L'aria che tira – Novembre 2019
Gianni Silvestrini

All’inizio di settembre in Sicilia, alla scuola politica Gibel, ho incontrato Julia Dahr, una giovane regista norvegese che ha presentato il suo film Grazie per la pioggia. Julia, andata in Kenya per documentare le conseguenze del cambiamento climatico, racconta la vita di una famiglia di contadini durante un drammatico periodo di siccità terminato con una tempesta che distrugge la loro capanna.

Il film segue la presa di coscienza del capofamiglia Kisilu che non si rassegna e, anzi, diventa un attivista contro l’emergenza climatica, organizza incontri e avvia ovunque campagne di piantumazione di alberi. Un modo per ridurre l’erosione dei suoli, evitare la deforestazione, facilitare l’allevamento di bestiame, ricavare frutti. E assorbire CO2 contribuendo alla lotta contro il riscaldamento globale.

Nel 2015 Kisilu viene invitato a Parigi alla Conferenza sul Clima dove pronuncia un appassionato intervento di denuncia. Raccontando questa storia, il film ha alimentato la discussione nelle scuole, nei villaggi su un rischio particolarmente grave in un continente sempre più minacciato dall’emergenza climatica.

Secondo l’IPCC, l’organizzazione scientifica delle Nazioni Unite sul clima, le temperature cresceranno in Africa, infatti, più della media mondiale, con un aumento di 4 °C a fine secolo nello scenario base. Ma l’attività di Kisilu è pienamente nel solco delle iniziative di Wangari Maathai, una biologa kenyana insignita nel 2004 del Nobel per la Pace «per il suo contributo alle cause dello sviluppo sostenibile, della democrazia e della pace». Maathai aveva lanciato nel 1977 il Green Belt Mouvement, coinvolgendo migliaia di donne delle aree rurali in un movimento che ha portato a far crescere 45 milioni nuovi alberi.

È interessante osservare come questo messaggio si stia rapidamente diffondendo. Quest’anno, nella sola giornata del 29 luglio, su iniziativa del governo etiopico una grande mobilitazione popolare ha consentito di piantare ben 350 milioni nuovi alberi.

E anche la sensibilità sull’emergenza climatica si sta estendendo, come dimostrato dalle manifestazioni del 20 e 27 settembre. Tra le migliaia di città del mondo che hanno organizzato marce per il clima, erano presenti anche molti centri africani e, fatto molto significativo, anche qualche villaggio.

Green Belt Movement
Wangari Maathai dà vita al Movimento della Cintura Verde (Green Belt Movement), cominciando dal giardino di casa, dove pianta un alberello; poi fa la stessa cosa nel bel mezzo del mercato locale. Il suo movimento ha finito per piantare oltre 45 milioni di piante in ogni regione dell’Africa.