Sudan
Il fallimento ad Addis Abeba (Etiopia) dei negoziati tra il governo del Sudan e i movimenti di opposizione armata sudanesi, affama decine di migliaia di persone nelle zone controllate dal Splm-N. Nei villaggi, come quello di Yabus nello stato del Nilo Azzurro, tra guerra e siccità si stenta a vivere e non è possibile far arrivare aiuti umanitari.

È giorno di mercato a Yabus, il centro principale delle zone controllate dal Splm-N nello stato sudanese del Nilo Azzurro.
Fin dal giorno precedente carovane di asini provenienti dalla vicina Etiopia hanno ammassato nel centro del villaggio qualche sacco di cipolle, caffè, fagioli, sapone e altri generi di prima necessità introvabili nella zona. Verdure, frutti selvatici, pasta di arachidi, manioca vengono invece trasportati sulla testa dalle donne, provenienti da zone lontane anche otto ore di cammino. Cesto pesante molti chili in testa, bambino legato alla schiena, in gruppetti raggiungono le stradine del villaggio in cui venderanno i pochi prodotti di una terra potenzialmente fertile e ricca, ma devastata dalla guerra e dalla siccità. Non c’è stata pioggia quest’anno da luglio a ottobre; il sorgo, cereale base dell’alimentazione della popolazione, piantato in maggio, è cresciuto e poi bruciato nei campi.

Sempre in guerra
Il riaccendersi del conflitto con il governo centrale di Khartoum si è anche portato via molte speranze di una vita diversa. Gli sforzi per meglio organizzare e aumentare la produzione agricola sono in gran parte sfumati. Si sono sciolti i gruppi di donne che producevano verdure sulla riva del fiume che lambisce il villaggio; le motopompe hanno bisogno di manutenzione, il carburante è introvabile e, spesso, sopra la testa vola l’Antonov, l’aereo da bombardamento che è un vero incubo da queste parti e si porta via le energie della gente. 
Il villaggio stesso si è spostato. È stato abbandonato il centro originale, in cui erano stati costruiti i servizi principali, e la gente si è ricostruita una capanna diversi chilometri più in là, nel fitto della foresta, per sfuggire ai bombardamenti che nei mesi scorsi, sono stati quasi quotidiani. “Yabus Bala”, Piccola Yabus, viene ora chiamato. Piccolo, perché gran parte della popolazione ha attraversato il vicino confine con il Sud Sudan o con l’Etiopia, e ora vive da rifugiato in uno dei sette campi profughi, quattro in Sud Sudan e tre in territorio etiope, che ospitano circa 250.000 persone, su una popolazione totale del Nilo Azzurro di poco più di 1 milione e 200.000 mila.
Il poverissimo mercato, in cui le donne espongono ordinatamente su piccoli pezzi di stoffa mucchietti di pomodorini, di ocra, di peperoncino e di radici e frutti selvatici – che vengono raccolti solo nei periodi di emergenza alimentare – serve una popolazione di circa 70.000 persone, quella rimasta nelle zone controllate dall’Splm-N. La situazione alimentare è critica. Almeno 18 persone sarebbero già morte di fame, secondo i dati raccolti dal segretariato per l’agricoltura. Ma il peggio verrà nei prossimi mesi, quando saranno finite le magre scorte rimaste dal raccolto dell’anno scorso.

Niente accordo né aiuti umanitari
Nell’ennesimo round delle trattative di pace che si è tenuto dal 19 al 23 novembre scorsi ad Addis Abeba, sotto l’egida dell’Unione Africana, il primo punto in discussione era l’accesso agli aiuti umanitari per la popolazione delle zone controllate dall’Splm-N, nel Nilo Azzurro e nelle Montagne Nuba, in cui il governo di Khartoum non autorizza il lavoro delle organizzazioni dell’Onu e delle Ong. Molte erano le speranze che questa volta si fosse vicini ad un accordo. A Juba, Jafar Jakalu, ex commissario della regione di Baw, ora profugo in uno dei campi della contea di Maban, in Sud Sudan, era pronto a partire per raggiungere la delegazione e discutere i dettagli operativi dell’intesa. «L’accesso al cibo – diceva – è il prerequisito necessario perché la gente creda che il governo voglia veramente la pace». Ma i colloqui si sono conclusi con un nulla di fatto e le speranze ancora una volta sono state deluse.
Anzi, perfino gli aiuti raccolti da organizzazioni sudanesi per gli sfollati nel territorio sotto l’amministrazione di Khartoum sono generalmente bloccati. Il 26 novembre, dice un sito sudanese in lingua araba, il governo non ha permesso a un gruppo di attivisti della società civile di consegnare medicinali e altri beni di prima necessità a migliaia di persone sfollate nelle vicinanze di Damazin, la capitale dello stato. La ragione: se soccorrono la popolazione colpita dal conflitto sono di certo sostenitori dell’Splm-N.
Intanto, dicono le informazioni che arrivano a Yabus, il governo sta ammassando truppe e armi pesanti nelle vicinanze del fronte. L’esercito governativo ha attaccato anche durante i colloqui di Addis Abeba, assicura Babiker Mohammed, capo militare della zona. A quanto pare, invece degli aiuti alimentari, ancora una volta arriverà la campagna che l’esercito di Khartoum sferra tutti gli anni in questo periodo.

Nella foto il mercato di Yabus, nello stato del Nilo Azzurro in Sudan.

 

Scheda informativa

Il Nilo Azzurro è teatro di un conflitto scoppiato il 3 settembre del 2011 tra il governo di Khartoum e l’Splm-N, cioè il partito nato dopo la separazione del Sud Sudan e che porta avanti l’eredità dell’Splm nel nuovo Sudan. Questo stato è abitato da una popolazione africana, per questo marginalizzata dal progetto di arabizzazione e islamizzazione del governo dell’Ncp (National Congress Party) del presidente sudanese Omar al Bashir, ha partecipato alla lotta di liberazione, conclusasi con la firma dell’accordo globale di pace nel 2005, contro il governo centrale di Khartoum. Gli accordi di pace prevedevano una consultazione popolare per stabilire quale tipo di legame avrebbe dovuto esserci con il governo centrale di Khartoum. La consultazione popolare non è mai stata organizzata e il 3 settembre del 2011 l’esercito governativo ha di fatto preso possesso delle istituzioni del Nilo Azzurro. Il governatore regolarmente eletto, Malik Aggar, membro dell’Splm-N è sfuggito alla cattura ed è ora presidente dell’Splm-N.
Nella stessa situazione si trova il Sud Kordofan, dove il conflitto è scoppiato nel giugno del 2011, a seguito delle elezioni, il cui risultato non è stato accettato dall’Splm-N.

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