Kenya / Visita di tre giorni
Il presidente Usa a Nairobi il 24 luglio con il consueto alone di aspettative. Ma è a fine mandato e la sua amministrazione si è occupata pochino di Africa. Il governo Kenyatta guarda all’Asia. Tiepido riavvicinamento.

La bandiera a stelle e strisce che sventola accanto a quella del Kenya è la prima immagine che resterà negli occhi di Barack Obama, domani, venerdì 24, al suo arrivo all’International Conference Center di Nairobi in occasione del sesto Global Entrepreneurship Summit (piattaforma globale per l’imprenditoria internazionale).

Un segnale chiaro della volontà del governo Kenyatta, di favorire il disgelo dei rapporti con gli Stati Uniti. Rapporti che si erano incrinati durante la Campagna elettorale del 2013, quando il segretario di stato americano per l’Africa, Johnnie Carson, aveva pubblicamente invitato i kenyani a non votare per Uhuru Kenyatta e per l’attuale vice presidente William Ruto, entrambi sotto accusa alla Corte penale internazionale (Icc) per crimini contro l’umanità. Le accuse contro il presidente sono cadute a dicembre dello scorso anno e da allora è iniziata la politica di riavvicinamento di Washington.
Questa visita di tre giorni di Obama è definita da politici e giornalisti «un momento storico» ed è vissuta con eccitazione e grandi aspettative. Al di là del valore simbolico, il viaggio di Obama – il primo nella terra natale del padre, come presidente degli Stati Uniti – dà modo al Kenya di rafforzare così la sua posizione di leadership a livello regionale e a Washington di rinsaldare l’alleanza strategica e militare nella lotta contro al-Shabaab e il terrorismo jihadista, e al contempo di provar a recuperare terreno politico ed economico.

Fin dalla sua elezione a presidente, infatti, Kenyatta ha basato la sua politica sull’allontanamento dei partners occidentali, favorendo invece la partnership con l’Asia e con la Cina in particolare. Non a caso, l’arrivo di Obama è stato preceduto, due mesi fa, dalla visita del segretario ai trasporti, Antony Foxx, dall’omonimo al commercio, Penny Pritzker, nonché dal segretario di stato, John Kerry. In quell’occasione il ministro degli esteri kenyano, Amina Mohammed, aveva annunciato la messa a punto di «accordi di estrema importanza» tra i due paesi, senza però rivelarne i contenuti.

All’indomani della sua prima elezione alla guida degli Stati Uniti, Obama aveva annunciato di voler mettere l’Africa in primo piano nella sua agenda estera. Le parole d’ordine erano: accelerare la crescita economica, rafforzare le istituzioni democratiche e migliorare la sicurezza. Ma fino ad oggi la sua amministrazione ha compiuto pochi passi in questa direzione.

La più recente debacle riguarda il progetto Power Africa, lanciato nel 2013 dallo stesso presidente con l’obiettivo di raddoppiare gli accessi alla rete elettrica nell’Africa subsahariana entro il 2018. Un progetto focalizzato inizialmente su sei paesi, tra i quali il Kenya, bloccato proprio alla fine di giugno dalla decisione del Congresso di non ri-autorizzare l’operatività della Import-Export Bank, agenzia che garantisce i prestiti alle società straniere che acquistano prodotti made in Usa. Prima della sua chiusura, l’istituto ha potuto trasferire solo 132 milioni di dollari del programma Power Africa, bloccando di fatto la possibilità di finanziamenti per 5 miliardi in Kenya, Etiopia, Tanzania, Ghana, Liberia e Nigeria.

E questo non è il miglior biglietto da visita per l’ospite d’onore del vertice che riunirà a Nairobi i più importanti operatori mondiali del business, per investire e innovare.

Nella foto sopra Il presidente Usa Barack Obama e il suo omologo kenyano, Uhuru Kenyatta, durante la conferenza stampa congiunta dopo il loro incontro bilaterale sabato scorso a Nairobi in Kenya. (Fonte: Reuters/Jonathan Erns)