Biennale Arte
Fa discutere la scelta della curatrice Christine Macel di presentare alla mostra internazionale di Venezia, inaugurata il 13 maggio, pochi artisti africani. Si segnalano il maliano Abdoulaye Konate e il nigeriano Jelili Atiku.

Alla 57esima Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, aperta al pubblico sabato 13 maggio (fino al 26 novembre), la crescita di visibilità dell’Africa in una delle più prestigiose manifestazioni dedicate nel mondo all’arte contemporanea sembra, dopo alcune edizioni, segnare una battuta d’arresto.

Alla Biennale Arte del 2007 l’arte contemporanea africana aveva suscitato molto interesse con un florilegio della collezione della fondazione Sindika Dokolo (Luanda); poi nel 2013 l’Angola, alla sua prima presenza alla Biennale, si era aggiudicata il Leone d’Oro per la migliore partecipazione nazionale; infine nel 2015, per la prima volta in una storia iniziata nel 1895 e snodatasi in 56 edizioni, la Biennale ha avuto un direttore africano, il curatore nigeriano Okwui Enwezor.

Quest’anno, tra 120 artisti partecipanti, provenienti da 51 paesi, sono pochi gli africani considerati dalla Mostra Internazionale, curata da Christine Macel e intitolata Viva Arte Viva. A maggior ragione dato il tema scelto: quello dell’arte vista quale – per usare le parole della Macel – «luogo per eccellenza della riflessione, dell’espressione individuale e della libertà, così come degli interrogativi fondamentali che, di fronte ai conflitti e ai sussulti del mondo, testimonia la parte più preziosa dell’umanità, in un momento in cui l’umanesimo è messo in pericolo».

Difficile pensare che non fosse convocabile un numero più cospicuo di creatori africani, tanto più avendo la Macel concepito Viva Arte Viva come «una Biennale con gli artisti, degli artisti e per gli artisti». Fra i nomi, il maliano Abdoulaye Konate e il nigeriano Jelili Atiku, oltre ad alcuni artisti nordafricani per lo più attivi a Parigi.

Proprio sulla modesta rappresentanza dell’arte contemporanea africana alla Biennale, e sulla necessità di spingere affinché venga in futuro incrementata, si è ragionato nella settimana di inaugurazione con African Art in Venice Forum, una due giorni che ha raccolto i contributi di numerosi critici e operatori, diversi dei quali africani.

Ci si consola con un importante debutto, quello della Nigeria, fra le 86 partecipazioni nazionali – distribuite fra i padiglioni ai Giardini della Biennale, l’Arsenale e sedi varie nel centro storico veneziano – che affiancano la Mostra Internazionale. Gli altri paesi africani presenti sono Angola, Costa d’Avorio, Egitto, Maurizio, Seicelle, Sudafrica, Tunisia e Zimbabwe.

Il padiglione nigeriano (Scoletta dei Tiraoro e Battioro, San Stae) presenta tre giovani artisti che hanno sviluppato la loro ricerca in patria: Peju Alatise, Victor Ehikhamenor e Qudus Onikeku. «È una cosa diversa vivere altrove rispetto a chi invece crea in Africa con le sfide dell’Africa», ribadisce Peju Alatise, nata a Lagos nel ’75, e inizialmente ostacolata nella sua carriera di artista dalla famiglia. «Partecipare alla Biennale di Venezia è come gareggiare alle Olimpiadi delle arti. Oltre che un’opportunità per mostrare il nostro lavoro, la Biennale è un’occasione per raccontare un’autentica storia africana».

Foto: Jelili Akitu, live performance (Pinterest)