Zambia-Zimbabwe / Diga di Kariba
Si teme che l’opera sul fiume Zambezi, che alimenta due centrali idroelettriche, possa franare, minata dalla erosione del letto del fiume. Una catastrofe che travolgerebbe anche la diga di Cahora Bassa, in Mozambico. I lavori di ripristino sono previsti nel 2016. Ma il tempo stringe.

L’Africa australe è inquieta. A ottobre, i media della regione hanno iniziato ad allertare la popolazione sulla minaccia del crollo della diga di Kariba, sul fiume Zambezi. Si tratta di una diga enorme, alta 128 metri, larga 617, con un’arcata di 579 metri, costruita nel 1955 e inaugurata nel 1960 dalla regina madre di Elisabetta d’Inghilterra. È frutto della tecnologia e della manodopera italiana (vi morirono più di 100 operai) e alimenta due centrali idroelettriche sulle due sponde: una di 1.080 MW in Zambia, e un’altra 750 di MW, in Zimbabwe.

Il timore che serpeggia è che si ripeta il catastrofico scenario della diga Malpasset, nel sud della Francia, il cui cedimento, nel 1959, provocò un’inondazione che causò la morte di 421 persone. Un funesto presagio? L’Istituto sulla gestione del rischio del Sudafrica (Irmsa) – ente che, in una sua recente relazione, ha lanciato l’allarme – ricorda che a progettare le due dighe è stato lo stesso ingegnere francese, ora deceduto, André Coyne.

Secondo questo rapporto, la rottura della diga di Kariba avrebbe conseguenze apocalittiche. In una decina di ore, l’acqua del lago Kariba – il bacino artificiale più grande del mondo con i suoi 181 miliardi di m³ – crescerebbe alla velocità di uno tsunami lungo la valle dello Zambezi, fino a raggiungere e rompere la diga di Cahora Bassa, in Mozambico. L’esondazione finirebbe nell’oceano Indiano con una immane devastazione ecologica e l’annientamento della capacità di produzione di energia elettrica di buona parte dell’Africa australe. Basti pensare che la corrente di Cahora Bassa alimenta anche parte delle reti elettriche di Malawi, Tanzania e Sudafrica.

Il rischio immediato è ancora limitato, a causa della siccità. Le acque del lago Kariba sono piuttosto basse. Lo scorso agosto, lo Zambia ha visto calare di 300 MW la sua capacità di produrre energia elettrica per l’assenza di precipitazioni. Ma si teme che nei prossimi mesi si possano ripetere le “inondazioni-lampo” avvenute nel gennaio del 2015 in Malawi e Mozambico, che hanno mostrato quali disastri possano accadere, con un centinaio di morti e lo sfollamento di oltre 15mila persone.

Gli studi
Non si può, tuttavia, affermare che il potenziale pericolo che arriva dalla diga di Katiba sia stato ignorato. Dal 2010, Tractebel Engineering, una società controllata da GDF-Suez, ha individuato la natura della minaccia. E nel 2011 ha ricevuto l’incarico dalla proprietaria della diga, l’Autorità del fiume Zambezi (ZRA, nell’acronimo inglese), di produrre uno studio con le soluzioni al problema. Il problema che sta mettendo a rischio l’impianto è causato dall’enorme bocca che scarica le acque in eccesso quando il bacino è pieno. Le acque scaricate, cadendo sulla base della diga, hanno nel tempo scavato la roccia di basalto mettendo a repentaglio la stabilità delle fondamenta. Si è creata una fossa di erosione di 90 metri di profondità, che potrebbe compromettere la struttura.

La soluzione tecnica proposta da Tractebel consiste nell’allargare la fossa per aumentare il volume disponibile, disperdendo l’energia e svuotando la vasca verso valle, così che le turbolenze risparmino la parete della diga. Inoltre, gli ingegneri francesi e belgi propongono di realizzare uno scavo a monte della diga, per gestire le piene, che comportano lo spostamento di 300mila metri cubi di roccia, ritardandone gli sversamenti e facilitando, in questo modo, i lavori alla fossa di erosione a valle della diga. Lavori che dovrebbero durare 16 mesi.

Sarà tuttavia necessario interromperli durante le piene, e così i tempi di completamento delle opere si allungherebbero fino a 3 anni. Ma 3 anni è anche quanto può resistere la diga, se non si fa nulla per rimetterla a norma: è quanto sostengono gli ingegneri intervistati lo scorso febbraio dal quotidiano di Johannesburg, Business Day. Il finanziamento per i lavori (294 milioni di dollari) è garantito, dal settembre 2015, dalla Banca mondiale, dalla Banca africana di sviluppo, dalla Svezia e dall’Unione europea (per un terzo).

Poco tempo
Il problema è che l’avvio dei lavori è aggiornato di mese in mese. Dovevano iniziare a maggio 2015; sono stati rinviati a settembre. A ottobre la ZRA, che gestisce la diga, ha posticipato i tempi a gennaio 2016, «con un po’ di fortuna». Ciò crea molta incertezza, mentre i rapporti allarmistici indicano che la capitale dello Zambia, Lusaka, potrebbe essere totalmente inondata in caso di cedimento della diga di Kariba. Secondo la stessa ZRA, sono circa 3,5 milioni i residenti rivieraschi di Zambia, Zimbabwe, Malawi e Mozambico a essere minacciati.

Inoltre, secondo l’Irmsa, il 40% circa del potenziale idroelettrico dell’Africa australe potrebbe essere spazzato via. Il calendario meteorologico suggerisce che la prossima finestra di opportunità per iniziare i lavori sarà ad aprile, dopo le piogge. Ancora mesi persi, quindi. E più passa il tempo, più aumenta il rischio di una catastrofe, insiste Kay Darbourn, l’autore del rapporto Irmsa.

Moises Machava, direttore tecnico della centrale idroelettrica di Cahora Bassa (Hcb), è più sereno. In un’intervista dell’ottobre scorso alla rivista specializzata Hydroworld, l’ingegnere mozambicano, in riferimento a Kariba, stima che se rischio c’è, non è imminente, tanto più che il livello del lago omonimo è sotto del 20% il suo livello normale. L’incidente «non accadrà domani o il prossimo anno», ha detto. Ma se non si fa nulla, accadrà. A suo avviso, oltre ai citati lavori di riparazione, i più urgenti, altre attività di manutenzione potrebbero richiedere sei anni.

La sfida va oltre i paesi interessati dall’opera. Un incidente comprometterebbe irrimediabilmente il finanziamento per le grandi dighe idroelettriche nel mondo da parte della Banca mondiale e altre banche di sviluppo. Opere oggetto di campagne ostili da parte di organizzazioni non governative come l’International Rivers, con sede a Berkeley (California). Nei primi mesi del 2014, è riuscita a influenzare il Congresso degli Stati Uniti, che ha imposto all’esecutivo di bloccare qualsiasi sostegno a progetti legati alle grandi dighe in seno alle istituzioni internazionali. In Africa, ci sono la diga Inga 3 in Rd Congo e Adjalara in Togo, che sono particolarmente sotto tiro. In campo rimarrebbero solo paesi emergenti come la Cina – che partecipa al finanziamento della Grande diga della Rinascita, sul Nilo Azzurro, in territorio etiopico – o il Brasile che finanzia la costruzione della diga di Lauca, sul fiume Kwanza, in Angola.