Da Nigrizia di gennaio 2011: gli affari del Brasile in Africa
La corsa di Cina e India ha messo in ombra l’ascesa continentale di un altro gigante: il Brasile dell’ex presidente Lula. Una potenza atipica, intimamente collegata al continente dalla cultura e da una considerevole ambizione.

Quelle tra il Brasile e l’Africa non sono relazioni come tutte le altre. Nessun’altra squadra al di fuori del continente ha fatto vibrare gli africani come la “seleçao verdeoro” durante i Mondiali. Gli africani si riconoscono nel Brasile, e sono tristi quando quest’ultimo dimentica il suo calcio-samba.

 

Ciò non deve sorprendere. Le relazioni tra il continente e il paese sudamericano risalgono al 16° secolo. Erano intense e, allo stesso tempo, dolorose, segnate dal commercio degli schiavi, in particolare dal Golfo di Guinea, dal Benin, dai regni del Congo e di Ngola (l’attuale Angola). Circa il 40% degli schiavi portati nel Nuovo Mondo è sbarcato in Brasile. Si stima che oggi in Brasile i pretos (neri) siano l’8%, i pardon (mulatti) il 43%. La percentuale sale al 73% nello stato di Bahia. E non c’è bisogno di ricordare l’influenza africana nella religione (candomblé), nella danza e nella musica (samba, bossa nova) e nelle arti marziali (capoeira).

 

Ma per molto tempo, l’importanza del patrimonio culturale africano non ha giocato un ruolo importante nella politica brasiliana. Probabilmente perché i neri erano tenuti sull’ultimo gradino della scala sociale. Il Brasile adottò un basso profilo nel periodo delle guerre africane per l’indipendenza (1950-60), cercando di evitare il confronto con il Portogallo, che concesse la libertà alle sue ex colonie solo nel 1974-75. A poco a poco, però, i governi brasiliani si resero conto dell’interesse comune condiviso con i paesi africani produttori di caffè e cacao. La loro collaborazione diede alla luce l’Organizzazione internazionale del caffè (1962) e l’apertura della prima ambasciata brasiliana nel continente, ad Abidjan (Costa d’Avorio).

 

Negli anni ’70, gli interessi brasiliani in Africa crebbero enormemente. Nel 1973, Brasilia sostenne con maggior determinazione le risoluzioni anticoloniali alle Nazioni Unite, entrando poi a far parte della Banca africana di sviluppo. Le relazioni non furono a senso unico: in quel periodo gruppi minerari sudafricani investivano in Brasile. L’aumento degli scambi tra il Brasile e il continente fu spettacolare: tra il 1972 e il 1981, il valore degli scambi si moltiplicò per sei, raggiungendo i 2 miliardi di dollari.

 

Politicamente, il peso del Brasile crebbe in Africa quando, nel luglio 1974, riconobbe l’indipendenza della Guinea- Bissau tre mesi prima del Portogallo stesso (settembre 1974). Ma il suo primo vero grande colpo diplomatico fu il riconoscimento del governo angolano, guidato dal Movimento popolare per la liberazione dell’Angola (Mpla), nel novembre 1975, provocando lo sconcerto di Washington. Durante la Guerra fredda, il Brasile fu tra i principali sostenitori dell’Angola, a parte Cuba e i paesi del Patto di Varsavia. Paradossalmente, questi gesti, come pure il riconoscimento del governo del Fronte di liberazione del Mozambico (Frelimo), furono decisi dal presidente Ernesto Geisel, capo di una giunta militare anti-comunista, ma sensibile alle aspirazioni nazionalistiche degli africani.

 

Le relazioni con l’Africa non rimasero confinate all’interno dei recinti dei paesi lusofoni. Si assistette progressivamente a scambi tra militari brasiliani e nigeriani, sia gli uni che gli altri attenti a non dipendere troppo dallo zio Sam. Ciò portò, nel 1983, a un accordo di cooperazione militare, che si sarebbe tradotto in programmi di formazione, e anche a manovre navali congiunte. Ma ci furono scambi anche a livello politico: i generali nigeriani volevano sapere come i loro omologhi brasiliani si erano posizionati di fronte alla sfida della transizione democratica.

 

 

Affari

Se i paesi africani di lingua portoghese sono rimasti una priorità, sempre più aziende brasiliane hanno successivamente esteso le loro operazioni al resto del continente. Alla fine degli anni ’80, ad esempio, la compagnia Varig ha avviato collegamenti aerei con Lagos e Abidjan. In quel periodo, il Brasile contava già 22 ambasciate in Africa. Oggi è diventato un partner commerciale importante del continente, con un volume di scambi che si attesta sui 21,5 miliardi di dollari (2008), dopo la Cina (95 miliardi) e l’India (33), ma davanti alla Russia (5,6).

 

Il più importante attore brasiliano in Africa è la compagnia Petrobras, che ha previsto di investire 12 miliardi di dollari nelle sue operazioni all’estero tra il 2007 e il 2013, e che concentra i suoi sforzi nel Golfo del Messico, ma anche in Africa Occidentale, Nigeria e Angola. Sta conducendo esplorazioni pure in Tanzania, Capo Verde, Senegal e Libia, e ha in progetto di costruire un impianto di bioetanolo di 200 milioni di dollari nel Delta del Niger.

 

Ma la presenza brasiliana non si limita alle sole imprese. Essa si manifesta anche con la partecipazione in operazioni militari per il mantenimento della pace. Brasilia ha iniziato in Mozambico (1994) e ha proseguito con l’invio di un battaglione del genio in Angola (1995), per lo sminamento e la ricostruzione di infrastrutture. Oggi si parla d’inviare truppe brasiliane anche in Guinea-Bissau, nel quadro di una missione per il mantenimento della pace nei paesi lusofoni.

 

Sul terreno puramente diplomatico, il Brasile rappresenta uno dei tre pilastri dell’Ibsa, l’alleanza del paese verdeoro con l’India e il Sudafrica. Alleanza che vuole consolidare la posizione di questi stati sulla scena internazionale, in modo da consentire loro, un giorno, di ottenere un seggio permanente presso il Consiglio di sicurezza dell’Onu. Questo impegno è stato ribadito nel corso di un incontro tra i presidenti Lula da Silva, il sudafricano Thabo Mbeki e il primo ministro indiano, Manmohan Singh, a Johannesburg nel 2007.

 

Il Brasile è presente in Africa anche attraverso i religiosi. Un terzo dei mille missionari cattolici brasiliani che lavorano all’estero sono impegnati in Africa. Molto attivi anche i protestanti, i pentecostali, in particolare con la Chiesa universale del Regno di Dio, presente in Angola, Madagascar, Sudafrica, Mozambico, Kenya, Lesotho, Costa d’Avorio, Malawi, Uganda.

 

Da non trascurare, poi, l’influenza culturale in Africa delle mille telenovelas brasiliane, che hanno infestato le Tv di mezzo continente. Dal 1980 il paese sudamericano sta esportando il suo modo di vita attraverso le proprie serie televisive. Ora è perfino entrato nel mercato africano delle nuove tecnologie, con aziende come Support Com (che fornisce servizi per le società di telefonia mobile). Nel 2009 le giornate dell’amicizia tra Brasile e Angola, co-sponsorizzate dalle televisioni Globo (brasiliana) e Tpa (angolana), hanno attirato più di 20mila persone a Luanda.

 

 

La miniera angolana

È in Angola che è più visibile la presenza brasiliana. Le società Odebrecht (settore costruzioni) e Furnas Electricas Centrais hanno partecipato alla costruzione della più grande diga idroelettrica del paese, quella di Capanda (520 Mw). Furnas fornisce, inoltre, assistenza tecnica all’Ente per l’approvvigionamento del Medio Kwanza (Gamek), che ha già individuato sei siti sul fiume Kwanza, con una capacità maggiore o uguale a Capanda, con un potenziale di 6.000 Mw.

 

Data la posizione di leadership detenuta dal Brasile nel campo dei biocarburanti, non sorprende che Brasilia abbia avviato molti progetti in Angola in questo settore, in particolare dopo la visita presidenziale di Lula a Luanda nel 2008. A finanziarli sarà la Banca nazionale di sviluppo economico e sociale brasiliana. Già presente nel settore petrolifero, il Brasile è anche un partner importante nelle esportazioni angolane di diamanti (seconda voce dell’export). La Odebrecht, infatti, è partner della Società mineraria di Catoca, che produce circa il 70% dei diamanti angolani.

 

Grazie ai loro meriti, ma anche perché sfruttano il vantaggio che dà loro il pieno controllo della lingua portoghese, le società di comunicazione sociale e di pubblicità brasiliane sono molto attive in Angola. La campagna del presidente africano José Eduardo dos Santos del 1992 è stata opera dei guru brasiliani della comunicazione.

 

Le banche sudamericane stanno investendo massicciamente nel paese. La Banca di sviluppo brasiliana (Bndes) e il Programma governativo di finanziamento alle esportazioni brasiliane (Proex) hanno aperto linee di credito superiori a 1 miliardo di dollari nel 2006 per finanziare molti progetti in tutto il paese. Questi legami sono fatti per durare: attualmente ci sarebbero circa 3mila brasiliani in Angola e 2mila angolani in Brasile. Nel 2009, 30mila angolani hanno viaggiato in Brasile.

 

 

L’affare Mozambico

Per ragioni analoghe, è altrettanto importante la presenza brasiliana in Mozambico. E sarà ancora più strategica quest’anno, quando il gigante mondiale dell’acciaio, Vale, avvierà lo sfruttamento dei giganteschi giacimenti di carbone nella provincia di Tete, al ritmo di 40 milioni di tonnellate l’anno. È previsto un investimento di oltre 1 miliardo di dollari nel progetto, che dovrebbe creare 50mila nuovi posti di lavoro. La stessa società vorrebbe costruire anche una centrale termoelettrica da 600 Mw, alimentata con quel carbone, e un terminal nel porto di Beira. Il suo diretto concorrente, la Compagnia siderurgica nazionale (Csn), recentemente è entrata nel capitale di una società australiana per avere accesso a un altro gigantesco giacimento, quello di Benga (4 miliardi di tonnellate di riserve). La compagnia brasiliana ha annunciato che investirà nel 2011, in almeno 15 progetti, 24 miliardi di dollari. Con questi investimenti in ferrovie, terminal marittimi, navigazione e creazione di energia, l’azienda brasiliana s’impegna ad agire come catalizzatore dello sviluppo locale.

 

Come in Angola, anche in Mozambico le società brasiliane investono pure nel settore dell’elettricità. La società Camargo Corrêa costruirà una delle più grandi dighe dell’Africa Australe, la diga Mphanda Nkuwa (1.500 Mw), sullo Zambezi, con un costo stimato in 1,3 miliardi di dollari. Il finanziamento sarà possibile grazie alle linee di credito della cinese Eximbank.

 

Campione mondiale nel settore del bioetanolo, il Brasile – in particolare l’impresa brasiliana nella ricerca agricola (Embrapa) – ha promosso questo tipo di progetti. Quello più ambizioso è il “Procana”, che rappresenta un investimento di 510 milioni di dollari e prevede la costruzione di un impianto da 120 milioni di litri all’anno di biocarburante da canna da zucchero, coltivata sui 3mila ettari nel distretto di Massingir, nella provincia di Gaza. Inoltre, nel luglio scorso, Brasilia ha firmato con l’Unione europea e il Mozambico un accordo per sviluppare questi progetti di bioelettricità e di biocarburante nel paese africano, che consentirà ai gruppi Cosan e Copersucar di utilizzare questa piattaforma per rifornire il mercato europeo.

 

 

Congo, Nigeria e Nord Africa

Le aziende brasiliane stanno aggredendo anche altri mercati africani, tra cui la ricca e turbolenta Rd Congo. Nel 2008, la Vale ha aperto uffici a Kinshasa e a Lubumbashi, mentre un’altra società brasiliana impegnata nel settore petrolifero, la Hrt, è in prima linea nell’esplorazione nel Bacino Centrale del paese. La sfida è di ripetere l’exploit realizzato da Petrobras in territorio amazzonico, dove sono state fatte grandi scoperte, partendo dall’ipotesi che i due bacini presentano caratteristiche geologiche simili. La scommessa sembra essere stata vinta: nel marzo scorso l’Hrt ha annunciato di aver individuato riserve pari a 2 miliardi di barili di greggio e a 598 miliardi di metri cubi di gas naturale. Naturalmente, l’Embrapa vuole approfittare del potenziale eldorado congolese per la produzione di biocarburanti.

 

Nel vicino Congo (Brazzaville), la società di costruzioni Andrade Gutierrez potrebbe investire più di 300 milioni di dollari in un impianto di bioetanolo, con una capacità annua di 200mila tonnellate, alimentato dalla produzione proveniente dai 30mila ettari di piantagioni di canna da zucchero.

 

In Nigeria, la società Cassava Agro Industries Ltd dovrebbe beneficiare del sostegno finanziario dell’Embrapa per lanciare un programma da 2 miliardi di dollari nella produzione del bioetanolo da manioca: uno degli obiettivi è rifornire di kerosene le famiglie, limitando la deforestazione. La Vale intende sfruttare, con la giapponese Mitsui, i giacimenti di manganese di Tambao, in Burkina Faso, e avviare la produzione nelle miniere di ferro di Zogoto, in Liberia. Il gigante brasiliano è presente anche in Zambia, in Guinea – dove ha preso il controllo di un giacimento di minerali di ferro, per un investimento di 2,5 miliardi di dollari -, in Sudafrica (platino) e in Gabon (ferro e manganese).

 

Le società brasiliane stanno per lanciarsi all’assalto anche del Nord Africa. In settembre, una delegazione guidata dal ministro dell’industria Miguel Jorge si è recata ad Algeri. Del gruppo facevano parte rappresentanti della Vale, interessata al progetto minerario di Garat Djebilet, e di aziende aeree (come la Embraer) e di società di costruzioni (come la Andrade Gutierrez, la Camargo Corrêa, la Galvão Engenheria e la Queiroz Galvão).





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