Migranti / Riduzione dei flussi
La discesa in campo di un peso massimo della politica europea, come la cancelliera Angela Merkel, è forse la cartina al tornasole migliore per capire quanto gli Stati europei stiano puntando sulla collaborazione dei governi africani per ridurre i flussi di migranti in arrivo in Europa ed aumentare i rimpatri verso il continente.

Al di là delle dichiarazioni e delle (poche) decisioni prese, la tre giorni della cancelliera in Mali, Niger ed Etiopia, dal 9 all’11 ottobre scorso, dice molto di come in Germania, e più in generale in Europa, si guardi con preoccupazione a quanto sta succedendo dall’altra sponda del Mediterraneo.

La paura è dettata certamente da questioni interne – le elezioni del prossimo anno -, ma anche e soprattutto dalla volontà di un nuovo protagonismo della Germania in una regione, quella del Sahel, dove per troppo tempo l’Europa è stata rappresentata soprattutto dalla “grandeur” francese. La missione congiunta dei ministri degli Esteri di Francia e Germania nel maggio scorso in Niger, dice molto di questo nuovo approccio.

Il viaggio

Quello di Angela Merkel è stato un viaggio importante, indipendentemente dai suoi risultati: era, infatti, la prima volta per un capo del governo tedesco in Niger e Mali. A Bamako, prima tappa del tour africano, la cancelliera ha fatto visita agli oltre cinquecento soldati tedeschi impegnati all’interno della Minusma, la missione delle Nazioni Unite dispiegata nel paese, nel tentativo di sostenere il governo maliano nel contrasto ai gruppi jihadisti presenti nel Nord. In Etiopia, ultima tappa del viaggio, la Merkel ha incontrato il primo ministro Hailemariam Dessalegn, invocando la fine delle violenze nell’Oromia, e inaugurando un nuovo complesso dell’Unione africana, intitolato allo storico presidente tanzaniano Julius Nyerere.

Ma è stato soprattutto in Niger, dove la Germania aprirà presto una base militare (sono già presenti quelle di Francia e Usa), che la cancelliera si è concentrata sulla questione migratoria. Dal paese africano ed in particolare dalla città di Agadez transita, infatti, il 90 per cento dei migranti in arrivo in Italia dalla Libia. Proprio qui è stato dispiegato un nuovo ufficio della missione europea Eucap Sahel Niger che dovrebbe diventare operativo entro la fine dell’anno e ospiterà dieci funzionari europei con l’obiettivo di collaborare ed addestrare le forze di polizia nigerine.

I nuovi Compacts

La scelta delle tappe di questo viaggio non è stata casuale, così come la scelta di chi invitare a Berlino. Nel giro di una settimana Angela Merkel ha incontrato i presidenti di quattro dei cinque paesi africani coinvolti nei nuovi accordi tra l’Unione europea e i governi africani: Nigeria, Niger, Senegal, Mali ed Etiopia. Una nuova architettura istituzionale che va sotto il nome di Partnership Framework e punta a ridurre i flussi di migranti illegali e ad incrementare il numero dei rimpatri. Per farlo i pilastri messi in campo dalla Commissione europea sono due: da un lato i cosiddetti Compacts, ovvero un nuovo sistema di intese bilaterali tra Unione europea e stati africani; dall’altro risorse economiche (1,88 miliardi di euro a cui si aggiungeranno altri 500 milioni) che l’Ue metterà a disposizione attraverso l’Eu Emergency Trust Fund for Africa, il fondo fiduciario istituito a La Valletta nel novembre 2015. Il tutto secondo uno schema consolidato di soldi in cambio di collaborazione.

Proprio nei giorni scorsi la Commissione ha presentato il primo rapporto sull’applicazione della Parnership lanciata nel giungo 2016. Si parla di 24 progetti per un totale di 425 milioni di euro che saranno approvati in questi cinque paesi entro la fine dell’anno e vanno ad aggiungersi ai 59 programmi già adottati nei 23 paesi aderenti al fondo fiduciario, per un totale di 927 milioni di euro.

Spingere per i rimpatri

In cambio il Consiglio europeo sta chiedendo, con sempre maggior insistenza, una maggior collaborazione dei governi africani per incrementare la media dei migranti irregolari effettivamente rimpatriati in Africa. I tassi di ritorno nel 2015 sono ritenuti, infatti, insufficienti: 22,4% in Senegal, 34% in Nigeria, 12,2% in Etiopia e 11,4% in Mali. Per ottenere questo risultato la Commissione europea e l’Eeas (il servizio diplomatico dell’Ue) puntano a siglare nuove intese che possano essere estese contestualmente a tutti i paesi Ue, superando così le asimmetrie oggi presenti. Un banco di prova interessante di questa nuova politica sarà l’apertura, attesa per oggi, delle negoziazioni per il nuovo accordo con la Nigeria; paese da cui proviene il 19% dei migranti sbarcati in Italia nel corso del 2016.

In definitiva, la rotta tracciata dalla Merkel e dal Consiglio europeo del 20 e 21 ottobre va nella direzione più volte indicata dal presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk: la libera circolazione delle persone all’interno dell’Ue passa dal controllo delle frontiere esterne. Questioni umanitarie e politiche di accoglienza sono rimaste, ancora una volta, in secondo piano.