Kalibrados, gruppo hip-hop angolano (Videoclip)

Nomi strani, abbigliamento informale, capigliatura spesso rastafareggiante. E tanta critica sociale e politica. È così che si può caratterizzare il rap dei due principali paesi dell’Africa lusofona: Angola e Mozambico. Un genere musicale che ha trovato la sua origine nei sobborghi afro-americani del Bronx, a New York, per poi espandersi a livello internazionale, diventando il più importante fra i quattro elementi della cultura hip-hop (oltre al rap, la breakdance, i graffiti e il DJing).

Sin dall’inizio, il centro del rap era la città, con le sue classi subalterne e giovanili che esprimevano rabbia, protesta, ma anche arte, rispetto, solidarietà sociale e voglia di cambiamento. E così è stato anche in Africa. Moltissimi, se non tutti i paesi del continente hanno importato questo nuovo genere musicale, prima meccanicamente, scimmiottando gli artisti afro-americani, poi in modo più originale, calibrando questo stile alle realtà locali.

Il risultato è stata la produzione di testi e ritmi di grande interesse e originalità, proponendo musiche non soltanto nelle rispettive lingue ufficiali, ma, in qualche caso, anche in quelle locali, delle culture bantu di appartenenza. E dando voce, spesso, a movimenti sociali africani che, altrimenti, difficilmente avrebbero trovato espressione.

Il processo di penetrazione in Angola e Mozambico è stato forse più tardivo rispetto ad altri paesi del continente, ma qui i due regimi socialisti impiantati dopo l’indipedenza dal Portogallo (in entrambi i casi nel 1975) hanno ostruito qualsiasi possibilità di critica, anche da parte di artisti e musicisti. Sono stati gli anni Novanta del secolo scorso che hanno dato il là allo sviluppo del rap in questi due paesi, all’indomani della “svolta” democratica e liberale impostasi dopo il fallimento del modello socialista. Se le forme sono state in parte differenti, l’impatto dei messaggi è assai simile.

Angola: il rap contro il regime Dos Santos

In Angola, la prima stagione significativa della cultura hip-hop è stata caratterizzata dalla grande adesione alla breakdance, per poi lasciare il posto, gradualmente, al rap; in Mozambico questa transizione è stata più rapida: qui, come ricorda uno dei primi rappers, incontrato mesi fa a Maputo, Beto Beethoven, il rap è diventato quasi subito il momento centrale dell’hip-hop mozambicano.

La sua penetrazione ha anche aspetti paradossali: i giovani di Maputo, e poi degli altri centri urbani, vennero a conoscenza di questo tipo di musica grazie alle audiocassette che qualche rampollo della classe privilegiata portava dagli Stati Uniti o dall’Europa. E fu proprio grazie a loro che altri giovani, meno benestanti, iniziarono a praticare un rap impegnato, criticando la corruzione crescente proprio di una classe dirigente che stava dimenticandosi così facilmente di quegli ideali socialisti che, fino al giorno prima, in modo del tutto ortodosso, avevano imposto a tutta la popolazione.

Sul finire degli anni Novanta, un gruppo che ha contribuito alla crescita non esclusivamente del rap locale, bensì della società civile in generale, sono i Filhos da Ala Leste. Col loro LP Bootleg (1999), infatti, questo gruppo rapper propose, in modo esplicito, un Ideal da paz, un messaggio affinché in Angola si tornasse alla pace (la guerra fra il governo e il maggiore partito di opposizione, l’Unita, si è conclusa nel 2002), senza però tacere rispetto alle violenze della polizia, soprattutto in epoca socialista.

Undici anni più tardi, gli stessi Filhos da Ala Leste, in Mais miséria, menos voz, tornarono all’attacco, classificando il regime di José Eduardo dos Santos come “dittatura” e “monarchia”, e mostrando che la pratica di una cultura democratica era ancora lontana dall’essere accettata. Non a caso, il regime angolano, in diverse circostanze, non esiterà a reagire in modo deciso, soprattutto dopo che alcuni di questi giovani rappers dettero vita, nel 2013, al Movimento rivoluzionario angolano, autodefinendosi come “revus”.

Nel 2015, alcuni di loro, come Luaty Beirão, nome d’arte Ikonoklasta, furono arrestati, accusati, senza alcuna prova, di tentativo di colpo di stato, ma riuscendo a trasmettere un messaggio chiaro e inequivocabile verso quanti volessero continuare a criticare l’“imperatore” angolano Dos Santos.

Oggi, finita l’era di Dos Santos, giovani rappers emergenti stanno proponendo temi attuali di critica sociale. Nucho, per esempio, con Filhos da Fome, uscito quest’anno, cerca di parlare degli ultimi, di coloro che fanno la fame, a causa, secondo questo artista, della “desgovernação” dell’attuale esecutivo, guidato dal successore di Dos Santos, João Lourenço. D’altra parte, MCK, nel suo ultimo Vidas humanas importam, ricorda come la violenza della polizia abbia portato alla morte dell’attivista Inocêncio Matos e del medico Sílvio Dala, in situazioni di evidente abuso di autorità a cui, secondo il musicista, il presidente angolano non ha dato quasi alcuna importanza.

Mozambico: in lotta contro abusi e corruzione

Temi di denuncia di violazioni di diritti umani, di povertà indotta da politici corrotti e incompetenti, ma anche di ideali da perseguire e da proporre a una società civile tremendamente scossa dal terrorismo a Cabo Delgado e dal più importante scandalo finanziario dell’Africa: è questa l’agenda artistica che i rappers mozambicani contemporanei propongono oggi. Sulla scia del maestro indiscusso del rap locale, “Mano” Azagaia – anch’egli a suo tempo arrestato con un’accusa infondata di uso di stupefacenti -, giovani emergenti come André Cardoso, Rage o anche la rap-avvocato, Iveth Mafundza, stanno cercando di trasmettere messaggi di denuncia ma anche di speranza.

André Cardoso, incontrato tempo fa a Maputo, ha sottolineato come, al di là delle individualità di ciascun artista, egli stia provando a creare una rete di rappers impegnati nella difesa e promozione dei diritti umani, forte anche della sua recente formazione di sociologo e di cittadino impegnato per il bene pubblico. In larga parte esclusi dai grandi media nazionali, come avviene anche per i colleghi angolani, i rappers mozambicani hanno imparato a fare un uso eccellente dei media sociali e dell’audiovisivo, potendo esprimere più liberamente le proprie opinioni proprio utilizzando le nuove tecnologie.

Insomma, chiosando il classico e il nuovo del rap mozambicano, se “il paese della Marrabenta va di male in peggio” (GPRO Fam, O País da Marrabenta, 2003), è anche vero che c’è chi prova a trasmettere un messaggio di speranza e di lotta, come Range: “E quando la lotta è mia/io non mi rammollisco (…) e mi rifuito di essere un fantoccio della globalizzazione”, invitando tutti a “seguire la propria fede, sia essa assurda o utopistica” (Range, Indomável, 2016).

È fra questo pessimismo critico e il rilancio di una fiducia in se stessi e nella propria comunità e idealità che il rap mozambicano e angolano si stanno ritagliando un posto centrale fra i nuovi movimenti di trasformazione sociale, in una sfida che non può che essere di lungo periodo.

 

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