995, 14-20 settembreCamerun, Sudafrica, Kenya. Il Papa firma e consegna alla chiesa africana l’esortazione post-sinodale La Chiesa in Africa.

 

14°) 1996, 14 aprileTunisia: toccante incontro con «il piccolo gregge radicato in una terra bagnata dal sangue dei martiri dei primi secoli cristiani».

 

15°) 1998, 21-23 marzoNigeria, per la beatificazione di padre Iwene Tansi. 16°) 2000, 24-26 febbraio – Pellegrinaggio giubilare al Monte Sinai; visita al Cairo e al Monastero di Santa Caterina (Egitto).

 

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Temi pastorali: il Regno di Dio come orizzonte

Giovanni Paolo II visitò l’Africa sempre come «apostolo di Cristo», sospinto da quella che lui definiva «pastorale itinerante del Papa». Toccò i temi salienti delle società africane e invitò le chiese a impegnarsi senza paura nel rilancio della missione nel continente.

 

Inculturazione – Per una chiesa africana

L’inculturazione designa la penetrazione del messaggio cristiano in un dato ambiente e i nuovi rapporti che si stabiliscono tra il Vangelo e la cultura di tale ambiente. La chiesa locale particolare, come membro della chiesa universale, ne è il primo soggetto. Questo processo è molto progredito con le visite di Giovanni Paolo II, che ne parlò in numerose occasioni, incoraggiando a integrare la fede e la vita cristiana nelle culture africane.

 

Patrimonio da valorizzare: «Ciascun paese africano, dopo aver ricevuto la fede da pionieri insigni venuti da fuori, deve vivere il Vangelo con la sua sensibilità e le sue qualità proprie; deve tradurlo non solo nella sua lingua, ma anche nei suoi costumi, tenendo conto dei valori umani del proprio patrimonio» (Togo, 1985).

 

Islam – Dialogo costruttivo

L’incontro con le popolazioni musulmane e il dialogo con i loro rappresentanti fu una delle preoccupazioni costanti di Papa Wojtyla, soprattutto nei paesi africani dove la religione islamica è largamente maggioritaria, se non religione di stato. «Sono venuto per rinsaldare vincoli di comprensione e fraternità, nel rispetto e stima per i pregevoli valori religiosi che nutrite», disse ai capi musulmani in Nigeria (1982). «Se nel passato ci si è persi in polemiche e in guerre, è giunto il momento di cambiare le nostre vecchie abitudini, di rispettarci e stimolarci gli uni gli altri nelle opere di bene nel cammino di Dio» (Marocco 1985).

 

Convivenza possibile:«È innegabile che il dialogo tra cristiani e musulmani assume una importanza sempre crescente nel mondo di oggi. Ed è anche una questione delicata, essendo ambedue le religioni profondamente impegnate nella diffusione della propria fede. Ma, obiettivamente, esiste un fondamento ben saldo sul quale è possibile costruire il rispetto e la collaborazione reciproci: esso consiste nel riconoscere a ogni individuo il diritto inalienabile e il solenne dovere di seguire la propria retta coscienza nella ricerca della verità e nell’adesione ad essa» (Tanzania, 1990).

 

Razzismo e schiavismo – La dignità dell’uomo

L’immagine forse più famosa di Giovanni Paolo II in Africa è quella che lo ritrae pensoso di fronte all’oceano sulla porta della “Casa degli schiavi”, nell’isola di Gorée, al largo di Dakar (Senegal). Da quel luogo, diventato il simbolo di una tra le pagine più odiose della storia dell’umanità, il Papa chiese perdono a Dio e agli uomini per quel «crimine enorme» commesso anche da cristiani. Contro il razzismo si pronunciò più volte: «L’apartheid è un’ingiustizia clamorosa, che solleva l’indignazione del mondo e della chiesa» (Camerun 1985); «Dovete assumervi l’impegno di combattere ogni forma di discriminazione razziale» (ai vescovi dell’Africa Australe, 1989); «Invito tutti a unirsi nella sfida della solidarietà per superare il fallimento morale del razzismo» (Sudafrica 1995).

 

«Peccato contro l’uomo e Dio»: «Durante un intero periodo della storia del continente africano, uomini, donne e bambini neri sono stati condotti in questo piccolo luogo, strappati dalla loro terra, separati dai loro congiunti, per esservi venduti come mercanzia. Essi venivano da tutti i paesi e, in catene, partivano verso altri cieli… Si può dire che quest’isola rimane nella memoria e nel cuore di tutta la diaspora nera. Quegli uomini, quelle donne e quei bambini sono stati vittime di un vergognoso commercio, a cui hanno preso parte persone battezzate ma che non hanno vissuto la loro fede… Occorre che si confessi in tutta verità e umiltà questo peccato dell’uomo contro l’uomo, questo peccato dell’uomo contro Dio» (Isola di Gorée, Senegal, 1992).

 

Conflitti – Pellegrino di pace

In Africa, Giovanni Paolo II incontrò popoli stremati dalle guerre, milioni di profughi, vittime innocenti della violenza. «L’Africa ha bisogno di pace» (Camerun 1995); «la pace si costruisce sulla giustizia sociale, il rispetto dei diritti umani, mettendo fine agli abusi di potere, allo sfruttamento dei più deboli e indifesi; si costruisce, quando i bilanci nazionali sono finalmente stornati dalla creazione di armi sempre più potenti e mortali e sono devoluti per il reperimento di cibo e materie prime per i fondamentali bisogni umani» (Nairobi, 1985); «coloro che alimentano le guerre in Africa con il traffico di armi sono complici di odiosi crimini contro l’umanità» (La Chiesa in Africa, 1995).

 

«Basta col sangue»: «Sento il dovere di evocare le violenze di cui sono vittime le popolazioni del Rwanda. Si tratta di un vero e proprio genocidio, di cui purtroppo sono responsabili anche dei cattolici. Sono vicino a questo popolo in agonia e vorrei richiamare la coscienza di tutti quelli che pianificano questi massacri e li eseguono. Essi stanno portando il paese verso l’abisso. Tutti dovranno rispondere dei loro crimini davanti alla storia e, anzitutto, davanti a Dio. Basta col sangue!». (Recita del Regina coeli, 15 maggio 1994).

 

Identità e sviluppo – «Cercate la vostra strada»

Incrollabile la fede di Giovanni Paolo II nell’uomo africano e nei valori della sua cultura. Ai «cari figli del continente» indicò «l’esigenza di cercare una “via africana allo sviluppo”, autonoma dai progetti storici nati in Occidente», invitando i popoli africani a «rigettare l’umanesimo riduttore del materialismo teorico e consumistico tendenzialmente dominanti in Occidente», per far leva «sull’umanesimo trascendente». Pressanti gli inviti a guardare alle radici che sono rappresentate dalla «cultura africana nel rapporto “ecologico” con la natura, nella dimensione personale e comunitaria della vita, in una visione del mondo in cui il “sacro” trova la sua centralità» (Ghana, 1980).

 

Tesoro originale: «Avete un vero tesoro da cui voi potete e dovete trarre del nuovo per l’edificazione del vostro paese, su un modello originale e tipicamente africano, fatto di armonia tra i valori del suo passato culturale e i dati più accettabili della civiltà moderna. Restate molto vigilanti di fronte ai modelli della società che sono fondati sulla ricerca egoistica del benessere individuale e sul dio-danaro, o sulla lotta di classe e la violenza dei mezzi. Ogni materialismo è una sorgente di degradazione per l’uomo e di asservimento della vita in società» (Costa d’Avorio, 1980).

 

Famiglia – Paradigma della chiesa

Grande fu l’attenzione che Giovanni Paolo II dedicò alla “famiglia africana”, che giudicava «l’ambiente naturale di accoglienza e protezione della vita, attraverso la solidarietà comunitaria». Non esitò a enumerarne alcuni «limiti ancestrali», tra cui la poligamia, e metterla in guarda da minacce moderne (individualismo, materialismo, indebolimento dei valori spirituali e morali, aumento dei divorzi, matrimoni irregolari, aborto…). Ma forte era in lui la convinzione che «l’Africa percepisse la vita coniugale proprio come Dio l’ha intesa: feconda e aperta alla vita». Riconosceva «un ruolo primordiale alla donna, poiché è la madre a essere generalmente il primo evangelizzatore», ed è la donna che può garantire «una migliore qualità della vita sociale e il progresso della nuova Africa: l’Africa della vita».

 

«Caro bambino africano»: «Desidero rivolgere una parola finale a una persona molto speciale che è tra di voi, dovunque io guardi. È il bambino nigeriano: ciascun bambino e ciascuna bambina creata ad immagine e somiglianza di Dio. È al bambino di questo grande paese, creatura dotata di dignità umana e di diritti inalienabili, che riflette l’amore di Dio nei suoi occhi e lo esprime attraverso il suo sorriso, che lascio il mio messaggio di fratellanza, di amicizia e di amore. Io ti chiedo, bambino caro, di trasmettere questo messaggio ai tuoi fratelli e alle tue sorelle e ai bambini che verranno dopo di te. (…) Hai più potere di tutte le centrali nucleari del mondo, perché hai il potere di portare pace e felicità al mondo: potere che è tuo, perché ti viene da Dio» (Nigeria, 1982).

 

Povertà e debito – I conti non tornano

«È soltanto una domanda retorica chiedersi quanti fanciulli e neonati muoiono ogni giorno in Africa, perché le risorse vengono impiegate per pagare il debito?» (Zambia, 1989). Sul problema del debito estero dei paesi poveri Giovani Paolo II intervenne più volte e con toni decisi. Contribuì in modo determinante a stimolare l’impegno delle Conferenze episcopali dei paesi ricchi a creare e mantenere una forte attenzione dell’opinione pubblica, costringendo le istituzioni finanziarie internazionali e i governi dei paesi occidentali a non depennare dalla loro agenda un tema tanto scomodo. «Rivolgo un pressante appello al Fondo monetario internazionale, alla Banca mondiale e a tutti i creditori, perché alleggeriscano i debiti che soffocano le nazioni africane» (La Chiesa in Africa, 1995).

 

Slancio solidale: «Constatiamo con tristezza che fra i popoli esistono enormi distanze: tragiche differenze di aspettativa di vita e di mezzi disponibili per l’istruzione e la salute; differenze profonde nel godere della libertà si traducono in un riconoscimento tanto disuguale della dignità umana. Nel momento in cui tutti dovrebbero avvicinarsi, che peso grava su alcuni fratelli e sorelle quando vengono definiti “stranieri”, “rifugiati”, “emigrati”? Che uso facciamo dei beni della terra, dell’intelligenza e del cuore? Tanti tesori ci sono affidati; possiamo, per egoismo, tenerli per noi? Come possiamo ignorare che sono beni comuni, beni per la vita dell’unica umanità?» (Senegal 1992).


 


 



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