Tutto è cominciato nel 2011, per l’esattezza il 7 marzo di quel fatidico anno in cui in una parte dell’Africa sembrava risorgere da regimi dittatoriali oppressivi e vetusti.
Anche l’Angola ha avuto la sua “primavera”, come quelle arabe, ma nel paese i meccanismi repressivi messi in atto dall’esecutivo al tempo guidato da José Eduardo dos Santos riuscirono a contenere le manifestazioni di piazza, con l’arresto di alcuni dei futuri simboli della resistenza angolana, come il rapper Luaty Beirão e la giornalista Ana Margoso.
Nel 2012 è stata poi la volta dell’Unione nazionale per l’indipendenza totale dell’Angola (UNITA), il maggior partito di opposizione. La formazione politica ed movimento ribelle organizzò quell’anno varie manifestazioni post-elettorali, denunciando come poco trasparenti, fino alla violazione della reale volontà popolare, i processi di conteggio dei voti delle elezioni che si erano tenuta ad agosto.
Niente è cambiato
Quasi 15 anni dopo, con il nuovo presidente João Lourenço, succeduto a sua maestà dos Santos, la situazione angolana presenta le stesse caratteristiche di quel lontano 7 marzo 2011: malcontento popolare, brogli elettorali (nel 2022), repressione da parte della polizia. Con, in più, una società civile sempre più cosciente e battagliera.
Lo dimostrano le proteste di questi giorni contro l’aumento delle tariffe dei taxi collettivi e del costo della benzina, alla loro volta generate dalla progressiva rimozione dei sussidi sui carburanti che il governo ha avviato nel 2023, in linea con i suggerimenti del Fondo monetario internazionale (FMI). Una tre giorni di scioperi indetta dalla principale organizzazione di tassisti del paese è degenerata in scontri nella capitale Luanda e in diverse altre province. Il ministro degli interni, Manuel Homem, ha dato conto finora di 22 morti, quasi 200 feriti e oltre 1.200 arresti fra le file dei manifestanti.
I motivi che mostrano una indiscutibile continuità – anche dei protagonisti – di questa ondata di proteste che, in questi ultimi giorni, ha scosso il regime di Lourenço come mai prima vanno ricercati nella traiettoria di sviluppo dell’Angola degli ultimi 15 anni, le sue ricadute socio-economiche ma anche civili e politiche.
Oggi, il paese non è più quello che era stato governato da dos Santos. L’ex capo di stato è da considerarsi “il grande corruttore”, l’incarnazione della cleptocrazia africana. Dos Santos ha guidato il paese per 38 anni senza mai essere eletto direttamente dal suo popolo, grazie a una sistema elettorale che gliel’ha permesso pur stando in un ordinamento presidenzialista. In quattro decenni l’ex presidente ha messo insieme un sistema repressivo molto efficace e, al contempo, ha creato una rete di privilegi fra le élite politiche e militari.
Un sistema che includeva anche figure provenienti dagli ex-nemici dell’UNITA, diventati molto meno pericolosi dopo il 2002, anno della morte di Jonas Savimbi e della fine della guerra civile che aveva devastato l’Angola per i precedenti 27 anni. Il conflitto aveva visto affrontarsi come fazioni principali proprio l’UNITA e l’MPLA, i due principali partiti politici del paese nel sistema che ha seguito la guerra.
Per anni, durante il regime di dos Santos, il capitale angolano aveva colonizzato interi settori economici (banche, telecomunicazioni, alberghiero) di paesi europei, a partire dal Portogallo, grazie soprattutto all’intraprendenza dei familiari del presidente, in primis la figlia Isabel, la donna più ricca del continente per molto tempo.
Mentre l’élite viveva esistenze dorate dentro e fuori dall’Angola, la miseria caratterizzava il resto della popolazione. L’Angola è sempre stato uno dei paesi più poveri e più diseguali dell’Africa, nonostante, insieme alla Nigeria, sia il primo produttore di petrolio del continente, a cui vanno aggiunti anche diamanti e oro.
La morsa della povertà
Oggi, circa metà della popolazione angolana vive in povertà; ma quel che più preoccupa è il trend crescente di chi vive in condizioni di miseria: in otto anni, la povertà è cresciuta di oltre l’80% secondo alcune stime. Ci sono zone del paese poi, specialmente nel sud, dove la fame è una realtà consolidata a causa della siccità estrema, come ha più volte denunciato il sociologo Padre Jacinto Pio Wacussanga.
Il nuovo governo di Lourenço, eletto per la prima volta nel 2017 e poi confermato in seguito a contestate elezioni nel 2022, non ha saputo rispettare le promesse iniziali. La promessa lotta alla corruzione ha avuto più il sapore di una resa dei conti all’interno del partito che da sempre governa il paese, l’MPLA, contro familiari e fedeli del vecchio presidente Dos Santos, che un vero impegno riformatore e moralizzatore. Le politiche di lotta alla povertà invece, sono state, semplicemente, inesistenti, con conseguente crescita dei livelli di diseguaglianza.
Il dissenso è diventato più solido
La povertà, tuttavia, non è sufficiente a scatenare proteste così intense e partecipate come quelle di questi ultimi giorni. Il punto è che da quel 7 marzo 2011 la società civile angolana è cresciuta in modo esponenziale, in termini di consapevolezza dei propri diritti. Questo è stato l’elemento chiave che, associato alle insoddisfazioni materiali degli angolani, ha prodotto mobilitazioni così ampie.
Mobilitazioni che da meramente economiche e settoriali si sono trasformate presto in manifestazioni politiche contro il regime di Lourenço, la cui immagine esposta nei cartelloni di Luanda è stata bruciata in pubblica piazza.
Certo, non sono mancati atti di vandalismo e violenze gratuite; tuttavia, le immagini provenienti da Luanda, così come da altre città angolane, non fanno altro che testimoniare il legame fra povertà e violenze. Supermercati e altri esercizi commerciali sono stati presi d’assalto per portare via derrate alimentari altrimenti irraggiungibili per la stragrande maggioranza della popolazione angolana.
Una mobilitazione dalle ricadute ampie
La parte più cosciente e politica dei movimenti scesi in piazza ribadisce da tempo la necessità di politiche pubbliche più incisive. Appena tre mesi fa, ad aprile di quest’anno, Francisco Teixeira, presidente del Movimento de Estudantes Angolanos (MEA), aveva esortato l’esecutivo a trovare con urgenza risposte adeguate alla crisi occupazionale in corso nel paese, annunciando nuove proteste.
Che, poi, queste siano scaturite dall’aumento del prezzo del combustibile è adesso un mero accidente della storia. Quest’anno, per l’esattezza a novembre, si celebrano i 50 anni dell’indipendenza dell’Angola dal Portogallo, e con loro anche il mezzo secolo al potere dell’MPLA.
Appare sempre più evidente che questo sistema di potere ha mostrato i segni dell’usura del tempo e che processi elettorali manipolati non li possono più mascherare. Il 2027, anno delle prossime elezioni, è vicino. La miccia è accesa, per farla esplodere, come visto in questi giorni, basta davvero poco.