Oltre tre anni di crisi politica
Il colpo di stato, voluto da Andry Rajoelina e sostenuto dall’esercito, che rovesciò il presidente legittimo Marc Ravalomanana (16 marzo 2009), non ha portato a niente. Da novembre 2011 c’è un governo di unità nazionale, ma è in salita la via per il ritorno alla normalità costituzionale. Secondo l’Onu, le elezioni presidenziali e politiche, previste tra maggio e giugno 2013, sono un passaggio decisivo. In antemprima dal dossier di settembre

Uno degli ostacoli che impedisce di trovare una soluzione alla crisi malgascia si chiama Andry Rajoelina, ex disc jockey e già sindaco della capitale Antananarivo, cui l’esercito ha affidato il potere dopo il golpe del 2009. Rajoelina si rifiuta categoricamente di consentire al suo rivale Marc Ravalomanana, deposto e oggi in esilio in Sudafrica, di rientrare e di beneficiare di un’amnistia. I sostenitori di Rajoelina portano a pretesto il fatto che, nell’agosto del 2010, Ravalomanana è stato condannato ai lavori forzati (pena imprescrittibile) per «crimini contro l’umanità» per la sua presunta responsabilità nell’uccisione nel 2009 di una trentina di manifestanti presi a fucilate dalle forze dell’ordine. La Comunità di sviluppo dell’Africa Australe (Sadc) ha tentato di avvicinare le parti, ma senza successo.

 

Nel suo rifiuto, Rajoelina beneficia del sostegno dell’esercito. In un’intervista alla Gazette de la Grande Île, pubblicata lo scorso aprile, il generale Ranto Rabarisoa, presidente del Consiglio militare di difesa nazionale (Cmdn), che ha l’incarico di mettere a punto una riforma delle forze armate, ha dichiarato che l’esercito si opporrà al ritorno dell’ex presidente, perché costituisce un fattore d’insicurezza. Evidentemente si temono rappresaglie da parte di Ravalomanana nei confronti dell’esercito che l’ha estromesso dal potere. E preoccupa anche che lo stato non avrebbe i mezzi finanziari per compensare l’ex presidente (industriale del settore agroalimentare) della perdita dei supermercati Magro, saccheggiati e dati alle fiamme nel gennaio 2009.

 

Un accordo tra Rajoelina e Ravalomanana, del resto, non piace neppure all’ex presidente Didier Ratsiraka, che è oggi a capo del Malgasy Tonga Saina (Mts), il cui segretario è Roland (nipote di Ratsiraka), e vuole «un confronto tra tutte le forze vive della nazione».

Va considerato, tuttavia, che questa opposizione al ritorno di Ravalomanana è uno dei pochi punti di consenso nell’esercito, che non è affatto un blocco omogeneo. Ogni quindici giorni – che si tratti di giustificare una purga e una sospensione dall’ufficio o di una vera sollevazione – si sente parlare di un tentato colpo di stato.

 

A marzo, i sottoufficiali hanno inscenato un ammutinamento di carattere “sindacale” per chiedere una diminuzione delle imposte sui loro stipendi. A inizio aprile, due colonnelli, di stanza nella capitale, avrebbero ordito un complotto. A metà aprile, si è avuta la notizia dell’arresto di un colonnello, di un sottoufficiale e di un civile sospettati di aver fomentato la presa dello stato maggiore generale. Alcuni dei militari che hanno portato Rajoelina al potere hanno preso le distanze da questi episodi. «Tra questi, il colonnello Charles Andrianasoavina, implicato in un tentativo di golpe all’inizio del 2012», mi dice Juvence Ramasy, professore all’Università di Toamasina, sulla costa orientale, e specialista di questioni di sicurezza. Il 22 luglio, l’esercito è dovuto intervenire per sedare un ammutinamento nella caserma di Ivato, presso l’aeroporto della capitale, uccidendo il caporale Koto Mainty, leader della rivolta, e un soldato. Nel novembre 2010, questa caserma era già stata teatro di un ammutinamento in un tentativo di colpo di stato contro Rajoelina.

 

La popolarità e il prestigio dell’esercito vanno assottigliandosi anche in ragione dell’aumento generalizzato dell’insicurezza nel paese e nella capitale. La strada principale Antananarivo-Toamasina (350 km) non è più sicura. Sempre più spesso i banditi prendono di mira i commercianti di zaffiri, cercando di rubare i preziosi e denaro contante. Lo stesso avviene sulla strada che conduce a Mahajanga, altro grande porto sulla costa occidentale.

 

Nel sud del paese, l’insicurezza è attribuita ai dahalo, i ladri di zebù. A raggelare gli animi, il 9 giugno c’è stata l’uccisione di 12 militari e gendarmi in un’imboscata a Befotaka. Responsabile sarebbe un gruppo guidato da un ex detenuto, ex sottufficiale del reggimento della sicurezza presidenziale di Ratsiraka, soprannominato Remenabila (il vero nome è Arthur Rabefihavanana, evaso nel 2008). Si imputa a questo gruppo il furto di oltre 3mila zebù. Il governo appare incerto al riguardo: il ministro degli interni, Florent Rakotoarisoa, vorrebbe un assalto contro i dahalo, trincerati nel villaggio di Bekolintsa, o un’incursione degli elicotteri dell’esercito francese; il ministro della difesa, invece, è più vicino alla linea di primo ministro del governo di transizione, Jean-Omer Beriziky, che vuole evitare un bagno di sangue.

Una cosa è certa: il fenomeno esiste da molto tempo e i dahalo s’imbaldanziscono, approfittando del venir meno dello stato. «Senza dire», confida un consigliere del primo ministro, «che i dahalo sono stati approvvigionati di mitragliatori Ak-47 e di fucili Fal da parte dei gendarmi con i quali sono soliti spartire il bottino». (continua nel dossier di settembre)

 

 

 


 



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