Il 1° settembre di ogni anno si celebra nel mondo la Giornata per la custodia del creato.
In occasione del 21° appuntamento padre Peter Konteh, presidente dell’Unione regionale dei sacerdoti dell’Africa occidentale (URPAO/RUPWA), celebrando la festa ha sottolineato che «ogni albero protetto, ogni fiume mantenuto pulito e ogni giovane educato sui cambiamenti climatici è un seme di speranza» e ha esortato tutti gli africani a coniugare la promozione della giustizia climatica a livello internazionale con azioni concrete nelle proprie comunità.
Riprendendo le parole di papa Francesco ha inoltre descritto la Terra come “la nostra casa comune” e ha avvertito che la distruzione ambientale odierna provocherà immensa sofferenza alle generazioni future.
Nella sua riflessione ha aggiunto giustamente che le problematiche ambientali non sono più un problema riservato esclusivamente a scienziati, studiosi ed esperti di ambiente, affermando che gli effetti deleteri della crisi climatica colpiscono la maggior parte dei paesi africani con inondazioni e siccità che colpiscono la maggior parte della popolazione.
Padre Konteh, che è anche direttore esecutivo di Caritas Freetown, in Sierra Leone, ha ribadito nel suo intervento che nelle comunità e società africane si assiste a «gravissime e ripetute inondazioni distruttive, siccità prolungate, tempeste violente, caldo insopportabile, incendi boschivi, innalzamento del livello del mare, erosione costiera e perdita dei raccolti».
Fenomeni che stanno sconvolgendo la vita e i mezzi di sussistenza delle famiglie, con molti che perdono la casa, agricoltori che perdono le fonti di reddito e l’esodo di intere comunità che vengono sfollate.
Tristemente, secondo il sacerdote, a pagare ancora una volta il prezzo più alto di tali fenomeni sono le comunità povere e vulnerabili che contribuiscono di meno alla crisi climatica ma ne subiscono spesso le conseguenze più gravi.
Come concause del disastro ecologico in atto vanno sottolineate il processo inarrestabile di deforestazione, l’attività mineraria incontrollata, lo smaltimento inadeguato dei rifiuti e la distruzione delle aree umide.
Secondo il prelato, pertanto, grande responsabilità per il degrado ambientale dipende da scelte umane, tra le quali vanno enfatizzate le modalità in cui persone singole, industrie, aziende di sviluppo d’ogni sorta producono e consumano beni, trattano foreste e fiumi, gestiscono i rifiuti e antepongono il profitto a breve termine al benessere delle generazioni future.
«Per chi si professa cristiano – ha insistito padre Konteh – la protezione dell’ambiente è anche una questione di fede».
Questo perché Dio ha affidato il creato all’umanità non per lo sfruttamento e la distruzione, ma perché fosse «coltivato, protetto e tramandato responsabilmente» ha detto il sacerdote, sostenendo che la cura dell’ambiente è un «dovere morale e spirituale», oltre che una responsabilità politica, sociale e scientifica.
«Il grido della terra non può essere separato dal grido dei poveri», ha aggiunto padre Peter citando la Laudato sì, l’enciclica di papa Francesco sulla cura della casa comune.
Padre Konteh ha poi esortato i governi ad andare oltre i discorsi e le promesse in materia ambientale e ad adottare misure concrete, tra cui l’applicazione delle leggi ambientali, gli investimenti nelle energie rinnovabili, il miglioramento dei sistemi di drenaggio, la protezione delle foreste e delle zone costiere e il rafforzamento della preparazione alle calamità naturali.
E ha infine incoraggiato le comunità religiose, le scuole, le organizzazioni giovanili e i gruppi della società civile a collaborare per promuovere la responsabilità ambientale, affermando che l’Africa non deve aspettare che siano gli altri a proteggere il suo ambiente.