Al-Kantara – febbraio 2016
Mostafa El Ayoubi

La condanna a morte dello sceicco Nimr al-Nimr, eseguita il 2 gennaio a Riyad, ha ulteriormente complicato i rapporti diplomatici tra Arabia Saudita e Iran. Al-Nimr era uno dei massimi leader religiosi della minoranza sciita saudita concentrata nel Qatif, nell’est del regno, ricco di petrolio. Lo sceicco – accusato di terrorismo – era politicamente impegnato da tempo contro la tirannia della famiglia reale di al-Saud, ma non ha mai inneggiato alla violenza come molti affermano.

L’esecuzione del noto sceicco sciita ha scatenato una serie di reazioni e controreazioni. Il giorno dopo, l’ambasciata saudita a Teheran è stata incendiata da un gruppo di manifestanti (molti di loro sono stati arrestati). L’Arabia Saudita ha rotto i rapporti diplomatici con l’Iran (lo stesso hanno fatto alcuni suoi alleati tra cui Sudan e Gibuti). E, non a caso, il 7 gennaio i cacciabombardieri sauditi hanno colpito l’ambasciata iraniana nello Yemen, paese che da oltre 10 mesi è sotto l’assedio militare dei sauditi sostenuti da altri eserciti, sudanese e senegalese compresi.

La faccenda di al-Nimr è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso di un robusto dualismo tra paesi che hanno un enorme peso in Medioriente e che se ne contendono l’egemonia. L’Arabia Saudita si erge a leader del mondo sunnita (maggioritario nell’islam); l’Iran è di fatto il punto di riferimento delle minoranze sciite nel mondo islamico.

Questo dualismo ha due dimensioni interconnesse: una religiosa e l’altra geopolitica, la più rilevante. La dimensione religiosa ha radici nello scisma tra sunniti e sciiti, che risale a 14 secoli fa. Ma lo scontro teologico tra Riyad e Teheran è esploso in seguito alla rivoluzione islamica sciita in Iran nel 1979. A partire da quella data, l’influenza religiosa dell’Iran sul mondo arabo è andata crescendo. Diverse comunità sciite hanno visto il giorno in paesi sunniti, come l’Algeria e il Marocco. Le conversioni alla tradizione sciita – vista come via di riscatto della religione islamica – hanno cominciato a preoccupare i sauditi, “custodi” della tradizione sunnita, i quali, per contrastare questo fenomeno, hanno iniziato a cospargere – grazie ai loro petrodollari – l’intero mondo musulmano con il salafismo “sunnita” (compreso quello jihadista).

Tuttavia, per inquadrare meglio questo dualismo, la dimensione geopolitica resta la più significativa. Lo scontro tra Arabia Saudita e Iran coinvolge anche potenze mondiali che da tempo esercitano la loro egemonia sulla regione. E il richiamo alla difesa della tradizione sunnita contro “l’eresia” sciita è funzionale alla guerra geostrategica per arginare l’ascesa dell’Iran come potenza economica e militare nella regione (che avviene a scapito dell’Arabia Saudita e degli interessi degli Usa in particolare). La destabilizzazione dell’Iraq e della Siria affidata ai jihadisti sunniti (al-Nusra, Stato islamico, ecc.) rientra in questa logica. Le sanzioni economiche imposte dagli americani dal 1979 e la guerra dell’Iraq di Saddam contro l’Iran avevano lo stesso obiettivo: piegare Teheran.

La “crociata” geopolitica contro l’Iran include anche la strategia della guerra del petrolio. L’Arabia Saudita, secondo esportatore mondiale, produce milioni di barili al giorno in eccesso per tenere i prezzi bassi e danneggiare l’economa dell’Iran, settimo produttore mondiale di petrolio. Questa strategia è funzionale ancor di più a Washington che, oltre a cercare di contenere Teheran, lavora all’indebolimento di Mosca, per la quale il greggio è uno dei motori principali dell’economia.

Gli Usa, come sempre, giocano su vari fronti a difesa dei propri interessi. In tal senso l’accordo sul nucleare con l’Iran mira a creare qualche crepa nel consolidato rapporto tra Mosca e Teheran che entrambi contano molto sugli introiti da petrolio e gas: il ritorno a pieno regime dell’Iran sul mercato potrebbe influenzare al ribasso il prezzo degli idrocarburi e danneggiare la Russia.

L’accordo sul nucleare voluto dagli Usa non è stato digerito dai sauditi, che sono tra i principali acquirenti di armi statunitensi: il primo nel 2010, con 13,8 miliardi di dollari (e sei paesi musulmani sunniti sono tra i primi dieci importatori!). L’esecuzione di al-Nimr è una reazione maldestra contro la riabilitazione internazionale di Teheran. Lo scopo è quello di provocare uno scontro diretto con l’Iran. Ma è molto improbabile che ciò accada.

Nella foto proteste di fronte all’Ambasciata dell’Arabia Saudita a Teheran in Iran contro la condanna a morte dello sceicco Nimr al-Nimr eseguita il 2 gennaio a Riyadh.  (Fonte: Espresso.it)