Repubblica Centrafricana
Il conflitto centrafricano va avanti ormai dal 2012. Il contesto sta diventando sempre più caotico e non si intravedono soluzioni. La popolazione in fuga ora ha un disperato bisogno di assistenza umanitaria. Un milione e mezzo di persone vivono nell'insicurezza alimentare e 860 mila sono sfollati o rifugiati.

Mentre gli occhi del mondo sono rivolti altrove, molti conflitti dimenticati dall’attenzione mediatica mondiale restano irrisolti, come quello nella Repubblica Centrafricana dove la situazione peggiora di giorno in giorno e sta avendo gravi conseguenze sulla popolazione che ha disperato bisogno di assistenza umanitaria come è stato annunciato due giorni fa dal Programma alimentare mondiale (Pam/Wfp).
Parlando ad una conferenza stampa a Ginevra, la portavoce del Pam, Elisabeth Byrs, ha avvertito che il 30% della popolazione totale, circa 1,5 milioni di persone, si troverebbero in una «situazione di scarsa o grave insicurezza alimentare» in Centrafrica.
La Byrs ha poi segnalato che «considerando che la vendita di prodotti agricoli contribuisce al 60% del reddito nazionale centrafricano, una riduzione della produzione alimentare» come quella che sta avvenendo a causa delle violenze settarie che mettono in fuga la popolazione, «avrebbe effetti gravi sulle finanze delle famiglie» impoverendole fino alla fame.
La fuga dal caos e dall’insicurezza, infatti, appare l’unica soluzione per la popolazione. Secondo le stime dall’Irin (agenzia d’informazione che si occupa di crisi umanitarie fondata dall’Onu) ammonterebbe a 2,7 milioni il numero di persone che necessitano di assistenza umanitaria immediata su una popolazione totale di 4,6 milioni, più della metà. Non solo, gli sfollati nel paese sarebbero 438, 538 secondo dati aggiornati al 7 gennaio 2015 (51,058 di questi riguarderebbero la capitale Bangui) e 423,300 le persone ancora rifugiati nei paesi confinanti (soprattutto in Camerun e Ciad). Numeri scoraggianti.

Guerra senza fine
Il tutto è causato da una guerra civile che va avanti ormai dal dicembre del 2012 e che, nonostante le ripetute tregue firmate dalle parti in conflitto (l’ultima firmata a Brazzaville nel luglio del 2014), i tentativi di mediazione come quello portato avanti dalla Repubblica del Congo, la presenza sul campo delle forze militari francesi della missione Sangaris (attiva dal dicembre 2013) e dei caschi blu dell’Onu della Minusca (attiva da aprile 2014), appare ancora senza d’uscita.
Quello che era iniziato con il colpo di Stato del 2013 che aveva portato al successivo feroce massacro della popolazione non musulmana da parte degli uomini del gruppo Seleka, a maggioranza musulmana, guidato da Michel Djotodia, ha portato alla nascita nella comunità cristiana delle milizie di autodifesa. Come gli anti- Balaka, che una volta avuto la meglio sui Seleka si sono scagliati per vendetta contro la popolazione civile musulmana. Il risultato è stato la carneficina totale con cifre che si aggirano attorno ai 5000 i morti.
Oggi il quadro (che Nigrizia ha cercato di delineare nell’ultimo numero di gennaio in un pezzo dal titolo “Rigoroso disordine”), appare ancora più complicato a causa della frammentazione delle forze in conflitto attraversate da profonde divisioni interne e alimentate dal business del contrabbando dei diamanti, che continua nonostante l’embargo istituito dal maggio 2013.
Un quadro fragile. Al punto tale che pensare di arrivare all’appuntamento elettorale, che era previsto per febbraio di quest’anno, risulta impensabile. E infatti Catherine Samba-Panza (presidente della transizione), Mahamat Kamoun (primo ministro) e Alexander N’Guendet (presidente del Consiglio nazionale di transizione) avevano già chiesto una proroga, che è stata accettata con una lettera (inviata il 22 dicembre scorso) anche dal presidente congolese Denis Sassou Nguesso, mediatore nella crisi, spostando tutto ad Agosto 2015. Ma pure per quella data, le speranze di avere un clima stabile sono risibili.

La piaga dei bambini “intrappolati” nel conflitto
Nel mezzo di tutto questo come sempre a pagarne maggiormente le conseguenze sono i bambini. Dall’esplosione della guerra civile ad oggi, il numero di ragazze e ragazzi sotto i 18 anni reclutati dai gruppi armati nel paese africano è aumentato di 4 volte come è stato documentato da Save the Children (Stc) in un suo rapporto pubblicato il 18 dicembre scorso dal titolo “Intrappolati nei combattimenti”.
Stc stima, infatti, che siano fra i 6.000 e i 10.0000 i minori al momento coinvolti nei gruppi armati attivi nella Repubblica Centrafricana, a fronte dei 2.500 di 2 anni fa.
Si tratta secondo il rapporto di minori rapiti o costretti ad arruolarsi. In altri casi lo fanno volontariamente perché spinti da coetanei o familiari e dal desiderio di proteggere la propria comunità o da quello di vendicare un genitore o un parente stretto. Ma molti di loro si arruolano perché è l’unico modo per sopravvivere quando ci si ritrova senza cibo, vestiti, ne protezione alcuna.

«Quando la violenza e l’insicurezza diventano la normalità di ogni giorno, la ragione soccombe». Come dice Elianna Baldi (missionaria comboniana proprio in Repubblica Centrafricana) nella sua rubrica su Nigrizia intitolata “Tatalita” (Campanello). È proprio questa l’immagine del paese oggi. In fiamme e senza ragione.

Nella foto in alto incendi provocati dai disordini a Bangui. (Fonte: laStampa.it)
Sopra, nella gallery, alcune foto tratte dall’ultimo numero di Nigrizia di gennaio 2015.