AL-KANTARA – GENNAIO 2018
Mostafa El Ayoubi

All’inizio dello scorso dicembre, mentre le fazioni in guerra nello Yemen si “confrontavano” a Stoccolma, sotto l’egida dell’Onu, Donald Trump ha nominato Christoph Henzel ambasciatore per lo Yemen, che invece ha bisogno di tutt’altro.

Il paese continua ad agonizzare sotto gli occhi del mondo intero, a causa di una crisi scatenata dall’offensiva militare di una coalizione guidata dall’Arabia Saudita – e sostenuta da Usa, Gran Bretagna e Francia – e che dall’inizio del 2015 bombarda una parte consistente della popolazione, provocando morte, povertà, malattie e distruzione delle infrastrutture. Non vi sono dati attendibili sull’entità della catastrofe umanitaria. L’Onu parla di 10mila morti. Secondo molti osservatori, il dato effettivo potrebbe essere cinque volte superiore. La fame, la malnutrizione e la mancanza di medicinali, causati dall’embargo e dalle sanzioni economiche imposte dai sauditi da oltre tre anni, hanno causato la morte di centinaia di bambini colpiti dal colera.

Il governo americano, con il suo sostegno diplomatico e soprattutto militare a Riyadh, è complice. Molte delle armi usate sono di marchio Usa: le bombe a grappolo – proibite dai trattati internazionali – che piovono sui cittadini sono fabbricate in parte dalla Raytheon, nel Massachusetts; la bomba che ha colpito un bus scolastico l’agosto scorso, uccidendo 12 adulti e 40 bambini, era una Mk 82 (220 kg) a guida laser, fornita ai sauditi dalla fabbrica statunitense Lockheed Martin.

La nomina di Henzel ambasciatore per lo Yemen è un ulteriore segnale che gli Usa continueranno a sostenere la famiglia al-Saud nella sua guerra contro il popolo yemenita. Henzel è un diplomatico navigato che conosce bene la realtà geopolitica nel Medioriente/Golfo Persico. Ha lavorato all’ambasciata americana a Riyadh ed è uno dei principali tramiti tra Trump e il principe saudita Mohammed Bin Salman (Mbs).

Essendo chiusa l’ambasciata Usa a Sana’a dal 2015, l’ufficio del neo-ambasciatore sarà a Riyadh, nella stessa struttura dove è collocata oggi la base diplomatica americana per la gestione dei rapporti con l’Arabia Saudita. Occorre ricordare che fu Mbs, allora ministro della difesa, a dichiarare guerra allo Yemen; fu lui a ordinare il sequestro del premier libanese Saad al-Hariri.

Forte della protezione del suo “amico” Trump, il giovane “riformista e democratico” Mbs – che ha concesso, bontà sua, alle donne di guidare – si è permesso il lusso di far fuori, in Turchia, il giornalista saudita Khashoggi. Che non era un dissidente politico, difensore dei diritti umani, come invece hanno scritto in molti: era molto vicino al principe Bandar bin Sultan (co–ideatore di al-Qaida), l’altra faccia della medaglia del regime di al-Saud. Khashoggi è stato ammazzato perché si stava avvicinando al nemico Qatar – ora nel mirino della macchina da guerra di Riyadh – il quale gli aveva proposto di gestire un programma televisivo a Doha.

Il chiasso mediatico che ha accompagnato questa faccenda sembrava l’occasione per ritornare a parlare del dramma yemenita. E per qualche settimana se ne è parlato. Ma poi di nuovo il silenzio. I petrodollari di Mbs sono in grado di comprare anche quello!