COMBONIANI 150 ANNI – DOSSIER OTTOBRE 2017

La missione non ci appartiene, lo Spirito del Risorto ci precede e la passione inquieta di Daniele Comboni ci spinge a osare nuove frontiere. America Latina, laboratorio Brasile.

«Ho osservato la miseria del mio popolo e ho udito il suo grido. Sono sceso per liberarlo» (Esodo 3, 7-8). Comincia così la storia del Dio liberatore e la nostra missione di alleanza con i più piccoli. È un grido di festa, che ci sorprende ogni giorno per la sua forza rigeneratrice: il popolo brasiliano sprigiona vita dalle radici delle sue culture, nella vitalità della sua danza, nella mistica ancestrale delle comunità indigene.

È un grido di orgoglio e dignità, che riverbera nell’organizzazione popolare, nella resistenza creativa ai diversi cicli di oppressione, replica incessante di una storia coloniale. Ma è anche il clamore attualissimo della violenza delle periferie urbane: il Brasile in numeri assoluti è il paese con più omicidi al mondo e il terzo per la sua popolazione carceraria, ancora in crescita.

È l’urlo violento dell’omicidio dei difensori di diritti umani: ogni cinque giorni uno di essi è ucciso mentre promuove il diritto alla terra, alla casa o al lavoro della sua gente.

È il grido soffocato di Madre Terra, “tra i poveri più abbandonati e maltrattati” (Laudato si’, 2): lo scorso anno nell’Amazzonia brasiliana il disboscamento è tornato a crescere con un incremento preoccupante del 29% rispetto all’anno precedente. Corrisponde a un aumento di produzione di anidride carbonica pari a otto anni di emissioni di tutto il parco auto del paese! È il nostro modo silenzioso e codardo di smontare, di nascosto, l’Accordo di Parigi.

Ascoltare questo grido e camminare, rinvigoriti dalla promessa di vita del Padre e dalla sua presenza costante al nostro fianco: la spiritualità dell’Esodo alimenta in modo attualissimo la nostra identità missionaria. Dio si rivela alle persone che accettano l’avventura sociale e politica di abbandonare la schiavitù.

Fedeli alla nostra storia

La storia comboniana in Brasile è cominciata nel 1952: quello stesso anno, i primi missionari si inserirono parallelamente nel sudest e nel nordest. All’inizio non ci fu un grande sforzo di inculturazione, la pratica missionaria tendeva a replicare in altre terre il modello di Chiesa e di pastorale appreso nella patria europea. A dire il vero, questa tentazione è viva ancora oggi ed è forse la sfida più evidente per la Chiesa universale.

Senza dubbio, però, la convivenza nella Chiesa latinoamericana ci ha poco a poco modellati. Le Conferenze dell’episcopato latinoamericano a Medellin (1968) e Puebla (1979) sono state provocazioni forti al nostro modo di pensare e vivere la missione: hanno acceso anche in noi la luce dell’opzione per i poveri e della promozione della giustizia e della pace.

Collaborando con la Commissione pastorale della terra e il Consiglio indigeno missionario, venivamo a comprendere giorno dopo giorno che essere Chiesa significava anche prendere posizione, in tempi di duro conflitto, sui temi della concentrazione della terra, della riforma agraria, del rispetto delle diversità etniche.

Partecipavamo alla formazione sindacale, sociale e politica a partire dalla parola di Dio. Si anticipava, in quel contesto e con vari limiti, ciò che papa Francesco sollecita oggi vivamente: «Solidarietà (…) richiede di creare una nuova mentalità che pensi in termini di comunità, di priorità della vita di tutti rispetto all’appropriazione dei beni da parte di alcuni» (Evangelii gaudium, 188).

Ai margini delle grandi città in crescita, senza avere competenze e forza per far fronte a tanta esclusione strutturale, fondavamo Centri di difesa della vita e dei diritti umani, in collaborazione con volontari e professionisti competenti nel campo dei diritti dell’uomo e dell’educazione popolare. A noi missionari spettava il compito di alimentare la spiritualità e la speranza di queste persone, credendo tenacemente nella risurrezione nel cuore della morte violenta delle periferie.

La nostra animazione missionaria era raccontare la vita dei piccoli e l’alleanza dei missionari con loro.

La rivista comboniana Sem Fronteiras, pur criticata soprattutto negli anni in cui la Chiesa brasiliana si riavvicinava alla “grande disciplina” (dal titolo del libro di J.B. Libânio, critico nei confronti dell’interventismo di papa Giovanni Paolo II in America Latina, che restaurava una logica distante dal respiro del concilio Vaticano II e dalle successive conferenze episcopali del continente), si faceva strada nelle parrocchie, nei gruppi pastorali e nei circoli universitari.

Sperimentavamo quotidianamente pratiche di formazione dei coordinatori delle comunità, dei ministri dei sacramenti e della pastorale sociale. Le Comunità ecclesiali di base (Ceb) erano un contesto vivo per stimolare la ministerialità e il protagonismo dei laici, donne e uomini.

Tre volti

La storia comboniana in Brasile è segnata da figure molto significative. Ne richiamo tre, ciascuna con…

Nella foto: Rondolândia (Mato Grosso), 17 luglio. Pellegrinaggio in ricordo di padre Ezechile Ramin, assassinato il 24 luglio 1985 per aver difeso i piccoli coltivatori e i popoli indigeni. È in corso la causa di beatificazione.