Rapporto Sipri 2015
Cresciute dell’1% le spese militari globali, grazie al boom di Asia, Oceania ed Europa orientale. Stati Uniti svettano al primo posto della classifica, seguiti dalla Cina e Arabia Saudita. L’Italia cala di quasi il 10% e anche l’Africa ha speso il 5,3% in meno.

La spesa militare globale è cresciuta dell’1% nel 2015 rispetto all’anno precedente. Spesa valutata in 1.676 miliardi (il 2,3% del Pil globale). Aumento dovuto, principalmente, al boom di Asia e Oceania, dell’Europa centrale e orientale e di alcuni stati del Medioriente.
Stati Uniti ed Europa occidentale calano, anche se meno rispetto agli anni precedenti. Ma nel Vecchio Continente il risultato peggiore è proprio dell’Italia (-9,9% rispetto al 2014). Si è registrato, invece, un vero crollo della spesa militare africana (-5,3%), dipeso essenzialmente dal tonfo dell’Angola (-42%), il principale acquirente dei sistemi d’arma dell’area subsahariana.
Questi, in sintesi, i principali risultati dell’ultimo rapporto dell’Istituto internazionale della ricerca sulla pace di Stoccolma (Sipri), che ha pubblicato oggi i dati sui bilanci militari delle nazioni del mondo del 2015.
La piccola crescita registrata rappresenta, comunque, il primo incremento dal 2011. Per i 13 anni precedenti (1998-2011), invece, c’era stata una crescita importante e continuativa.

La classifica
Come sempre, al vertice della classifica dei paesi più “militarizzati” si pongono, e di gran lunga, gli Stati Uniti, con una spesa di 596 miliardi di dollari in termini reali, quasi il triplo rispetto a quella della seconda classificata, la Cina (215 miliardi di dollari). Gli Usa, comunque, hanno visto un calo del 2,4%, in linea coi risultati degli ultimi anni e dovuti al progressivo abbandono di scenari di guerra come Afghanistan e Iraq. Tuttavia nel 2016, grazie anche a pressioni del senato, la spesa dovrebbe assestarsi sui risultati dell’anno scorso, fermando la decrescita.

 

 

Pechino, invece, ha visto crescere la sua spesa del 7,4%, così come la Russia (66 miliardi, con un più 7,5%). Mosca, però, è stata scalzata al terzo posto della classifica Sipri dall’Arabia Saudita, che con un incremento del 5,7% è giunta a 87,2 miliardi di dollari. Ha influito, certamente, anche l’impegno militare di Riyadh nello Yemen.
Un passo in avanti anche della Gran Bretagna, che caccia dal 5° posto la Francia, superata anche dall’India. Così come il Giappone ha sopravanzato la Germania all’ottavo posto.
L’Italia mantiene la dodicesima posizione, ma i suoi 23,8 miliardi di dollari di spesa militare rappresentano quasi un meno 10% rispetto al 2014. Se si calcola, poi, un periodo di tempo decennale (2006-2015) il calo è del 30%. La sua percentuale rispetto alla spesa mondiale militare è dell’1,4%, mentre è dell’1,3% la sua incidenza rispetto al Pil italiano (era di 1,4% nel 2006).

 

 

Ha realizzato uno scatto importante in avanti l’Australia (più 7,8%) e i paesi dell’Europa orientale, in particolare Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania e Slovacchia. La ragione è semplice: i timori del riarmarsi di vicini ingombranti. La Cina per l’Australia, la Russia per gli altri.

Il calo dell’Africa
In effetti il continente registra, dopo 11 anni di continua crescita, una diminuzione del 5,3%. Anche se l’analisi merita un focus approfondito e differenziato paese per paese. Il valore complessivo della spesa è di 37 miliardi di dollari (17,9 per il Nordafrica; 19,1 per l’area subsahariana). Cifra più bassa rispetto al 2014, ma del 68% maggiore rispetto a quella del 2006.

 

Nei paesi della sponda sud del Mediterraneo (più 11% rispetto al 2014), è inarrestabile la crescita dell’Algeria (10,4 miliardi di dollari con un più 5,2% rispetto all’anno precedente). Non sembra, quindi, colpita dal calo dei prezzi degli idrocarburi, che ha invece azzoppato il maggior acquirente di sistemi d’arma dell’Africa subsahariana: l’Angola. Un meno 42% che ha decisamente influito sulla decrescita generale dell’area. Il petrolio per Luanda rappresenta ancora il 70% delle sue entrate pubbliche, per cui il ribasso dell’oro nero ha comportato la chiusura delle casse anche nell’acquisto di armi.
Stessa sorte anche per il Ciad, cresciuto esponenzialmente tra il 2005 e il 2009 in coincidenza con la guerra civile. Ma negli anni successivi, la pseudo riconquista della pace interna e il calo del petrolio hanno portato a una drastica riduzione della spesa (-66% tra il 2013 e il 2015).
In calo pure la Nigeria (-2,5%), nonostante la campagna militare nel nordest del paese contro il gruppo terroristico Boko haram (ora autonominatosi gruppo Stato islamico della provincia orientale). Tuttavia una commissione, incaricata dal governo di individuare le spese effettuate fuori bilancio, ha scoperto interventi extra budget per 6,6 miliardi di dollari nel periodo 2007-2015. Se questo dato fosse confermato, la spesa militare nigeriana sarebbe stata superiore al 30% rispetto a quella riportata.
I conflitti hanno invece influito sull’aumento degli acquisti di sistemi d’arma per il Mali e il Kenya. Per Bamako la spesa è cresciuta del 66% rispetto al 2014 (ma del 185% tra 2006-2015. Mentre per Nairobi, impegnata militarmente in Somalia, il balzo nel 2015 è stato del 22% rispetto all’anno precedente e del 47% tra il 2006 e il 2015.
Ultimo dato interessante proposto dal Sipri. Tra i primi 20 paesi mondiali che negli ultimi 10 anni hanno registrato la crescita maggiore negli acquisti, 12 sono africani. Al secondo e terzo posto il Gambia (più 380%) e la Repubblica del Congo (più 287%). Ma al sesto posto troviamo la Libia: 3,3 miliardi di dollari spesi, per una crescita del 225%. Molte di quelle armi, con la caduta di Gheddafi, sono poi finite nelle mani di molti gruppi terroristici dell’area saheliana