Burundi sulle barricate
Continuano a Bujumbura le manifestazioni contro la candidatura del presidente Pierre Nkurunziza per un terzo mandato alle elezioni presidenziali previste in giugno. Morti tra i manifestanti e chiuse le principali radio indipendenti. Il governo teme che la situazione gli sfugga di mano.

Anche in queste ore il clima rimane teso dopo gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, che si sono innescati domenica scorsa nella capitale Bujumbura, dopo l’annuncio che il presidente Pierre Nkurunziza si ripresenterà a giugno alle presidenziali per un terzo mandato.

In questi tre giorni, i cortei di protesta hanno fronteggiato la polizia con lanci di pietre e le forze dell’ordine hanno risposto con gas lacrimogeni e con idranti che utilizzano l’acqua colorata di blu in modo da poter riconoscere in seguito gli antagonisti. Si contano due morti tra i manifestanti: Elvis, 25 anni, è stato ucciso con un colpo al torace; Jean, 18 anni, con un colpo alla testa. Secondo altre fonti i morti potrebbero essere cinque. Almeno 200 gli arresti.

Domenica i dimostranti, all’inizio alcune centinaia di giovani e in seguito migliaia, si sono prima riuniti agli angoli delle strade, per poter poi raggiungere Piazza dell’Indipendenza, nel centro di Bujumbura, dove l’opposizione aveva lanciato un appello a manifestare. I giovani reclamavano il diritto a protestare pacificamente, così come avevano fatto sabato i sostenitori del Cndd-Fdd (Consiglio nazionale per la difesa della democrazia-Forze per la difesa della democrazia), il partito al potere del presidente. Ma lo si è impedito con un forte dispiegamento di forze di polizia già dall’alba.
I manifestanti allora hanno prima eretto barricate nelle strade del quartiere di Cibitoke, poi affrontato la polizia e appiccato fuoco a dei mobili gettandoli in mezzo alla strada. Lo slogan ricorrente dice: “abbiamo accettato un primo mandato di Nkurunziza, ne abbiamo accettato un secondo, ma non ne accetteremo mai un terzo!”.

Il bavaglio
Le forze dell’ordine hanno anche chiuso le tre principali radio indipendenti del Burundi: Radio Bonesha FM, Radio Isanganiro e Rpa (Radio pubblica africana). Il governo le accusa di «essere complici di un tentativo insurrezionale». In realtà il governo è preoccupato che alcuni media diventino la cassa di risonanza delle opposizioni e della società civile, e che questo moltiplichi le voci di dissenso.

Le tre radio erano state “visitate” dai cacicchi del regime domenica mattina. Tre ministri, quello degli interni, della pubblica sicurezza e delle comunicazioni, si sono presentati nella sede della Rpa alle 11 del mattino, accompagnati da numerosi poliziotti. La radio stava diffondendo dei reportage in diretta sulle manifestazioni in corso. I poliziotti hanno scalato il muro di cinta per penetrare nella sede radio, mentre la Rpa annunciava di essere accerchiata dalle forze dell’ordine. È allora che la gente è corsa davanti alla sede dell’emittente per sostenerla. Dopo una trattativa, i ministri se ne sono andati tra le grida di gioia dei presenti. E le trasmissioni riprendevano.

A quel punto, attraverso la radio, Vital Nshimirimana, presidente del Forum per rafforzare la società civile in Burundi, piattaforma di ong, e altri leader dell’opposizione hanno lanciato un appello, invitando gli abitanti della capitale a mobilitarsi. La risposta è arrivata dalle manifestazione di ieri e di oggi. Di qui la chiusura di Rpa.

Una rabbia giustificata
Queste manifestazioni sono il risultato della designazione ufficiale, avvenuta sabato, di Pierre Nkurunziza come candidato del Cndd-Fdd alle presidenziali di giugno. L’attuale presidente si presenta per un terzo mandato, cosa ritenuta incostituzionale dall’opposizione e che rischia di gettare il paese nel caos, come denunciato dal capo dell’opposizione in Burundi, Agathon Rwasa. Anche una parte della società civile, riunita in seno alla coalizione “Alt al 3°mandato”, si oppone a questa candidatura e ha più volte messo in guardia contro i rischi per la stabilità del paese, che ha vissuto una guerra civile tra il 1993 e il 2006. Per gli oppositori al terzo mandato di Nkurunziza, questa candidatura è contraria e alla Costituzione e agli Accordi di Arusha che avevano posto fine alla guerra civile.
Anche la comunità internazionale, compresa la Chiesa e gli Usa, hanno a più riprese disapprovato la scelta di Nkurunziza.

Da sottolineare, infine, che il clima di tensione di queste ultime settimane ha provocato la fuga in Rwanda di circa 5000 burundesi. Quest’ultimo esodo porta a 24 000 coloro che hanno lasciato il paese, secondo i dati dell’agenzia Onu per i rifugiati.

Nella foto in alto le manifestazioni di stamane nella capitale del Burundi, Bujumbura. (Fonte: Reuters)