Da Nigrizia di novembre 2010: intervista al coordinatore dell’Ue alla lotta al terrorismo
De Kerchove: «Il Mali è il santuario dell’Aqmi. I militanti sono soprattutto mauritani. I capi, algerini. Offrono molti soldi e opportunità. Bisogna svuotare la loro capacità attrattiva e ridare un ruolo forte allo stato in quelle aree». Pronti, a Bruxelles, 10 milioni di euro da investire su questi temi.

Per preoccuparsi della sicurezza nel Sahel, l’Unione europea non ha atteso l’esecuzione del cooperante francese, Michel Germaneau, rivendicata il 25 luglio dagli schermi di Al Jazeera dal capo di al-Qaida nel Maghreb islamico (Aqmi), Abdelmalek Droukdel. O il rapimento, il 16 settembre, di sette ostaggi: 5 francesi, un togolese e un malgascio. L’Ue è talmente determinata a proseguire su questa strada, che il presidente del Mali, Amadou Toumani Touré, ha chiesto, l’8 settembre, l’appoggio del parlamento europeo per un maggiore impegno in questa direzione.

 

Secondo il coordinatore della lotta al terrorismo nel consiglio dell’Unione europea, Gilles de Kerchove, il Sahel figura tra le priorità incluse nello Strumento per la stabilità, un fondo europeo istituito per erogare, nel periodo 2007-2013, aiuti finanziari a garanzia di condizioni stabili per lo sviluppo umano ed economico e la promozione dei diritti dell’uomo, della democrazia e delle libertà fondamentali nell’ambito della politica dell’Ue. In questo fondo sono stati previsti 2 miliardi di euro da erogare per stabilizzare l’area saheliana. Dall’inizio dell’anno, de Kerchove ha visitato i tre paesi più colpiti dalla strategia di Aqmi (Mali, Mauritania e Niger), per raccogliere le informazioni necessarie alla linea europea di “sicurezza e sviluppo” nella regione.

 

Dottor de Kerchove, quali pericoli avete identificato?

Abbiamo di fronte un cocktail di minacce. Ad esempio, negli ultimi mesi abbiamo individuato una rotta diversa per il traffico di cocaina. Il percorso, controllato dai cartelli colombiani, in questi ultimi anni risaliva la costa occidentale dell’Africa: entrava dalla Guinea-Bissau, saliva in Mauritania, per finire in Marocco. Ora, si è aperta una seconda tratta, che prevede un passaggio in Mali. Lo scorso anno, un grande aereo ha effettuato un atterraggio di emergenza nel nord del Mali. Il sospetto è che fosse pieno di cocaina. Continuiamo a monitorare anche il grande flusso di hashish che parte dal Marocco e attraversa il Sahel, per approdare in Medio Oriente. Restano intensi anche i traffici di sigarette e di armi di ogni tipo, dal Ciad o dall’Africa Orientale. Vi è poi l’immigrazione clandestina. Queste le principali minacce criminali dell’area, alle quali si è aggiunto il terrorismo Aqmi. Si tratta di un’evoluzione dell’algerino Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento (Gspc), che da due o tre anni si è trasformato in al-Qaida nel Maghreb islamico. Il tentativo è quello d’imboccare la via del rilancio. Collegarsi con il network di al-Qaida, infatti, vuol dire migliorare la propria immagine e accrescere il numero di adepti, grazie alla retorica qaidista. Abbiamo visto due katibas, gruppi terroristici, stabilirsi nel nord del Mali e attaccare in territorio nigerino e mauritano. Ma non in Mali, poiché considerano questo paese quasi un santuario. È lì che reclutano. Lì cercano di costruire ponti con la setta islamica di Boko Haram, nel nord della Nigeria, tenendo rapporti di complicità, di connivenza o di comunanza d’interessi anche con i vari trafficanti.

 

C’è poi, in quell’area, l’insicurezza causata dai disordini tra le comunità nel nord del Niger e del Mali, principalmente i tuareg.

I tuareg costituiscono una popolazione non sufficientemente considerata da Bamako e Niamey. Hanno ottenuto degli accordi – su iniziativa della Libia, in Niger; grazie all’Algeria in Mali – ma li giudicano non ancora applicati. Tali accordi prevedono l’integrazione degli ex combattenti tuareg nell’esercito e il decentramento amministrativo. L’insoddisfazione dei tuareg, dunque, è un ulteriore fattore d’instabilità in paesi molto poveri, colpiti dalla siccità e dalla malnutrizione, che hanno subito colpi di stato, in un’area collocata alle porte dell’Europa. È molto importante, di conseguenza, che l’Unione europea capisca in fretta l’importanza di questi temi e cerchi di affrontarli nel modo più integrato possibile.

 

Si parla anche di minacce di tipo ideologico.

In effetti, c’è del proselitismo che arriva soprattutto dal Pakistan. Ci sono state delle realtà dell’Arabia Saudita che hanno finanziato centri islamici, per cercare di trasformare l’islam locale – malekita, sufi e moderato – in un movimento più radicale. Il caso è molto evidente in Mauritania. Questo è preoccupante. Un terzo dei combattenti Aqmi viene dalla Mauritania. Parlo della base, perché i capi sono algerini. Il resto è un miscuglio: ci sono maliani, nigerini, marocchini, tunisini. Ma il grosso dei militanti qaidisti, in entrambi i katibas, viene dalla Mauritania. Questa non è una coincidenza. Molti giudici in Mauritania sono stati educati alla shari’a dal centro islamico.

 

Gli stati del Sahel riconoscono che esiste questo fenomeno di radicalizzazione della religione?

Non molto, per ora. Mentre c’è il riconoscimento della minaccia terroristica, ed è già un passo nella giusta direzione. Ma il fenomeno della radicalizzazione è complesso da gestire, perché lo stato non può interferire, immischiarsi, nell’organizzazione religiosa. Una buona azione sarebbe quella di sostenere in questi paesi l’islam millenario, quello tradizionale.

 

Come?

Ad esempio, con i dipartimenti per gli affari religiosi. Ma non spetta all’Ue decidere qual è l’islam buono e quale il cattivo. Il nostro ruolo è richiamare l’attenzione sull’esistenza di un proselitismo esterno, che presenta un pericolo potenziale in termini di sicurezza.

 

Di fronte a questo cocktail di minacce, voi proponete una strategia europea di “sicurezza e sviluppo”. In che cosa consiste?

Vogliamo portare avanti una strategia integrata. È un approccio semplice, ma difficile da attuare. L’idea base è che non ci possa essere sicurezza senza sviluppo. Se non si offrono opportunità ai giovani nella regione di Kidal, nel nord del Mali, essi si lasceranno attrarre dalle sirene di Aqmi o dai trafficanti di ogni risma. Perché è lì che trovano i soldi. Ma è altrettanto vero che non può esistere sviluppo senza sicurezza. Se non si è sicuri nel nord del Mali e in Niger, la criminalità crescerà, il turismo crollerà e si entrerà in una spirale infernale. Per questo cerchiamo di lavorare su entrambi i poli: sviluppo e sicurezza. Ma ormai non vi è più alcun dubbio che molto del denaro destinato allo sviluppo è andato – e va tuttora – a finanziare l’acquisto degli armamenti militari o la formazione della polizia. Per questa ragione, vogliamo che, nell’ambito del 10 ° Fondo europeo di sviluppo (Fes), si privilegino gli aspetti che potrebbero svuotare la capacità attrattiva dei terroristi o dei trafficanti. Penso che, entro la fine dell’anno, l’Ue potrebbe dotarsi di questa strategia. Non partiamo da zero. Da un anno e mezzo, cerchiamo di concentrare i bilanci disponibili sullo strumento della stabilità e sul Fes. La cosa importante è che questo tema diventi una priorità politica per tutti gli stati europei. I nostri esperti sono già al lavoro. Abbiamo costruito strade per “aprire” il nord del Mali. Cerchiamo d’indirizzare gli aiuti nelle zone dove ci sono problemi di sicurezza, perché siamo convinti che ciò consentirà a questi paesi di entrare in un circolo virtuoso. Tentiamo, anche, di aiutare i mauritani a dotarsi di una giurisdizione speciale sul terrorismo. Sosteniamo la buona governance, il decentramento e lo sviluppo di microprogetti volti a facilitare l’occupazione giovanile. Formiamo poliziotti, compresi quelli di frontiera, e giudici. Stiamo pure studiando la possibilità di creare una scuola regionale sahelo-sahariana sulla sicurezza, dove maliani, nigerini e mauritani possano lavorare e crescere professionalmente insieme. Penso che sarebbe utile se gli attori di questi tre paesi avessero la possibilità di conoscersi, accrescendo la reciproca fiducia, per migliorare la risposta a livello regionale a una minaccia che è regionale. Tuttavia, i recenti avvenimenti hanno contribuito a rendere difficili i loro rapporti.

 

Nello stesso tempo, i cooperanti sono nel mirino. È difficile lavorare su questo terreno.

Ecco perché abbiamo bisogno, da subito, di avere maggiore sicurezza in quell’area. Personalmente, sono un grande fan del piano maliano di creare dei poli di sicurezza e di sviluppo, che consistono nel ridare un ruolo forte allo stato in quella zona, ricostruendo, intorno alle basi militari, le funzioni tipiche del governo, soprattutto in materia sanitaria ed educativa. Solo così si può ricreare una comunità. Oggi non ci sono più rappresentanti di Bamako al di là di Gao e Kidal, nel nord del Mali. Si tratta di ridistribuire la sovranità statuale su tutto il territorio. Ciò richiede un investimento sulla sicurezza. Esiste già una tabella di marcia, che ho discusso con il presidente del Mali, Amadou Toumani Touré. Da sei a otto stati membri dell’Ue si sono impegnati in questo programma, così come il Canada e gli Stati Uniti. L’Europa potrebbe mobilitare, a breve, oltre 10 milioni di euro su questi temi.

 

(Box)

Operazioni al-Qaida in Africa dal 1998

7 agosto 1998 – Attentati contro le ambasciate americane di Nairobi (Kenya) e Dar es Salaam (Tanzania); più di 200 morti e 5mila feriti.

4 giugno 2005 – Attacco contro una pattuglia mobile dell’esercito a Lemgheity (Mauritania); 15 morti.

11 aprile 2007 – Attentati ad Algeri contro il palazzo del governo e un commissariato; 33 morti e 57 feriti.

11 dicembre 2007 – Due attentati in altrettanti quartieri di Algeri; colpita anche la sede dell’Onu; 72 morti e oltre 200 feriti.

24 dicembre 2007 – Assassinio di quattro turisti francesi ad Aleg (Mauritania).

22 febbraio 2008 – Rapimento di due turisti austriaci al confine tra Tunisia e Libia; liberati il 31 ottobre 2008 in Mali.

14 settembre 2008 – Imboscata a Taurine (Mauritana) a un’unità militare locale; decapitati 11 soldati e una guida.

14 dicembre 2008 – Rapimento in Niger di due diplomatici canadesi e del loro autista; liberati il 22 aprile 2009 in Mali.

22 gennaio 2009 – Rapiti quattro cittadini europei in Niger; tre sono liberati tra il 22 aprile e il 12 luglio; il britannico Edwin Dyer è ucciso il 31 maggio.

23 giugno 2009 – Assassinato a Nouakchott (Mauritania) un dirigente americano di una organizzazione non governativa.

8 agosto 2009 – Attentato suicida contro l’ambasciata francese a Nouakchott; feriti 2 gendarmi francesi.

26 novembre 2009 – Rapito il francese Pierre Camatte a Ménaka (Mali); liberato il 23 febbraio 2010.

29 novembre 2009 – Rapiti in Mauritania 3 spagnoli, membri della ong Barcelona Acción Solidaria; un ostaggio è liberato in Mali il 10 marzo; gli altri due, il 23 agosto.

18 dicembre 2009 – Rapiti, al confine tra Mauritania e Mali, i due coniugi italiani, Sergio Cicala e Philomène Kabourée; rilasciati il 17 aprile.

20 aprile 2010 – Rapito l’agente umanitario francese Michel Germaneau, a Inabangaret (Niger); la sua morte è annunciata il 25 luglio.

30 giugno 2010 – Attacco contro le forze di sicurezza algerine nei pressi di Tinzaoutine, alla frontiera con il Mali; 11 i militari uccisi.

11 luglio 2010 – 76 i morti di due attentati a Kampala (Uganda); gli attacchi sono rivendicati da Al Shabaab (“gioventù”), gruppo islamista somalo.

16 settembre 2010 – Ad Arlit, nel nord del Niger, rapite 7 persone (5 francesi, 1 togolese e 1 malgascio), impiegati di due compagnie francesi che si occupano di energia nucleare: la Areva e la Satom.

 



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