I COLORI DI EVA – ottobre 2011
Elisa Kidané

Ormai abbiamo fatto il callo a linguaggi che non aiutano a percorre la via dell’integrazione tra i popoli. Grazie anche ai mass media. Basti pensare a come viene descritta l’Africa. Qualche esempio.

A come Africa: una miniera di culture, popoli, ricchezze naturali; vi vivono un miliardo di persone; la parola, però, è usata spesso come sinonimo di miseria e povertà; per descrivere un degrado, si dice «come in Africa».

B come benessere: esperienza quotidiana che diverse popolazioni africane hanno declinato come possibilità di “essere-bene”; definizione rara nelle terre del profitto ad ogni costo. Perché non pensare all’Africa come a una vera occasione per imparare nuovamente come “essere-bene”?

C come colore. Ne è colpito chi visita una qualsiasi parte dell’Africa; la parola è usata invece per definire una persona nera. Forse una via di mezzo tra negro e terzomondiale? E se si provasse a dire semplicemente uomo, donna, bambino, a prescindere dal colore epidermico?

D come dibattito. In Africa lo si usa per raggiungere un accordo; da noi, invece, anima tavole rotonde e convegni in cui si discute “di loro”, dell’immigrazione, dei problemi dell’Africa, delle donne africane; dibattiti in cui il protagonista non c’è, o è spettatore muto.

E come emergenza. Spesso questa parola fa parte della vita del continente, ma è anche la sola leva che dà diritto all’Africa di avere un suo spazio nei media.

F come fotografia. L’Africa viene giornalmente offesa a mezzo stampa. Le foto belle del continente riguardano paesaggi, flora, fauna… Ma come sono raffigurati i bimbi, le donne e i popoli? Prostrati, affamati o in guerra. A fin di bene, certo. Ma è solo così che sì può descrivere la straordinaria umanità del continente? Pubblicherei simili foto, se il soggetto raffigurato fosse mio fratello, mia madre, mia sorella? O l’Africa è per noi ancora un ammasso di “corpi” senza identità?

G come giacimenti. Di petrolio, coltan, oro, diamanti… L’Africa ne è piena. Ma scegliamo di definirla come alla lettera “P”.

H come harambee, termine swahili per dire “l’unione fa la forza”; non sempre onorato dai politici africani, ma non per questo da accantonare. Oggi che abbiamo smarrito il senso del bene comune, ci può solo far bene lasciarci riscaldare da questo sogno. Africano.

I come immigrazione: diritto fondamentale, pratica antica quanto il mondo, via di salvezza e di sopravvivenza; questo e altro ha significato per tutti i popoli del mondo. Oggi che è il turno dei popoli d’Africa, la parola è diventata la madre di tutti i guai dell’Occidente.

L come lei: pronome personale di cortesia, secondo il vocabolario italiano; si può usare anche rivolgendosi a un immigrato.

M come Miriam Makeba: un nome, una vita, una donna d’Africa. Il giorno della sua morte (Castel Volturno, 10 novembre 2008), dissi a una persona che ama definirsi innamorata dell’Africa: «Oh mio Dio, è morta la Makeba!». Risposta: «E chi è?».

N come nero o negro. Black is beautiful, si diceva una volta; oggi il termine è sinonimo di catastrofi . I giornali ne abusano. Traffico in tilt: “bollino nero”. Borse in caduta libera: “venerdì nero”. E poi si disquisisce se chiamare gli africani neri o negri.

O come oblio: parola che dice alla perfezione il destino della storia d’Africa nei libri di scuola dei paesi che hanno scorazzato in lungo e in largo nel continente.

P come povera: termine classicamente abbinato all’Africa; al punto che, se uno tenta di elencarne le ricchezze, chi lo sente pensa che stia parlando dell’America.

Q come qualunquismo: modo in cui si parla dell’Africa. «In Africa si fa così», senza specificare paese, cultura, etnia.

R come rimesse: quelle che gli immigrati inviano a casa ogni mese, e che superano di molto le sempre più piccole cifre messe a disposizione della cooperazione allo sviluppo.

S come sorella, suora. Fateci caso: quando qualcuno dice “sorellina” o “suorina”, si può star certi che si sta riferendo a una religiosa africana, non importa se giovane o anziana.

T come tribù. In antropologia il termine è usato per i popoli “primitivi” di tutto il mondo; oggi rimanda subito all’Africa: tutto ciò che vi accade, in bene o in male, è letto alla luce di questo concetto. Guerre, culture, riti, usi, costumi… in Africa sono sempre tribali; come se nel continente non esistessero gruppi etnici.

U come ubuntu: dall’etimo “-ntu” presente in tutte le lingue bantu, che significa “essere umano”; il prefisso “u-“ indica astrazione, quindi “umanità”, ma anche “benevolenza verso il prossimo”. È una regola di vita, basata sulla compassione e il rispetto dell’altro; esorta a prendere coscienza dei diritti e dei doveri. In Europa è diventato il nome di un software libero.

V come voce. Molti si definiscono “voce di chi non ha voce”. Per troppi l’Africa è afona, o almeno roca. Davvero? E se invece di farsi suoi interpreti, le lasciassimo un po’ di spazio?

Z come zulu: nobile etnia sudafricana; termine talora usato in modo spregiativo: «Sei proprio uno zulu».