GIUFA' – OTTOBRE 2018
Gad Lerner

L’illusione di proteggere gli interessi dei poveri trincerandosi nei confini dello Stato-nazione -una riedizione della patria “Grande proletaria” unita contro l’indistinta potenza dello “Straniero” che può assumere di volta in volta il volto del migrante africano o del finanziere Soros, del terrorista islamico o del tecnocrate di Bruxelles – sta trovando proseliti anche a sinistra.

Non mi riferisco a figure caricaturali come Diego Fusaro, che rivestono di terminologia marxista la loro adesione al “Primato nazionale” di CasaPound, declinando il socialismo in nazionalsocialismo. Un obbrobrio che la storia ci aveva già inflitto nel secolo scorso. La potenza ideologica del cosiddetto “sovranismo” ha fatto breccia anche fra personalità che si propongono, in buona fede, di recuperare il legame perduto fra gli ideali di giustizia sociale della sinistra e le classi subalterne, che da decenni subiscono decurtazioni di reddito e di prestazioni del welfare.

Così, in Italia, un ex viceministro dell’economia del governo Letta come Stefano Fassina (per capirci, rivestiva l’incarico di responsabile economico del Pd quando fu votato l’inserimento dell’obbligo di pareggio di bilancio in Costituzione), oggi dà vita a un’associazione chiamata “Patria e Costituzione”. E un politologo come Carlo Galli, eletto parlamentare del Pd nella scorsa legislatura, sottolinea la natura democratica del concetto di sovranità popolare, nel vano tentativo di distinguerlo dalla strumentalizzazione che ne sta facendo la destra.

Temo che sia proprio questa l’illusione di chi individua nel recupero di una piena sovranità nazionale lo strumento più efficace per limitare il potere del capitalismo finanziario sovranazionale: il riscatto degli sfruttati e una più equa ripartizione della spesa pubblica necessiterebbero di una restrizione della platea degli aventi diritto.

Non più tutti coloro che pagano le tasse e versano i contributi, ma, innanzitutto, i titolari di cittadinanza italiana. Prima i nostri. Una riedizione del patriottismo “di sinistra” che un secolo fa portò le socialdemocrazie europee a sciogliere la seconda Internazionale e votare i crediti di guerra, per poi mandare i proletari a massacrarsi gli uni contro gli altri nelle trincee.

Il mondo è cambiato, la nozione di sovranità nazionale ha per fortuna trovato dei limiti mentre si affermava un principio universalistico di diritti umani e (più faticosamente) di diritti sociali che – certo – non è facile armonizzare nel perimetro dei soli titolari di cittadinanza. Ma sarebbe una tragica retromarcia se, in nome delle classi subalterne, proprio quando esse assumono una dimensione sempre più sovranazionale, anche la sinistra pensasse di sopravvivere rifugiandosi nel passato.

Patria e Costituzione
È il nome dell’associazione nata l’8 Settembre, «nel 75° anniversario della rinascita della patria». È la dichiarazione con cui il deputato di Leu, Stefano Fassina, ha aperto l’assemblea fondativa a Roma. «Un’associazione – ha aggiunto – di cultura e iniziativa politica, dalla parte del lavoro, per affrontare la domanda di comunità, di protezione sociale e culturale, per rideclinare il nesso tra sovranità democratica nazionale e Ue, per definire strumenti adeguati per lo stato per intervenire nell’economia».

Si è detto preoccupato soprattutto del fatto che «solo le destre sovraniste e populiste hanno colto la rottura del nesso tra nazionale e internazionale» e capito il bisogno di protezione, comunità, identità che, secondo lui, si genera attraverso l’evocazione di un nuovo «patriottismo costituzionale».