Pittura e scultura
Sette artisti contemporanei – tra cui Lilanga (Tanzania) e Mahlangu (Sudafrica) – espongono alla Fondazione Mudima di Milano fino al 24 maggio. “Africana” è curata da Achille Bonito Oliva e Sarenco.

L’esposizione in corso alla Fondazione Mudima di Milano merita una visita per le sue caratteristiche del tutto speciali. Si tratta di una selezione relativamente ristretta ma assai oculata di sette artisti contemporanei, uno dei quali è un italiano trapiantato in Kenya mentre gli altri sei – tre donne e tre uomini – sono africani che sono nati e hanno operato (o ancora operano) nel proprio paese e risiedono stabilmente nella città o nel villaggio d’origine.

Tre di essi – George Lilanga (Tanzania), Seni Camara (Senegal) e Esther Mahlangu (Sudafrica) – sono molto noti a livello internazionale e hanno ottenuto premi e riconoscimenti grazie ai quali hanno già esposto anche in Italia. Gli altri – Mikidadi Bush (Tanzania), John Goba (Sierra Leone) e Margaret Majo (Zimbabwe) – erano sinora sconosciuti al pubblico italiano.

Sarenco – che in realtà si chiama Isaia Mabellini – vive a Malindi dagli anni Ottanta ed è il tramite dell’operazione di diffusione della cultura figurativa africana, qui affidata alla cura del critico Achille Bonito Oliva. Avevamo già incontrato Sarenco come curatore di un libro di Skira interamente dedicato all’opera di Lilanga, ma è la prima volta che si vedono le sue sculture accostate a opere africane: un incontro interessante e una testimonianza di ibridismo, così come era accaduto anni addietro in occasione della mostra milanese di Pietro Scampini che esponeva insieme a un gruppo di artiste sudafricane ndebele con le quali aveva lavorato.

Buona parte degli artisti africani in mostra producono sia pittura sia scultura (Mikidadi Bush, John Goba, George Lilanga) mentre Esther Mahlangu e Margaret Majo sono esclusivamente pittrici, e Seni Camara soltanto scultrice. Le pitture sono talvolta su tela e talaltra sulle sculture stesse, che appaiono ricoperte di colori acrilici a tinte vivacissime. È evidente che la matrice della scultura è quella che accomuna quasi tutti gli artisti: e del resto si tratta di una forma espressiva che ha profonde radici nelle tradizioni africane, mentre la pittura vi è stata importata con la modernità coloniale e nella maggior parte dei casi vi è entrata attraverso la pratica del veicolo pubblicitario e cartellonistico.

 

Makonde

Nei due artisti più noti della selezione di Mudima, tuttavia – e cioè Lilanga e Mahlangu – l’espressione si radica intimamente alla tradizione del proprio ceppo culturale. Nel caso di George Lilanga ci si trova di fronte a un artista makonde (come del resto è makonde anche Mikidadi Bush), proveniente da un gruppo etnico originariamente stanziato in Mozambico, con una diaspora verso Tanzania e Kenya avvenuta a partire dagli anni Settanta. I makonde sono un popolo di scultori che produceva maschere molto belle e figure lignee raffiguranti un popolo di creature fantastiche, una sorta di shetan (o spiriti), per lo più riuniti in agglomerazioni affollate e intricate, vagamente oniriche. In risposta a un mercato sempre più interessato alla loro produzione, i makonde hanno quindi preso a scolpire nell’ebano, e infine ecco che Lilanga prima, e poi anche Bush, hanno colorato vivacemente le loro creature.

Nei quadri acrilici come nelle sculture di Lilanga compaiono sequenze di frenetici spiriti dalle grandi orecchie appuntite ed enormi bocche sdentate dalle labbra pendule  (forse un ricordo dell’antica abitudine delle donne makonde di inserire dei dischi di legno nel labbro inferiore, deformandolo  nel tempo),che circondano, anzi, assediano i pochi umani superstiti che risultano assillati dagli spiriti variopinti. La pittura di Lilanga – che è morto nel 2005 a Dar es Salaam) è di grande effetto, anche se a mio avviso finisce per diventare in qualche modo ripetitiva, anzi, calligrafica, quasi una sorta di fumetto africano. Lilanga ha avuto una schiera di seguaci in Tanzania, dove l’arte popolare nata nei famosi mercati di Dar ha prodotto serie di quadri e quadretti a impianto naif che hanno riscosso grande successo fra i turisti, essendo assai attraenti e graziosi e rispondendo allo stereotipo  che dell’arte africana hanno gli stessi turisti.

L’imprint originario di Lilanga, comunque, attinge all’immaginario fantastico della sua cultura di origine che egli interpreta con energia indiavolata e secondo ritmi di musica frenetica. Le figurine di shetan di questo geniale makonde, pur nella loro bizzarria, non hanno nulla di spaventoso; io stessa ne ospito una nel mio studio, e trovo che non solo non disturba minimamente le mie meditazioni e il mio lavoro, ma mi tiene stranamente compagnia quasi fosse un affettuoso guardiano venuto da una qualche altra dimensione, ma con intenzioni assolutamente amichevoli. Meno amichevoli sono invece le raffigurazioni di Bush, spiriti dai lineamenti e le fattezze deformati che hanno piuttosto carattere di incubi  ghignanti, quasi appartenessero a una stirpe maligna e pericolosa. Anche Bush, come Lilanga, colora a tinte accese le sue sculture lignee e dipinge quadri a colori acrilici.

 

Ndebele

Esther Mahlangu è un’artista ndebele, ed esalta con originalità la tradizione che affida alle donne del suo popolo il compito di decorare le case all’esterno come all’interno secondo schemi geometrici in cui però ogni donna inserisce innovazioni personali sia geometriche e astratte sia realistiche e descrittive. Le case ndebele sono costruzioni piatte circondate di muretti e recinti con pilastrini, disseminate nella campagna dell’alto Transvaal: ognuna di esse, semplicissima nella struttura, costituisce un piccolo capolavoro espressivo e narra la storia delle persone che la abitano.

Un tempo le donne usavano soltanto colori vegetali in tonalità di bianco, marrone, giallo e ocra, ma poi hanno potuto disporre di colori vivaci a buon prezzo e se ne servono per raccontare, simili in questo alle donne che intessevano storie in tappeti o disegnavano ricami con l’ago, oppure creavano incantevoli patchwork con toppe multicolori. La si può chiamare arte applicata? Esther Mahlangu, però, si è ben presto distinta fra le altre donne ndebele perché decorava non solo la propria casa, ma qualsiasi cosa le capitasse fra le mani, dai sacchi vuoti già usati per la farina ai sacchi di juta grezza, sino a che un giorno ha vinto un importante concorso d’arte ‘arredando’ con i suoi schemi geometrici un’automobile Mercedes che ha poi fatto il giro del mondo. Oggi è un’artista affermata e assai apprezzata, ma l’imprint originario di tipo decorativo è rimasto alla base dei suoi dipinti che si sono trasferiti su tela e hanno un vasto mercato internazionale.

L’africanità di Lilanga come di Mahlangu sta in quel loro metodo di essere tradizionali e insieme originali, proprio come accadeva e tuttora accade con i poeti orali zulu o bambara che compongono secondo antichi (e complicati) schemi fissi che ciascuno di essi innova a modo proprio: e il loro pubblico apprezza proprio questo, cioè la persistenza della tradizione fusa con la capacità di inventare del nuovo.

Seni Camara viene dal Senegal, e fa rivivere le modalità espressive dell’Africa Occidentale creando figure in terracotta di potente impatto stilistico. Ha esposto per la prima volta in Europa nella celebre mostra parigina del 1989 Magiciens de la terre, dove è stata notata e apprezzata dalla grande Louise Bourgeois. Il linguaggio di Camara è potente e fortemente evocativo, e fa emergere l’invisibile dietro il visibile.

A lei ben si attaglia quanto osserva il curatore Bonito Oliva nella sua presentazione, e cioè che nell’arte «non si tratta di mimare la libertà della natura, il suo stato brado, bensì di assumere la capacità anticipata del caos di strutturarsi secondo una potenzialità cosmica, un sistema di relazioni in cui convivono apertamente particolare e universale, ordine e disordine, microcosmo e macrocosmo. Dunque l’artista africano non combatte contro natura, né cerca di integrarsi in essa, cerca semmai di trovare un registro espressivo capace di rendere fecondo il linguaggio adoperato». Nelle sale di Mudima le figure di Camara formano un piccolo esercito attento e silenzioso che con i suoi colori rosati sembra appena uscito dalle viscere della terra africana, venuto a invadere pacificamente il nostro immaginario: e l’effetto che esse fanno sul visitatore è paragonabile all’impatto dello stupefacente stuolo di guerrieri cinesi di terracotta usciti dal sottosuolo nella città di Xian.

Margaret Majo, zimbabwana, presenta composizioni geometriche create con tappi metallici dipinti: opere astratte e insieme nutrite di ispirazione decorativa. Qui il dettaglio minuto e anzi minuzioso contraddice l’insieme e racconta i contrasti di una modernità complessa in cui l’immaginazione femminile si insinua ironicamente.

John Goba (Sierra Leone) firma piccole sculture di personaggi iconici femminili o di spiriti dalle cui membra si dipartono appendici e propaggini variopinte che reggono raggere di puntuti aculei d’istrice – una sorta di lampade soprannaturali.

Nel suo insieme, l’esposizione visibile alla galleria Mudima è assai attraente e bene organizzata e distribuita. Finalmente un modo intelligente e onesto di presentare l’arte africana senza stereotipi e preconcetti, senza schemi di una banale diversità che solitamente tradisce preconcetti esotistici. Finalmente una buona mostra di bravi artisti, interlocutori dell’immaginario africano, che si offrono al visitatore e al possibile compratore senza strizzare l’occhio da supposte subalternità, ma aprendosi spontaneamente a dialoghi e riflessioni.

 

“Africana”, Fondazione Mudima via Tadino 26, Milano, tel. 02.29409633.