Sindacato diviso
Lo sostiene Gianni Alioti, responsabile Ufficio internazionale Fim-Cisl. La creazione di un posto di lavoro nel militare costa quanto una decina di posti nel civile.

In Italia, pur in presenza di una grave crisi economica, un tema è totalmente assente dal dibattito politico: tagliare le spese militari per salvaguardare quelle sociali. Su questo argomento rimosso e sulla riconversione produttiva dal militare al civile abbiamo sentito Gianni Alioti, responsabile dell’Ufficio internazionale del sindacato dei metalmeccanici della Cisl.

 

La manovra economica e le precedenti hanno risparmiato la spesa per l’acquisto di armi, nonostante ammontino ad alcuni miliardi di euro l’anno. È possibile che le armi siano considerate un fattore di sviluppo?
Sì, ma solo in una logica di potenza. In tutti gli altri casi è solo per ignoranza o per malcelato desiderio di fare affari privati con denari pubblici. Certo, nel mondo, dietro la produzione di sistemi d’arma ci sono milioni di ricercatori, progettisti, operai. C’è sviluppo di tecnologie. Con gli stessi soldi, però, con cui si crea un posto di lavoro nell’industria militare, se ne creano 10-20 nella green economy o nei settori della micro-elettronica, dell’automazione industriale, dei mezzi di trasporto….

 

Insistere con la produzione di armi, visti i tagli apportati da Usa e Regno Unito e da altri paesi in crisi, non potrebbe tradursi in maggiori spese dello stato per cassa integrazione, mobilità o per commesse militari per far sopravvivere le aziende?
Con le procedure avviate di mobilità, cassa integrazione straordinaria e chiusura di attività paghiamo sia il colpevole ritardo con cui è stata percepita la crisi, sia le scelte miopi – di disinvestimento nel civile – compiute da Finmeccanica a fine anni ’90. Già oggi c’è chi sostiene il programma F35 (i 131 Joint Stright Fighter, velivoli di attacco aereo che l’Italia si è impegnata ad acquistare entro il 2026, per 13 miliardi di euro), pensando che rappresenti l’unica opportunità per l’Alenia Aeronautica, senza ragionare in termini di costi-benefici.

 

È evidente che con i fondi risparmiati tagliando la spesa militare si potrebbe migliorare la qualità della vita degli italiani. Può fare esempi concreti di riconversione produttiva dal settore bellico al civile?
Mentre un carro armato o un caccia-bombardiere è una spesa improduttiva, un riduttore per l’eolico, un collettore per il solare termico, un film sottile per il fotovoltaico, un inverter, un robot, una metro o nuovi treni per i pendolari aumentano il livello di efficienza e produttività dell’intero sistema economico, creano più occupazione, migliorano la qualità della vita e dell’ambiente. Pochi sanno che la più importante realtà eolica in Italia – con oltre 700 occupati – controllata dalla danese Vestas, è nata da un progetto di riconversione nel civile di Aeritalia (l’attuale Alenia Aeronautica). Oppure che la Oerlikon Graziano di Bari, che produce sistemi di cambio per auto di alta gamma e per trattori, è una diversificazione nel civile dell’Oto-Melara. Un altro concreto esempio è lo sviluppo dei traghetti veloci e dei grandi yacht come parziale conversione produttiva dei siti militari di Fincantieri; così come gli usi civili degli elicotteri Agusta, sino a farne un mezzo di trasporto pubblico competitivo.

 

Il movimento sindacale come intende muoversi affinché si attuino concretamente politiche di pace e in particolare per realizzare il principio sancito dalla legge 185 del 1990, fino ad oggi inapplicato, sulla riconversione verso produzioni civili?
Ennio Flaiano diceva con ironia «ho poche idee, ma confuse». Mi sembra che questa frase rifletta bene, oggi, la posizione del movimento sindacale su questi temi. Si procede in ordine sparso, non c’è una comune sensibilità sui temi della pace e della nonviolenza. Alla marcia Perugia-Assisi non c’è stata adesione unitaria e sulle misure finanziarie per ridurre il debito pubblico, i sindacati non hanno chiesto di intervenire sulle spese militari (cosa su cui in passato la Cisl ha sempre insistito).
C’è da ricostruire, per prima cosa, una conoscenza delle tendenze del settore e una consapevolezza che la conversione-diversificazione nel civile è una scelta obbligata, oltre che per ragioni di natura etica, per motivi di politica industriale. Per fare ciò abbiamo bisogno di misure di sostegno alla riqualificazione professionale, di accompagnamento alla pensione, al trasferimento di persone e competenze in altri campi di attività; di sostegno alla reindustrializzazione di quei territori ad alta incidenza di industria militare, favorendo un approccio territoriale alla riconversione nel civile.