Dal numero di gennaio: Arte africana
È il titolo della mostra d’arte africana che si può visitare fino al 20 giugno. “Forme e storia dell’arte africana nella Collezione Corsi”, il sottotitolo. «Le forme delle sculture sono molto varie, ma comune è l’intensità espressiva, perché tutte realizzate quando la fede ancestrale era ancora salda».

 Chiunque abbia, anche solo per una volta, messo la punta del piede nell’oceano dell’arte africana si è subito accorto di quanto profondo esso sia e di quali tempeste vi imperversino. Non è facile trovare e mantenere la giusta rotta. Se però ci si entra accompagnati da Fabrizio Corsi, che da decenni nuota – e a suo agio – in questo immenso mare, allora il tuffarcisi dentro può rivelarsi un’esperienza appagante; al limite, perfino il naufragarci non farebbe male.

 

La possibilità di questa immersione è oggi offerta dalla mostra di 140 opere d’arte africane, allestita dal noto collezionista al Museo africano di Verona, presso la casa madre dei missionari comboniani. I pezzi esposti offrono una visione etnico-storica della scultura africana. Provengono dall’Africa subsahariana e presentano la sorprendente varietà di forme che quest’arte ha assunto lungo i secoli nella vita dei gruppi etnici di questa immensa regione.

 


 

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«L’arte in Africa è una combinazione di elementi antichi e nuovi», spiega Corsi. «Forse pochi sanno che il continente è stato in passato la culla di importanti regni e imperi, che si sono influenzati a vicenda, certamente in termini anche politici, ma soprattutto culturali. Miti, simboli, tradizioni comuni e oggetti di culto dall’impianto di base assai simile si sono diffusi, lungo i secoli, dal Mali all’Angola, a dimostrare le potenzialità culturali degli innumerevoli gruppi etnici presenti nella vasta area. Partendo da una base comune, ogni gruppo ha elaborato uno stile specifico, rendendo le proprie manifestazioni artistiche riconoscibili e creando così un mirabile universo di arti varie e originali».

 

Abbiamo incontrato il collezionista mentre allestiva la mostra e gli abbiamo rivolto alcune domande.

 

Lei ha già organizzato numerose mostre in diverse città italiane. Cosa la spinge a questo impegno?

Nell’arco di 40 anni, ho allestito più di 20 esposizioni pubbliche. Ricordo in particolare la prima, nel 1973, al Palazzo Ducale di Pesaro. Fu proprio in quell’occasione che decisi di dedicare la mia vita alla realizzazione di un museo di arte africana in Italia. È per me quasi una necessità: non ho mai collezionato opere per il piacere estetico solipsistico, ma con l’intenzione, fin dall’inizio, di farle conoscere al vasto pubblico. Ho cercato, quindi, di essere il più distaccato possibile dal mio gusto personale, per focalizzare la mia attenzione sul contenuto “oggettivo” dell’opera.

Questo lavoro è, innanzitutto, l’espressione della mia ammirazione per la grande umanità degli africani, uomini e donne, che per 30 anni m’hanno ospitato nei loro paesi, contribuendo in modo decisivo a forgiare la mia personalità. C’è poi anche il desiderio di diffondere la conoscenza di una bellezza estetica particolarmente ammirevole, intrinseca alla maggior parte degli oggetti antichi.

Tenga presente che, quando ho iniziato questa attività, l’arte africana era poco conosciuta in Italia. Oggi lo è un poco di più. Il crescente numero di africani neri presenti nel nostro paese rende particolarmente utile il mio lavoro. Conoscere la storia e l’arte di questi nuovi compagni di viaggio significa “viverli” come persone dalle quali possiamo imparare molto, proprio perché portatori di paradigmi di vita e di valori diversi dai nostri.

 

Le sue mostre hanno sempre un tema diverso.

E la ragione è presto detta: in genere, ho in mente una specifica sezione di pubblico alla quale dedico idealmente un’esposizione. “Viaggio in fondo alla notte”, presso il Museo degli sguardi di Rimini, sull’arte delle etnie dell’Equatore, un universo culturale in grande misura ancora da scoprire, voleva essere una mano tesa nella ricerca di collaborazione da parte di studiosi, collezionisti, antiquari. “Black Mother”, sull’arte delle donne africane, si rivolgeva prevalentemente al mondo femminile italiano. “Il cantico delle creature”, sulle sculture di animali, fu pensata per i bambini. Ed ora eccomi qui alle prese con quest’ultima mostra, cui ho dato il titolo “Il tempo ritrovato”. Ritrovato da chi? Dai molti africani presenti in Italia. È a loro che intendo offrire la possibilità di riflettersi nei 140 oggetti esposti e ritrovare le loro radici e la loro identità culturale. Essendo stato io stesso per molto tempo un migrante, conosco bene il senso di vuoto che deriva dallo spaesamento e dalla solitudine culturale.

 

Veniamo al suo sogno di creare un museo di arte africana in Italia. L’ha già realizzato, quando ha ceduto la sua collezione al Museo di scienze naturali di Bergamo. Oggi, però, ha ripreso quel sogno. Gli oggetti di questa mostra fanno parte di una seconda collezione.

La prima collezione è stata un progetto, durato vent’anni, alla base del quale c’era un atto di amore nei confronti sia della civiltà nera sia dell’Italia. Ceduta la raccolta al museo di Bergamo, la mia paternità è stata oscurata per mettere sotto i riflettori la persona dello sponsor. Atto grave, se compiuto da una città dalle grandi tradizioni come Bergamo; gravissimo, se perpetrato da un Museo di scienze naturali, che dovrebbe essere uno specchio di verità.

Da notare che tutto questo è avvenuto senza che gli studiosi del settore, ben consapevoli dell’accaduto, facessero sentire la loro voce. Anzi, largamente diffusa era la voce che la raccolta fosse un ammasso di oggetti di nessun conto. Al punto che, nel 1998, il nuovo direttore del Museo, dott. Marco Valle, pur conoscendomi, mi accolse gelidamente e mi apostrofò: «M’è stato detto che la tua collezione non vale un granché». Darei il mio cavallo per conoscere i nomi di coloro che hanno fatto simili affermazioni. Oggi, tuttavia, il dott. Valle, consapevole dell’importanza della raccolta, è in grado di capire quanto incompetenti e malevoli fossero quelle dicerie e può comprendere pure quanto coraggio io abbia avuto per espormi, in tante mostre pubbliche, alle critiche di un establishment così stupidamente cattivo.

La nuova raccolta nasce da questo stato di cose, come reazione a un mio dolore lancinante, anche perché assolutamente ingiusto. Di recente, dopo che esperti internazionali hanno analizzato la prima collezione, ne è stato riconosciuto il grande valore. Nella nuova guida del Museo, infatti, s’inneggia: «Nel 1989 la sezione etnografica prende letteralmente il volo… con una stupenda collezione di oggetti africani, collezionati con competenza da Fabrizio Corsi».

 

Com’è cambiato il mercato dell’arte  nera negli ultimi 40 anni?

Fra il 1970 e il 1995 erano rari i reperti autentici e i loro prezzi erano altissimi. Nel 1976 pagai una statua bambara 12 milioni di lire, quando il prezzo medio di una scultura “datata” si aggirava intorno al milione. Va tenuto presente che queste opere sono oggetti o strumenti di culto e che nei loro confronti i seguaci delle religioni tradizionali nutrivano quanto meno un timore reverenziale. Da dieci anni a questa parte, invece, il mercato africano è letteralmente inondato da sculture, non poche delle quali di grande rilievo. I prezzi sul mercato al quale attingo sono crollati. Oggi pago prezzi medi molto inferiori, in termini assoluti e relativi, rispetto al passato. All’origine di questa abbondanza c’è, da una parte, l’attenuazione del credo nella fede ancestrale, dall’altra le conversioni degli africani all’islam, religione intollerante nei confronti degli “idoli”.

 

Ritiene moralmente accettabile raccogliere reperti che hanno grande importanza storica per le etnie che le hanno prodotte, e magari avvantaggiarsi delle condizioni di povertà in cui versano i loro possessori per comperare a basso prezzo sculture che nel mercato occidentale hanno un grande valore?

In verità, quando costituii la prima raccolta, ritenendo rari gli oggetti che collezionavo, mi ponevo di continuo questa domanda, risolvendola nel senso di proseguire la mia ricerca in ragione dell’uso pubblico che intendevo dare alla raccolta. Proposito che ho poi mantenuto. Inoltre, avevo deciso di porre una clausola nel contratto di cessione, che prevedesse il ritorno dei reperti ai paesi d’origine dopo un determinato arco di tempo (pensavo a una cinquantina d’anni). Il dott. Ambrosetti, direttore dei musei di Reggio Emilia, però, mi spiegò che nessuna organizzazione avrebbe mai accettato una tale condizione. Negli ultimi 10 anni ho cambiato opinione e acquisto senza più remore morali. Nella maggior parte dei casi, si tratta di opere in legno, materiale deperibile se conservato in modo inadeguato. Le sculture rischierebbero di essere distrutte, specialmente per mano di religiosi musulmani fondamentalisti, oggi in aumento in Africa.

L’odierna grande disponibilità di reperti rende praticabili nuovi percorsi. Penso, ad esempio, agli organismi internazionali che finanziano progetti in tutto il continente. Via via che gli stati africani diventano più solidi, questi enti potrebbero anche pensare all’apertura di musei d’arte, che costituirebbero anche un’attrazione turistica. Mi piace segnalare che l’Italia ha contribuito a creare tre musei in Camerun, in paese bamileké, con sculture di buon livello e che funzionano molto bene.

 

Perché un visitatore del nostro museo dovrebbe visitare la sua esposizione?

In questa mostra ho cercato di selezionare gli oggetti in modo da avere un livello estetico complessivamente omogeneo. Le forme delle sculture sono assai varie, ma comune è l’intensità espressiva, perché tutte realizzate in periodi durante i quali la fede ancestrale era ancora salda. Insomma, anche i neofiti, purché dotati di sensibilità e di cultura, potranno emozionarsi, se il loro spirito è aperto a ciò che è altro da loro. Quanto al grande popolo dei mercatini, riceverà un forte conforto morale dalla mia esposizione, che lo incoraggerà a proseguire nei suoi acquisti. Il mio augurio è che utilizzino il materiale in loro possesso in modo costruttivo.

 


 



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