PAROLE DEL SUD – novembre 2009
Frei Betto

Manuel Zelaya, il presidente dell’Honduras deposto il 28 giugno con un golpe e trasferito di forza in Costa Rica, il 22 settembre è tornato in patria e si è rifugiato nell’ambasciata brasiliana di Tegucigalpa. La diplomazia brasiliana è costretta a garantirgli l’incolumità fisica e politica. Zelaya, da parte sua, ha il dovere di rispettare le regole delle rappresentanze diplomatiche.

L’America Latina sta vivendo il suo migliore momento da alcuni decenni a questa parte. Con la sola eccezione dell’Honduras, non ospita dittature militari. Vari governi neo-liberisti, ligi alle ricette del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, sono stati sconfitti dal voto popolare e le attuali amministrazioni democratico-popolari sono impegnate in riforme strutturali.

Il politologo Samuel Huntington, autore del saggio Lo scontro delle civiltà e relatore della Commissione trilaterale (la nefasta cospirazione imperialista degli anni ’70), ha dichiarato che in America Latina si può instaurare e mantenere la democrazia — quella che la Casa Bianca vorrebbe esportare nel mondo — solo se si esclude la partecipazione di quella sezione di società che si chiama “popolo”.

La storia odierna, però, lo smentisce. Gli eterni esclusi (gli indios, i campesinos, i senza terra, le comunità nere, i disoccupati, le famiglie a basso reddito…) sono più che mai decisi a giocare un ruolo da protagonisti nella vita sociale e politica del continente.

Le prove di questa volontà sono molte: Luiz Inácio “Lula” da Silva, operaio metallurgico, è presidente del Brasile; Evo Morales, un indio, della Bolivia; Manuel Ortega, ex guerrigliero, del Nicaragua; Michelle Bachelet, ex prigioniera politica più volte torturata, del Cile; Tabaré Vázquez, già prigioniero politico, dell’Uruguay; Rafael Correa, sociologo di sinistra, dell’Ecuador; Hugo Chávez, militare rivoluzionario, del Venezuela; Mauricio Funes, giornalista, di El Salvador; Fernando Lugo, ex arcivescovo ed esponente della teologia della liberazione, del Paraguay.

Dei 34 paesi che compongono l’America Latina, 15 hanno governi che aderiscono al Foro de São Paulo, la conferenza dei partiti politici nazionalisti e socialisti e dei movimenti sociali latino-americani, creata nel 1990 dal Partito dei lavoratori del Brasile: cercano di creare meccanismi d’interscambio commerciale e di unità politica, quali l’Alleanza bolivariana per le Americhe (Alba), l’Unione delle nazioni sudamericane (Unasul), la Telesul (il progetto di televisione latino-americana), il Banco do Sul (la Banca latino-americana)… Solo i governi di Colombia e Perù rimangono note stridenti in questo processo di unificazione, sottomessi come sono all’influenza statunitense.

Si tratta ora di evitare che i governi progressisti finiscano con l’essere cooptati dal neoliberismo. È necessario, pertanto, che l’America Latina diventi sempre più cosciente delle proprie potenzialità. Del resto, molto prima che gli Stati Uniti creassero le loro prime università (la Harvard University, nel 1636, e il College of William & Mary, nel 1693), già esistevano la Universidad Santo Tomás de Aquino, in Santo Domingo, e la Universidad Nacional Mayor de San Marcos, a Lima, in Perù, ambedue fondate dall’ordine domenicano rispettivamente nel 1538 e nel 1551.

Oggi, in America Latina i ragazzi e le ragazze frequentano di media solo 7 anni di scuola; su 10 studenti che iniziano la scuola secondaria, solo 1 termina il corso. La mortalità infantile è di 50 morti ogni 1.000 nascite (in Asia, 10). E mentre questo avviene, alcuni nostri governanti si buttano sul mercato delle armi con un’avidità che dà nausea, invece di lottare contro i veri nemici: fame, mancanza di servizi sanitari, di scuole, di abitazioni e di cultura.

I leader politici democratico-popolari devono sapere che, se non si decidono a varare le riforme promesse nelle loro campagne elettorali e se si lasceranno sedurre dal canto delle sirene neoliberiste (ampliato dai partiti conservatori), le disuguaglianze sociali provocheranno nuovi conflitti armati. La delusione dei poveri genera semi di rivolta. In Brasile, la scesa in campo per la presidenza di Marina Silva, ex ministra dell’ambiente, ambientalista e collega di Chico Mendes, è vista come un preallarme e una promessa. Un preallarme al governo di Lula: anche se lodevole per certe decisioni, il presidente merita l’insufficienza in materia di riforme strutturali e di promozione di uno sviluppo sostenibile. Una promessa per chi crede che è possibile assicurare il buon governo con l’azione dei movimenti sociali, senza doversi sempre e puntualmente prostituirsi a quanto di più corrotto e conservatore c’è ancora nella politica brasiliana.