Timore per le ripercussioni
La Corte penale internazionale dell’Aja ha emesso un mandato d’arresto per il presidente sudanese El Bashir: è accusato di crimini di guerra e contro l’umanità, per le sue responsabilità sul conflitto in corso in Darfur. Non ci sono prove sufficienti per l’accusa di genocidio.

Dopo mesi di attesa, il verdetto è arrivato: la Corte penale internazionale dell’Aja (Cpi) ha deciso di emettere un mandato di arresto nei confronti del presidente sudanese Omar Hassan El Bashir. Dopo il liberiano Charles Taylor, è il secondo capo di stato africano ancora in carica messo sotto accusa dal Tribunale internazionale.

In base alla richiesta presentata dal Procuratore generale Luis Moreno Ocampo nel luglio scorso, la Corte incrimina Bashir per crimini di guerra e crimini contro l’umanità per le responsabilità nel conflitto sudanese in Darfur, la regione occidentale teatro ormai da 6 anni di un sanguinoso conflitto tra i ribelli locali e l’esercito di Khartoum. Secondo le ultime stime delle agenzie dell’Onu, che si riferiscono ancora al 2008, sono almeno 300mila le vittime del conflitto, 3 milioni gli sfollati, ammassati nei campi profughi al confine con il Ciad.

Bashir è accusato di 7 reati, tra cui omicidio, sterminio, tortura, stupro e trasferimento forzato di migliaia di civili, che sarebbero stati inoltre espropriati dei loro beni. La Corte afferma che le violenze in Darfur sono il risultato di un piano orchestrato ai massimi livelli politici sudanesi, ma che non ci sono prove sufficienti per incriminare il presidente sudanese per genocidio.

Le prime reazioni
Da giorni il clima nel paese è teso, fonti di Nigrizia affermano che oggi, alla notizia del verdetto della Corte, nella capitale Khartoum sono subito iniziate manifestazioni in sostegno del presidente.
Contro il mandato di cattura anche la Lega Araba e l’Unione Africana (che ha recentemente votato un documento contro il mandato d’arresto ), da sempre contrarie all’incriminazione di El Bashir, anche per il timore che ora i pochi passi in avanti per un processo di pace tra ribelli e Khartoum vengano annullati.

Il Jem, il principale movimento armato del Darfur, da poche settimane ha intrapreso un dialogo con il governo sudanese, ha infatti chiaramente dichiarato che in caso di incriminazione avrebbe chiesto a Bashir di consegnarsi all’Aja.
L’unico a non preoccuparsi sembra proprio Bashir: da mesi ripete che il Sudan non ha ratificato il trattato di Roma sulla Corte dell’Aja e quindi non ne riconosce gli atti. L’esercito sudanese ha affermato oggi che reagirà “con fermezza contro chiunque collabori con la Corte penale internazionale”.

Di fronte all’incriminazione di El Bashir la comunità internazionale si è divisa: se la Francia sostiene la “lotta all’impunità”, chiede anche di moltiplicare gli impegni per cercare una soluzione politica alla crisi del Darfur. Londra ha invece criticato Khartoum per non aver preso sul serio le accuse. Di tutt’altro tono l’inviato del presidente russo Dmitri Medvedev in Sudan, che ha bollato come inopportuna e irresponsabile la decisione della Cpi, che “crea un precedente pericoloso per il sistema delle relazioni internazionali e rischia di avere conseguenze negative per il Sudan”. Gli Stati Uniti hanno invitato alla moderazione ribelli e parti politiche sudanesi. Il timore maggiore è quello di ripercussioni sulla popolazione civile. Un timore espresso anche dal Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon, che ha chiesto al governo sudanese di continuare a collaborare con le agenzie delle Nazioni Unite per la tutela degli abitanti del Darfur.

Preoccupazione anche dall’Egitto: il Cairo ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell’Onu di congelare per un anno il procedimento contro El Bashir (come previsto dall’articolo 16 dello statuto della Corte penale internazionale che permette la sospensione delle azioni giudiziarie su richiesta del Consiglio di sicurezza dell’Onu), una proposta già avanzata da Parigi nel settembre 2008, che aveva incontrato l’opposizione di molte ong e delle organizzazioni per i diritti umani (prima fra tutte Amnesty International). In favore di questo provvedimento sarebbero sicuramente la Russia e la Cina, alleati di Khartoum.
Per approfondire:
Con p. Giancarlo Ramanzini, missionario comboniano che ha vissuto più di 30 anni in Sudan, abbiamo parlato delle possibili conseguenze dell’incriminazioni di Bashir.
Cerca usando il motore in alto:
“El Bashir presto sotto accusa?” 14 luglio 2008
“Taylor sotto processo” 4 giugno 2007

“Giustizia a tutto Ocampo” , François Misser, settembre 2008
“Tutti gli avvocati di El-Bashir” , Gill Lusk, settembre 2008