Alla fine, è successo. Il 14 ottobre, il Movimento per l’autodeterminazione della Cabilia (MAK) e il Governo provvisorio della Cabilia (Anavad) hanno annunciato a Parigi l’indipendenza della Cabilia dall’Algeria. Un evento non condiviso in patria ma culminato nella dichiarazione della nascita della Repubblica federale di Cabilia.
Ferhat Mehenni, leader fondatore del MAK, aveva detto al Journal de Dimanche che avrebbe fatto un passo indietro nelle rivendicazioni indipendentiste solo se il regime algerino avesse proceduto con «la liberazione dei prigionieri politici, l’abrogazione del nefasto articolo 87 bis del codice penale algerino, che equipara le rivendicazioni democratiche al terrorismo, e la rimozione del MAK dall’elenco delle organizzazioni terroristiche».
Condizioni che, evidentemente, non sono state soddisfatte. Il MAK è infatti da maggio 2021 nell’elenco nazionale di persone ed entità terroristiche, situazione che rende agli occhi del regime algerino un “potenziale terrorista” chiunque abbia rapporti con il movimento.
È il caso del giornalista sportivo francese Christophe Gleizes che è stato condannato in appello il 3 dicembre a 7 anni di carcere per “apologia di terrorismo” e “possesso di pubblicazioni a scopo di propaganda lesiva dell’interesse nazionale”.
La sua unica colpa è stata quella di essersi recato a Tizi Ouzou, nella Cabilia, nel 2024, per raccontare la storia della squadra di calcio Jeunesse Sportive de Kabylie (JSK) e aver avuto contatti con persone legate al MAK. Proprio domenica scorsa, gli avvocati di Gleizes hanno presentato ricorso alla Corte suprema d’Algeria chiedendo un nuovo processo.
Un bisogno comune di indipendentismo?
Il congresso straordinario del MAK aveva approvato all’unanimità, il 19 ottobre, una risoluzione che fissava al 14 dicembre la proclamazione dell’indipendenza della Cabilia. Alle ore 18.57, nello specifico.
Il piano in questione ha avuto degli ostacoli lungo la via, dapprima per il cambio di sede della proclamazione: la prefettura di Yvelines ha comunicato per decreto al Comitato organizzatore della Dichiarazione d’indipendenza della Cabilia che, per ragioni di sicurezza, era stata vietata la cerimonia al Palazzo dei Congressi di Versailles.
L’incontro si è quindi svolto nell’VIII arrondissement di Parigi, in Avenue Hoche. In 23 punti storici, Mehenni ha motivato la decisione “irrevocabile” di proclamare simbolicamente la nascita della Repubblica federale di Cabilia.
Ma quanto tali dichiarazioni sono state condivise in patria? Atmane Mazouz, presidente del Rassemblement pour la Culture et la Démocratie (RCD) – partito a cui Mehenni ha contribuito alla fondazione nel 1989 – spiega a Nigrizia: «La Cabilia non è né una regione a parte né un territorio esterno all’Algeria. È una delle componenti storiche, culturali e politiche della nazione algerina».
Secondo Mazouz, presentare l’indipendenza della Cabilia come una soluzione «è una lettura falsa della realtà. È anche un approccio pericoloso che indebolisce la coesione nazionale e la sovranità del popolo algerino».
L’RCD, erede del Movimento culturale berbero (MCB) e delle lotte per il riconoscimento dell’identità amazigh in Algeria, evidenzia infatti nel suo statuto la molteplicità delle culture che hanno plasmato “l’identità del popolo algerino”. Per loro, bisogna partire proprio da questo multiculturalismo insito nel paese, nonché dalla risoluzione dei problemi effettivi.
«Le difficoltà che la Cabilia conosce oggi non derivano dalla sua appartenenza all’Algeria. Sono il risultato di decenni di governi autoritari che hanno colpito l’intero paese. Il problema è l’assenza di democrazia e di stato di diritto».
Mehenni viene accusato di essere diventato “uno strumento nelle mani di potenze straniere” – per i legami che intrattiene con Israele e gli Emirati Arabi Uniti – e di non avere più “alcun legame con l’Algeria o il suo popolo”, secondo quanto dichiarato da Ramdane Youssef Tazibt, membro del Partito dei lavoratori (PT).
La dichiarazione dell’indipendenza della Cabilia non sortirà probabilmente alcun effetto concreto. Tuttavia, dimostra la debolezza del regime a confrontarsi con fenomeni che, in modo minoritario o maggioritario, interessano il paese. L’arma della repressione non ha fatto altro che esasperarli.
Nelle storiche difficoltà e nei fenomeni di emarginazione sociale, politica e culturale che affronta la regione nordorientale cabilina, l’urgenza è «trasformare l’Algeria in favore della democrazia, dell’uguaglianza e del riconoscimento della pluralità», nelle parole di Atmane Mazouz.