Africa / Bracconaggio
In un recente rapporto l'Onu avverte della minaccia sempre più incombente che il bracconaggio rappresenta per il patrimonio faunistico africano. Emerge una complessa rete criminale che vede spesso coinvolti anche i ranger dei parchi.

Non solo crimine organizzato e gruppi armati. Alla base del traffico illecito di animali e piante ci sono, in molti casi, proprio le stesse guardie che dovrebbero proteggerli. Lo fa notare l’Ufficio Onu per Droga e Crimine (Undc) nel suo World Wildlife Crime Report, un rapporto che traccia un quadro generale sui crimini contro specie protette. Elefanti, rinoceronti, pangolini, scimmie, coralli, tartarughe, felini, rettili, volatili, alberi dal legno pregiato. Le specie protette dalla Convenzione internazionale sul commercio delle specie di flora e fauna selvatiche minacciate (Cites) sono oltre 35.000, ma il bracconaggio colpisce anche molte altre piante ed animali nel mondo. I sequestri, in aumento negli ultimi anni, rivelano un incremento generale delle attività illecite e ancora una volta l’Africa paga il conto più salato.
La richiesta, spiega il rapporto, arriva principalmente da alcuni settori: moda, arte e gioielli, cibo e medicamenti, cosmetici, profumi e forniture per l’arredo. Un  mercato ricco e vario, difficile da monitorare. Il riciclo del denaro, si legge nel rapporto, avviene “attraverso una serie di holding e conti off-shore” e in molti casi “i documenti che accompagnano la merce vengono contraffatti per certificarne la legalità”. L’Undc evidenzia la necessità di sicurezza lungo la catena logistica come la chiave per proteggere le specie in pericolo.

Rangers invischiati
Della lunga filiera, gestita per lo più dal crimine organizzato transnazionale, un ruolo fondamentale viene giocato dagli stessi rangers. In territori in cui la popolazione vive in condizioni di povertà, come gran parte del continente africano, la corruzione trova terreno fertile. L’organizzazione Survival International evidenzia quanto accade in Camerun, nella terra ancestrale dei Pigmei Baka e di altre tribù della foresta, dove di recente un guardaparco e un capo della polizia locale sono stati arrestati per sospetto coinvolgimento nel commercio illegale di avorio. In questo caso sono stati i Baka a denunciare i rangers di bracconaggio. Già tre anni fa i pigmei avevano dichiarato a Survival che “i guardaparco aprivano scatole di sardine e le usavano come esca per attirare i leopardi e dar loro la caccia per le pelli”.

Un problema molto esteso
Il caso del Camerun non è un caso isolato. Denunce simili si registrano in Tanzania, Sud Africa, Kenya, Zimbabwe, Uganda e Indonesia. Un rapporto edito il 2 marzo scorso dalla Brookings Institution conferma il legame tra grandi organizzazioni criminali e funzionari corrotti, in particolare nell’Africa australe e nel sudest asiatico. Un problema, si legge nel rapporto, “aggravato dalla complicità delle comunità locali che vivono nei pressi dei parchi”. Inoltre, “la crescente potenza di fuoco dei bracconieri e la disperazione delle politiche adottate in risposta – come sparare a vista – hanno moltiplicato i livelli di violenza connessi al bracconaggio e al traffico di fauna selvatica”. Un altro anello fondamentale del traffico illecito, fa notare il World Wildlife Crime Report, riguarda i doganieri. La corruzione permette, infatti, il carico di merci voluminose e pesanti come zanne d’elefante e legname nei container che viaggiano via mare.
Il mercato del bracconaggio, a ben vedere, appare un fenomeno transcontinentale che può essere contrastato solo attraverso una più stretta ed efficiente cooperazione internazionale. Questo è quanto hanno evidenziato gli autori del World Wildlife Crime Report, che lanciano un appello alla comunità globale nel suo insieme affichè aumenti il proprio impegno nella protezione di tutte quelle specie animali che potrebbero un giorno scomparire per sempre.