Da sinistra, in alto e in senso orario: Nabil Karoui, il presidente tunisino, Kaid Saied, il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune e Slimane Bouhafs

Un favore deve essere ricambiato. Funziona così anche in diplomazia. Ed è quello che è successo in questi giorni tra Tunisi e Algeri.

Sabato pomeriggio gli agenti della guardia di frontiera algerini hanno arrestato il capo del partito tunisino Qalb Tounes (Cuore della Tunisia), Nabil Karoui, e suo fratello, il deputato sospeso Ghazi Karoui, nella regione di Tebessa. Ieri le autorità tunisine hanno confermato l’arresto di Slimane Bouhafs, oppositore algerino, scomparso il 25 agosto, a Tunisi, in circostanze non chiare. Bouhafs, un rifugiato algerino, non aveva dato alcun segno di vita fino a quando i media non hanno rivelato che ora si trova in Algeria.

Già condannato nel 2016 per pubblicazioni ritenute offensive nei confronti dell’islam e del profeta, l’attivista convertito al cristianesimo ha scontato quasi due anni di carcere nel suo paese prima di chiedere asilo in Tunisia.

Posto sotto la protezione dall’Alto commissariato per i rifugiati (Unhcr) poiché, ritenuto vicino a un movimento indipendentista cabiliano – considerato un movimento terrorista in Algeria – potrebbe essere presto consegnato alle autorità del suo paese secondo la Lega algerina per la difesa dei diritti dell’uomo.

Molte ong tunisine si sono mostrate indignate per l’evoluzione di questo caso e hanno chiesto a Tunisi di rispettare i suoi impegni internazionali a favore della protezione dei rifugiati che si trovano sul suo territorio.

Un caso che si è verificato all’indomani dell’arresto in Algeria dell’ex candidato liberale presidenziale tunisino, Nabil Karoui, dal 2019 in Algeria. I media locali riferiscono di un possibile «scambio».

Karoui, sconfitto alle elezioni presidenziali del 2019 dall’attuale presidente Kais Saied, non aveva più dato sue notizie dopo il ritorno in libertà il 15 giugno scorso, deciso dalla Corte di cassazione tunisina. Il magnate era stato per lunghi mesi in carcere nell’ambito di un procedimento che lo vedeva accusato per evasione fiscale e riciclaggio insieme al fratello Ghazi.

Qalb Tounes, partito modernista che rappresenta il terzo gruppo in parlamento, risulta essere sotto indagine da parte della Corte dei Conti, insieme a Ennhadha e Aich Tounsi, per aver ricevuto fondi dall’estero in occasione delle elezioni del 2019.

L’attacco a Jeune Afrique

E sta creando polemiche non solo in Algeria anche la violenta polemica scatenata da media locali contro il settimanale stampato in Francia Jeune Afrique.

L’agenzia di stampa ufficiale APS ha accusato la testata francese di essere «più che mai alla mercé del regime marocchino», soprattutto dopo la rottura dei rapporti tra i due paesi confinanti.

Nell’edizione di sabato, il quotidiano Le Jeune Indépendant ha dedicato un articolo al direttore editoriale di Jeune Afrique, François Soudan, autore di un articolo che commentava il crollo delle relazioni diplomatiche tra Marocco e Algeria. Direttore giudicato da APS «un servitore degli interessi strategici del Marocco».

Soudan, secondo una parte della stampa algerina, è colpevole di «aver attaccato il ministro degli esteri Ramtane Lamamra», chiedendosi se fosse «un pompiere o un piromane?». «Un interrogativo usato come espediente stilistico per suggerire meglio che il signor Lamamra è responsabile dell’avvelenamento delle relazioni bilaterali già interrotte», ha scritto APS.

Accusato di «invertire i ruoli» e le responsabilità nella crisi diplomatica, François Soudan è criticato per aver sostenuto che il Marocco avrebbe potuto dire la stessa cosa affermando che «l’Algeria ha operato deliberatamente per mettere le relazioni bilaterali in una nuova impasse diplomatica».

L’APS ha anche criticato Soudan quando «banalizza, in particolare, l’azione intrapresa dalla rappresentanza marocchina a New York, che ha diffuso un documento in cui sostiene un presunto “diritto all’autodeterminazione del popolo della Cabilia”. E lo fa, il direttore, per meglio mettere sullo stesso piano l’incrollabile sostegno e la costante posizione dell’Algeria a favore del diritto del popolo sahrawi all’autodeterminazione».

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