Incontri & Volti – gennaio 2015
Alex Zanotelli

Su invito della Comunità San Benedetto al Porto, fondata da don Andrea Gallo, ho avuto la grazia di recarmi a Genova, lo scorso 8 dicembre, per celebrare il 44° anniversario della Comunità. Un anno e mezzo fa, quando morì don Gallo, non ero riuscito ad andare al suo funerale. E per questo avevo promesso alla sua gente che, appena mi fosse stato possibile, sarei andato a fare memoria di don Andrea.

Mi legava a questo prete una forte amicizia. Ci eravamo conosciuti a metà degli anni ’80, quando sulle pagine di Nigrizia mi occupavo di fame in Africa e di cooperazione allo sviluppo. Allo scoppiare delle polemiche politiche che portarono al mio allontanamento dalla direzione della testata, don Gallo mi telefonò per manifestarmi la sua solidarietà e per invitarmi a Genova. Ci andai, incontrai lui e i suoi ragazzi tossicodipendenti ed emarginati. Mi portarono a mangiare il pesce al ristorante La Lanterna, gestito dalla Comunità.

Da allora ci siamo rivisti soltanto nel 2011, in occasione del decimo anniversario dei fatti terribili del G8 di Genova nel 2001. Sono rimasto in Comunità per tre giorni e ho parlato a lungo con lui.

Era davvero un uomo capace di accogliere tutti indistintamente. Si definiva «angelicamente anarchico». E spiegava: “angelicamente” perché il suo punto di riferimento costante era Gesù, l’amore, la pace; “anarchico” perché si sentiva un uomo libero, lontano da tutte le strutture che schiacciano l’uomo.

Don Gallo era stato salesiano e, giovanissimo, aveva fatto un’esperienza missionaria in Brasile. Nel 1964 lasciò la congregazione è domandò di essere incardinato nella diocesi di Genova. Lavorò come viceparroco nella chiesa del Carmine, nel centro di Genova, e subito divenne punto di riferimento di tantissimi giovani, a volte un po’ scapestrati. Il suo modo di essere prete dava fastidio ai benpensanti e così fu rimosso dal cardinale Giuseppe Siri, arcivescovo della città.

In seguito fu accolto come ospite da don Federico Rebora nella parrocchia di San Benedetto al Porto. E lì continuò a operare. Partita come comunità di base e poi trasformatasi in comunità di accoglienza, ha sempre avuto un’ispirazione cristiana e una visione laica. Oggi la Comunità, presieduta da Domenico Mirabile, ha varie sedi e attività, persino una cooperativa che lavora a Santo Domingo. Un realtà tanto bella quanto difficile da portare avanti dopo la morte del fondatore. Li ho incoraggiati ad andare avanti. Lo dovevo anche a Lilli, una donna che ha a lungo collaborato con don Gallo e che ne incarna lo spirito.

È stata una gioia poter celebrare l’eucaristia nella chiesetta di San Benedetto al Porto, davanti a tanta gente. Una messa piena di segni, di colori, di ricordi. All’omelia ho sottolineato che don Gallo avrebbe pianto se avesse sentito le parole dette da papa Francesco, a fine ottobre, all’incontro mondiale dei movimenti popolari: «Solidarietà è anche lottare contro le cause strutturali della povertà, la disuguaglianza, la mancanza di lavoro, la terra e la casa, la negazione dei diritti sociali e lavorativi».

Il giorno dopo ho avuto modo di incontrare i giovani che attraverso la Comunità cercano di trovare una nuova strada per la loro vita. Uomini e donne che hanno trovato la forza di ricominciare. E ho sentito dentro di me le parole di don Gallo: «La persona deve essere aiutata a diventare soggetto della storia. Solo con l’acquisizione della consapevolezza e dell’autonomia cresce l’aspirazione a prendere in mano la propria vita».

È importante non perdere l’eredità che questo prete di strada ci ha lasciato.

 

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A proposito di don Andrea Gallo, della Comunità San Benedetto al Porto e dell’essere cristiani oggi.