I Cpr, Centri per il rimpatrio, luoghi di detenzione amministrativa in cui i diritti fondamentali delle persone migranti vengono sospesi. Luoghi trasversali rispetto alle politiche dei governi, politiche che non conoscono colore. Centri spesso realizzati in strutture penitenziarie dismesse, risuscitate per tale scopo dallo stato e gestite tramite appalti che diventano profitto per multinazionali, enti gestori.
È in questo buco nero del diritto che viene ambientato il graphic novel L’algoritmo della farfalla. Un racconto che mette insieme la disperazione che abita nei Cpr, i tentativi di suicidio e quelli di autolesionismo, le proteste, gli scioperi della fame, la reclusione forzata, le condizioni igieniche, sanitarie e alimentari al limite della sopravvivenza e poi le tre storie di vite rinchiuse che emergono tra i disegni.
Lola, Ife e Laurent: le loro angosce che diventano paure e tremori, per cui essere imbottiti di psicofarmaci pare essere l’unica soluzione possibile, in mancanza di un sostegno psicologico; la loro salute mentale che diventa pazzia, dopo giorni che trascorrono sempre uguali, in cui non si può avere un libro da leggere, carta e penna per scrivere, una data da tenere come margine di una reclusione che sembra non finire mai; l’infinito sconforto che porta a cucirsi le labbra con il fil di ferro.
E poi il sogno di uscire da quel tunnel, rimanere in Italia e poter ricominciare, perché al non senso in cui si è costretti a sopravvivere occorre trovarne uno per poter vivere ancora.