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Mentre scrivo queste righe per l’appuntamento mensile con Nigrizia, sono anch’io in casa qui al Rione Sanità nella città di Napoli, senza potermi muovere e incontrare persone. Dal 9 marzo condivido la stessa condizione di tutti gli italiani per contenere la diffusione del virus.

Certo, è un momento di sofferenza. Chiedo tuttavia a tutti di mutare questa sofferenza in un momento di grazia, un’occasione per pensare seriamente a ciò che sta avvenendo. Stiamo poi vivendo la Quaresima, uno stimolo in più per raccoglierci e riflettere.

Partiamo da una considerazione molto semplice. Pensavamo di essere dei supermen, quasi convinti di essere diventati onnipotenti: è bastato un coronavirus a precipitarci in una crisi di cui ancora non vediamo la fine e non siamo in grado di valutarne tutte le implicazioni.

Dobbiamo cominciare a imparare l’umiltà e capire che il dolore degli altri ha che fare con ciascuno di noi e deve toccarci. Ora che la gente sta morendo – penso in questo momento a Bergamo e mi soffermo sulle sofferenze di questa città –, ora che il dolore si sta sempre più installando attorno a noi, continuiamo, noi cittadini del mondo ricco, a non accorgerci delle sofferenze del sud del mondo e degli ultimi a ogni latitudine. Non ci toccano.

Eppure siamo dentro un sistema di morte. Un sistema economico e politico che uccide continuamente e miete molte più vittime del virus che ci ha attraversato la strada. Il sistema di cui facciamo parte uccide per fame milioni di persone. Uccide con le guerre: penso ai milioni di morti in Africa e alle vittime in Afghanistan, Iraq, Siria…

Il sistema insegue i profitti e si disinteressa di salvaguardare la Terra. Mentre i danni provocati dai cambiamenti climatici sono sempre più evidenti e l’inquinamento uccide ogni anno 8 milioni di persone. Questa situazione produce profughi, persone costrette ad abbandonare la propria casa per poter sopravvivere. Anche di fronte a queste tragedie abbiamo chiuso il cuore e i porti, e ci siamo dotati di leggi assurde.

Dobbiamo insomma cominciare a capire che il dolore deve penetrarci dentro. Dobbiamo ascoltare l’enorme dolore provocato dall’epidemia e insieme il dolore del mondo. Mi sono lasciato accompagnare in questi giorni dalla meditazione del libro delle Lamentazioni: canti disperati, in cui Dio sembra non esserci, ma che ci dicono che dobbiamo aprire il cuore alla sofferenza.

Se mi alzo lo sguardo, un’altra cosa mi appare chiara: oltre alle persone morte uccise dal virus, a subirne le peggiori conseguenze sono coloro che non contano. Qui a Napoli, a forza di premere sull’amministrazione comunale, siamo riusciti a far sì che una parte dell’Albergo dei poveri si aprisse ai senza fissa dimora (docce, lavanderia, pasti…). A metà marzo, questo segmento dell’Albergo è stato chiuso. Aggiungendo altra sofferenza.

Lo stesso avviene per il campo rom di Casoria e altri campi rom che stiamo seguendo: sono soli, isolati, non possono muoversi per lavorare, sono ridotti alla fame. E i migranti? Dopo i decreti sicurezza di Salvini sono stati sbattuti fuori dagli Sprar, per ritrovarsi abbandonati a loro stessi: nessuna circolare ministeriale per loro…

Spalanchiamo il nostro cuore a tutte le sofferenze.


Lamentazioni

È il secondo scritto biblico del profeta Geremia. Probabilmente fu composto nei tre mesi trascorsi fra l’incendio di Gerusalemme, ad opera delle truppe babilonesi, e la partenza per l’Egitto di coloro che erano rimasti (Geremia 31,2; 41,1; 43,7). Siamo intorno all’anno 585 a. C. In cinque capitoli, si predica la necessità di un ritorno alla fedeltà all’alleanza con Dio, condannando aspramente le pratiche idolatre, i frequenti soprusi dei forti contro i deboli, l’osservanza ipocrita e superficiale dei rituali.