Da Nigrizia di febbraio: traiettorie di un’espansione
Gli ultimi sequestri di occidentali nelle regioni del Sahara e del Sahel mettono in luce la strategia e le alleanze di Al-Qaida in queste regioni, ma anche l’inerzia e la debolezza dei paesi coinvolti.

I paesi al centro degli ultimi atti di terrorismo e dei sequestri sono Mauritania, Niger e Mali, fino a qualche anno fa risparmiati dal fondamentalismo islamico e dalla sua violenza. I sequestri, così come gli attacchi terroristici limitati finora all’Algeria, alla Tunisia, alla Mauritania, portano il marchio di Al-Qaida nel Maghreb islamico, la formazione dissidente degli irriducibili algerini del Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento (Gspc), che si è posta l’obiettivo di estendere la sua influenza in tutta l’Africa sahariana e nel Sahel.

Per restare ai sequestri, basti citare i casi dei due diplomatici canadesi rapiti in Niger nel dicembre 2008 e rilasciati quattro mesi più tardi in Mali, e dei quattro turisti europei, sequestrati nel gennaio 2009 in Niger e liberati anch’essi in Mali, ad eccezione dell’inglese Edwin Dyer, assassinato perché il governo si sarebbe rifiutato di pagare il riscatto. Sono ancora nelle mani dei sequestratori i tre operatori umanitari spagnoli, rapiti in novembre in Mauritania; il francese Pierre Camatte, rapito in novembre in Mali; l’italiano Sergio Cicala e la moglie Philomène Kabouree, originaria del Burkina Faso, rapiti in dicembre.

I governi, compreso quello italiano anche dopo la missione del ministro degli esteri Frattini in Mauritania e Mali all’inizio di gennaio, hanno adottato una politica della riservatezza assoluta e del silenzio stampa per agevolare la liberazione degli ostaggi.

Le modalità dei sequestri e delle trattative, che hanno portato in modo del tutto discreto al pagamento di pesanti riscatti e alla liberazione di alcuni fondamentalisti, fanno emergere una presenza di Al-Qaida nel Maghreb del tutto diversa da quella della sua origine algerina. Alla manovalanza dei rapimenti parteciperebbe, infatti, la criminalità organizzata che si è installata da alcuni anni in questa regione pochissimo popolata dell’Africa per condurre i propri traffici: armi, droga ed esseri umani. La natura desertica e l’assenza di controlli in un’area così vasta hanno favorito l’installazione di bande che agiscono come formazioni indipendenti, con la conoscenza di uno specifico territorio, unite da un legame “organico”. Il vincolo è rappresentato dai traffici che presuppongono non solo accordi tra i gruppi, ma anche complicità con le autorità locali, militari compresi.

In questo quadro, la presenza di Al-Qaida non deve stupire. Qui non può godere di quell’appoggio “popolare” che in un primo tempo ha avuto il terrorismo nei paesi maghrebini. Manca il tessuto sociale nel quale il terrorismo delle origini si è potuto parzialmente radicare. Già il Gspc si era dovuto ritirare dalle città algerine e mutare tipo di azioni: non più il “corpo a corpo” durante gli assalti alle persone, ma attacchi armati, autobombe e kamikaze, che segnano una certa distanza dalle vittime. Al-Qaida si è adeguata a questa mutata situazione, ritirandosi nel profondo sud algerino. Da qui il passo nei paesi vicini è stato breve, facilitato da una presenza dei militari ancor più rarefatta rispetto a quella dell’esercito algerino.

Bisogna riconoscere che sono frammentarie le prove della collusione tra criminalità organizzata e Al-Qaida. Ad aggiungere confusione è il tentativo di due governi – Mali e Niger, impegnati contro la dissidenza tuareg – di attribuire a quest’ultima la responsabilità dei sequestri e della criminalità. All’inizio di gennaio sono comparsi davanti a un tribunale di New York tre cittadini del Mali, a giudizio per traffico di droga e terrorismo. Erano stati arrestati a dicembre in Ghana, dopo aver accettato da agenti americani, presentatisi come esponenti delle Farc colombiane, di trasportare la droga in Europa attraverso l’Africa del Nord e la Spagna, sotto la protezione di Al-Qaida.

Reclutamento
Più esplicito Antonio Mario Costa, responsabile dell’Ufficio dell’Onu su droghe e crimine (Unodc), il quale, lo scorso dicembre, davanti al Consiglio di sicurezza, ha confermato l’esistenza di due flussi di droga che si congiungono nel Sahara: quello dell’eroina dall’Africa Orientale e quello della cocaina dall’Africa Occidentale, lungo nuovi itinerari che attraversano il Ciad, il Niger e il Mali. «Le droghe non arricchiscono solo il crimine organizzato – secondo Costa – ma anche i terroristi e le forze antigovernative», che in questo modo finanziano l’acquisto di armi e le proprie truppe. A sostegno di questa collusione, Costa cita il ritrovamento fortuito, all’inizio di novembre, della carcassa di un Boeing 727, atterrato nella regione di Gao (Mali), proveniente dal Venezuela, schiantatosi al momento del decollo, dopo aver scaricato 10 tonnellate di cocaina.

Al-Qaida avrebbe iniziato la regionalizzazione del reclutamento, non più esclusivamente algerino. Mauritania in particolar modo, ma anche Niger e Mali, sono caratterizzati dall’influenza crescente delle monarchie del Golfo, che finanziano moschee, centri culturali, pubblicazioni a stampa e multimediali, introducendo nell’islam nero, tradizionalmente aperto, elementi di fondamentalismo. Se a questo si aggiunge la povertà cronica di questi paesi, si comprende come si stiano formando gli ingredienti per una seppur ridotta base sociale del fenomeno terrorista.

I governi interessati reagiscono con prudenza. Respingono le accuse di complicità con il terrorismo, che deriverebbe dalla corruzione dei loro apparati amministrativi e militari. Accettano che Stati Uniti e diversi paesi europei equipaggino e addestrino alla lotta al terrorismo i militari, ma senza clamore, per non suscitare reazioni che potrebbero alimentare la propaganda fondamentalista. Sta di fatto, però, che le forze armate della regione sono pressoché assenti sui fronti più caldi del terrorismo, e non solo per insufficienza di mezzi.

È dell’inizio dell’anno la polemica tra il Mali e l’Algeria: questa accusa il vicino di scarso impegno, malgrado l’aiuto in armi e materiale per controllare la zona desertica che segna il lungo confine comune. Nel frattempo, la proposta di un vertice dei capi di stato della regione per coordinare gli sforzi contro il terrorismo non si è ancora concretizzata. L’Unione africana si è dotata di diversi strumenti di prevenzione e di lotta contro il terrorismo, a cominciare dalla Convenzione del 2002, che rimangono però poco utilizzati, a causa della sfiducia e dei reciproci sospetti che regolano i rapporti tra i governi.

 


 



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