Concluso lo studio di fattibilità
In Africa Orientale dopo Sudan, Kenya e Tanzania, anche Kampala ha imboccato la strada del nucleare per la produzione di energia, favorita anche dalla collaborazione con paesi produttori di impianti e tecnologia, come Russia, Cina e Francia.

L’Africa ha sete di energia ed è ricca di uranio. Perciò la strada della produzione di energia atomica è vista come un’opportunità da non perdere da un crescente numero di paesi del continente. Attualmente sono 21 gli stati africani membri dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA); 12 per ora sarebbero quelli fortemente interessati a produrre energia nucleare.

Recentemente hanno avuto conferma, e supporto, le ambizioni dell’Uganda che ha approvato il suo programma di sviluppo del nucleare nel 2015, prefiggendosi di produrre 30.000 megawatt di energia elettrica da impianti nucleari entro il 2026. E’ stato incaricato della realizzazione del programma il ministero dello Sviluppo Energetico e Minerario che l’ha messo tra le priorità delle sue linee programmatiche nei bilanci degli anni 2018-2019 e 2022-2023.

L’interesse verso l’uso del nucleare è sottolineata anche dall’incontro ufficiale dello scorso gennaio tra il presidente ugandese, Yoweri Museweni, e il direttore generale dell’AIEA, Yukiya Amano. I due avrebbero discusso delle ambizioni ugandesi per lo sfruttamento dell’atomo nei settori dell’energia, della salute e dell’agricoltura. Nel campo energetico le ambizioni sarebbero già in fase di realizzazione.

Secondo l’Uganda Radio Network, sei esperti dell’AIEA sarebbero stati in Uganda fin dal febbraio del 2017 per uno studio di fattibilità – in termini tecnici definito come Site and External Event Design (SEED) – finito nei giorni scorsi. Il gruppo avrebbe lavorato nei distretti minerari ricchi di uranio di Lamwo, Kiruhura, Mubende e Buyende, precedentemente identificati dal ministro per lo Sviluppo Energetico e Minerario come possibili siti per la costruzione di una centrale nucleare. Una missione SEED è prevista tutte le volte che si intende sfruttare l’energia atomica. L’AIEA, attraverso le missioni SEED, offre servizi di consulenza sulla selezione dei siti, sulla progettazione delle strutture e sui sistemi per evitare, e fronteggiare, i pericoli che l’uso della potenza atomica comporta. Se ne deduce che l’Uganda sarebbe già piuttosto avanti nella fase di progettazione di un impianto nucleare.

Sarebbero già stati fatti anche i passi necessari per trovare i compagni di strada per la sua realizzazione. Nel giugno dello scorso anno il governo ugandese ha firmato un memorandum con una compagnia russa per definire la cooperazione nel campo delle applicazioni pacifiche dell’energia atomica.

La scelta dello sviluppo del nucleare è stato criticato da esperti locali e internazionali per gli enormi costi e i gravissimi rischi, che si sono dimostrati difficilmente controllabili anche in paesi ben più attrezzati dell’Uganda. Gli incidenti di Cernobyl e Fukushima hanno determinato l’abbandono, o quasi, dello sviluppo dell’energia nucleare in Europa, ma sembra non siano un deterrente per i governi africani. Museweni ha difeso la sua scelta anche al Consiglio di sicurezza dell’Onu, dove ha sostenuto che il suo paese ha il diritto di usare il proprio uranio per produrre l’energia di cui ha bisogno per sostenere il proprio sviluppo.

Nell’Africa Orientale, l’Uganda si aggiunge al Sudan e al Kenya, che dovrebbero cominciare a produrre energia atomica rispettivamente nel 2020 e nel 2025. Anche la Tanzania ha già imboccato la strada del nucleare, con numerosi progetti di ricerca sull’applicazione dell’energia atomica nel campo sanitario e dello sviluppo agricolo. 
In generale, nel continente, è il Sudafrica l’unico paese ad avere una centrale nucleare attiva. Gli accordi di cooperazione siglati dal governo con altri paesi per lo sviluppo di otto nuovi siti è stato annullato dalla magistratura un anno fa.

Impensierisce notevolmente il fatto che progetti tanto delicati e potenzialmente pericolosi vengano programmati in paesi dove il livello di corruzione è tra i più alti al mondo, circostanza che non garantisce che gli impianti vengano costruiti e gestiti secondo le norme di sicurezza necessarie. Altro fattore di grave rischio è l’instabilità della regione. Nella guerra civile in Sud Sudan i primissimi obiettivi dei combattimenti sono stati i pozzi petroliferi. La loro manomissione ha provocato devastazioni ambientali enormi, nel disinteresse totale delle parti combattenti. Che potrebbe succedere ad una centrale nucleare che diventasse obiettivo di un gruppo ribelle o terroristico? Nella zona, purtroppo, la domanda è tutt’altro che retorica.

Nella foto: la centrale nucleare di Koeberg, in Sudafrica, la prima e (finora) l’unica in funzione nel continente.